Tommaso Mario Pavese

Tommaso Maria Pavese

di Giuseppe Vito Palumbo

    La figura di Tommaso Mario Pavese è poco conosciuta nell'ambito provinciale, sebbene negli anni venti sia stato collaboratore di riviste e giornali italiani e stranieri ed autore di vari scritti giuridici, sociali e di poesia. Tracciarne un profilo completo è molto difficile, perché alla sua morte i suoi manoscritti finirono nelle mani di privati e la sua ricca Biblioteca, per testamento, all’Università Federico II di Napoli. Pertanto il mio compito sarà limitato a fornire poche notizie, riguardanti la figura di Pavese pubblicista, poeta e scrittore, quale appare dalle opere in mio possesso. 
    Nacque a Vallata il 5 settembre 1884 da Alfonso, possidente, e da Leone Giovannina, originaria di S. Nicola Baronia.
    Frequentò il Liceo Colletta di Avellino, e si laureò in Giurisprudenza ed in Lettere all'Università di Napoli.
    Avvocato, poeta, scrittore, pubblicista, fu Direttore dei Bollettino di S. Maria di Vallata e Ispettore onorario della Sovrintendenza di Salerno.
    Fu appassionato raccoglitore di canzoni popolari, indovinelli, proverbi, detti, pubblicati sul Bollettino Bimestrale di Milano dal giugno 1922 al febbraio 1923 e sul Folklore Italiano ( Napoli - Catania ) nel dicembre 1925 e riproposti nei suoi " Scritti Vari "del 1929.
    Morì in solitudine, in Vallata, il 9 maggio 1954. Quanto all'indirizzo artistico seguito, il Pavese così si espresse nella dedica di una sua fotografia " Classico prima, poi.. futurista; se occorre, anche romantico; tutto, però, a mio modo ".
    La sua prima raccolta di poesie dal titolo Prime liriche, edita a Napoli è dei 1903. E' divisa in tre libri: libro 1, Intime; libro 11, Traduzioni da Orazìo - Epopea garibaldina; libro III, Distici ed altri ritmi.
    La seconda raccolta, Nuovi versi è del 1923. In tutte e due le raccolte sono privilegiati temi quali la contemplazione della natura, l'amore, la morte. Tuttavia le poesie non sono tutte uguali tra loro, in quanto l'autore esprime sensazioni e sentimenti in relazione al suo modo di pensare, alle sue convinzioni, all'ambiente in cui è vissuto.
    Le liriche dei Pavese appaiono sinceramente ispirate, anche se a volte risultano appesantite dal ricorso ad immagini classicheggianti. Tra le tante, ne cito alcune che dimostrano l'evoluzione del poeta nella concezione dell'amore e della natura.
    Ne'l rígore de l'inverno è un componimento di evocazione apocalittica, in cui l'inverno è descritto con una lucida e tragica realtà. L’occasione è molto semplice:
una giornata d'inverno gelida, tempestosa; una tranquilla e calda casa borghese nella quale " il poeta egoista ...... esteri vini beve, mentre il ventre gonfio ballonzola su la poltrona: e dà fumo la pipa, come un camino acceso". Ma in questo quadro irrompe un grido di protesta contro " l'impassibile neve" che il poeta non loda perchè un uomo laborioso soffrirà la fame e il freddo in una squallida casa. Il grido di protesta nasce dalla contemplazione della desolazione, dell'immagine della distruzione e fine di una casa nella quale " orrenda tragedia si svolge: la madre, di pari priva, muore lattando il figlio". Un naturalismo minuzioso, deserittivamente indugiante, ma anche crudele evocazione non priva di una sua amara e feroce ironia nella risoluzione dell'apocalisse in un'immagine di paesaggio invernale.
 

In quella casa mesta, orrenda tragedia si svolge
la madre, di pan priva, muore lattando il figlio.
Livida la carne che male ricoprono i cenci,
giace su nuda paglia con gli spioventi crini.
La faccia smunta un languido pallore opprime:
il giovin occhio smorto non manda più bagliori.
La tosse ed il rantolo di morte le scuotono il petto,
manda la bocca esangue lurida bava verde.
Con le dita il poppante rifruga l'esausto materno seno
: mesta essa il guarda, a sè lo stringe invano.
Cadon lente le braccia di morte il languore la invade,
mentre affamato il figlio ancor la poppa cerca.
Sol nella casa muta de'1 bimbo il vagito si ascolta
mentre vien giù tranquilla l'impassibil neve
(vv. 27-40).
 

    Non sempre la natura esprime una crudele evocazione di un'orrenda tragedia. Può essere occasione per rievocare anche l'amore.
    Canto di primavera evoca l'inizio della dolce stagione, quando il gelo lascia il posto a un vento nuovo, pieno di promesse. Nei rami degli alberi si avverte già l'urgere un po' eccitato e folle della linfa del nuovo cielo di vita dopo il lungo sonno dell'inverno.
 

Anche il cuore del poeta si riem.pie di una luce serena.
Or in aprile è bello nascer, tr'faggi, amore
: schiudi la rosea bocca che serra l'aroma dei baci,
apri le braccia languide a'1 mesto tuo poeta.
Ei per te rinascere di,vita i sorrisi in cuor sente,
sente fluire il sangue, dolce - ne l'arse vene.
 
 
V'íeni di baci avida; a'1 petto suo strinngiti forte
, forte come l'edera, premi il suo capo a te.
Porgeranno l'erbe il talamo fresco, nuziale,
canteranno gli usignoli a'1 nostro amore rinato.
(vv. 21- 29).
 

    Ma la bellezza della stagione e della natura non serve a nulla senza l'amore, e l'amore stesso, finita la giovinezza, è più nulla. Questa è la sentenza, un po' amara, dei poeta.

 

In giardino
Bello è l'aprile; o vaghe ninfe amiamo-
Mormora l'acqua e dice - Se battono, i cuor son tristi,
Sia Amor tuo dio, mentre bellezza arride-.
Il mio pensiero cinge la persona leggiadra, e dice:
Breve è la vita; facciam la pace, amiamo.
(vv. 50-54 ).

 

    Ed è ancora il terna dell'amore che predomina nella raccolta Nuovi Versi. Amore, però, non è soltanto un omaggio che l'ingegno rende alla bellezza; è anche palpito, fremito dei corpi e d'animi.

 

Le Belle
Le ebelle sono sempre la mia pena,
son quelle che mi dan maggior tormento;
lo sguardo loro il mio spirto incatena
e lo dibatte come foglia a'1 vento.
(vv. I - 4).

Come in sogno
volgio l'amor fremente e palpitante,
che l'estasi mi dia e il dolce incanto.
Voglio l'amor, la vita intera, io voglio
il caldo sangue e il riso de le belle
(vv. 41- 44 ).

 

    Oltre le raccolte poetiche sopra menzionate, il Pavese pubblicò Scritti vari.
    In quest'opera sono raccolti gli scritti pubblicati su vari giornali e riviste provinciali, regionali e nazionali: recensioni, novelle, cronache regionali, discorsi.
    Tra le recensioni, interessante è quella sui poeti d'Irpinia. Su Carmelo Errico, di Castel Baronia scrisse:
Canta armoniosamente l'amore ed i dolci affetti familiari di sposo e di padre; e una nota di dolore domina nei Convolvoli, specialmente nella Capinera che fa ricordare il Passero Solitario del Leopardi; da cui Carmelo Errico differisce anche perchè, nel suo dolore rassegnato, mite e semplice, non accusa, non si ribella, non impreca alla natura, al fato, alla divinità".
    Tra i Discorsi, secondo me, è importantissimo quello pronunziato il 15 maggio 1927 in occasione della Festa del Libro, in Avellino. il Pavese ripercorre a grandi linee la storia dell'Irpinia, ponendo l'accento soprattutto sulle oper degli scrittori irpini " non solo moderni, ma anche recenti".
    Nell'epoca in cui i nuovi mezzi di comunicazione uniformano e spersonalizzano gli individui, spingendoli a condividere gli stessi modelli culturali e comportamentali, ritengo opportuno riportare quanto pensava del libro don Tommaso, che tanto lo amava.

"Il libro, per essere utile, come scrive il Giusti, dovrebbe innanzi tutto, per quanto più può, rifar la gente. In caso diverso è men che niente. Rifarla intellettualmente o moralmente; istruirla, insomma, o educarla; essere diretto alla mente e al cuore. Rifare, formare uno spirito nuovo nel popolo cui è indirizzato. Deve essere peri genitori il cibo intellettuale e morale, che dovrà nutrire e far germogliare la nuova progenie futura ".

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