Le pietre “parlanti”. Umili e sconosciuti documenti della nostra storia “minimale”. La “pietra miliare” di “Vico II del Gallo”. - Prof. Rocco De Paola

Le pietre “parlanti”.
Umili e sconosciuti documenti
della nostra storia “minimale”.
La “pietra miliare”di “Vico II del Gallo”.
A cura del Prof. Rocco De Paola
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      Neglette in reconditi recessi, ignorate dai radi viandanti, vilipese “dall’insultar de’ nembi e dal profano piede del vulgo”(1), che le erodono incessantemente, fino a sbiadirne le scritte, le pietre continuano, nonostante tutto, a parlare alla mente e al cuore di coloro che ne sanno ascoltare la flebile voce. Tale è l’ignominioso destino di una “pietra miliare”, scoperta per caso dall’esimio prof. Severino Ragazzo * e a me, poi, segnalata. Essa giace, da tempo immemore, in una stradicciola del nostro devastato “centro storico” contrassegnata come “Vico II del Gallo”(2), in anfratti dell’acciottolato. Oggi ne è visibile un frammento non molto grande, di forma irregolarmente quadrangolare, di cm 19 sul lato lungo e cm 14 su quello più corto. Un secondo frantume più piccolo (di cm 11,5 X cm 6,5) è stato da me individuato poco più oltre, in modo fortuito ed inatteso, durante una ricognizione sul posto.




      Nella prima riga del pezzo maggiore (vedi foto) vi è una “M” ben visibile, con accosto dei segni residui di una “A” seguita da un segno rettilineo che potrebbe essere un “I” o una “T”. Nella seconda riga, si legge “SETTRE”, con la R e la E finali in carattere più piccolo, che, secondo una convenzione consolidata, segnala una lacuna. La parola va senz’altro integrata in “SETT(anta)TRE’”, raccordandosi logicamente con “MIGLIA” della riga immediatamente successiva, che si legge in modo chiaro e distinto. Nella quarta riga si nota un “T” assolutamente indecifrabile, poiché la pietra, come già si è detto, ci è pervenuta mutila. Al centro è incisa una freccia bidirezionale, a voler indicare che si poteva procedere indifferentemente nell’uno o nell’altro senso. Considerando che essa si trova in una posizione equidistante dai margini della lapide, è possibile ipotizzare che sul lato sinistro delle tre righe superstiti vi potessero essere, in origine, almeno altre due lettere. Ma nulla è possibile congetturare su di esse, in mancanza di un qualche indizio utile. Il secondo spezzone presenta una “O” ed una “S” al primo rigo e tre lettere al secondo rigo, una “P” ed una “I”, mentre la terza lettera dovrebbe essere verosimilmente una “A”, di cui si nota solo la parte apicale. La difformità dei profili dei due frammenti non ci consente di poterli accostare in modo da dare un senso alle lettere disconnesse. Tutti i grafemi sono scolpiti in sezione triangolare (3), o cuneiforme, secondo i dettami della tradizione classica della scrittura lapidaria(4), anche se il solco non è molto profondo. Essi, inoltre, hanno una certa uniformità sia nel senso della larghezza (cm 2) che in altezza (cm 3), indubbio segno della perizia tecnica del lapicida. Le lettere sono ben allineate fra di loro sia in orizzontale che in verticale, con spazi adeguati fa l’una e l’altra. I caratteri sono piuttosto sobri, ma non difettano di eleganza. La “M”, ad esempio, pur discostandosi dalla forma canonica codificata nella scrittura monumentale, in cui le aste laterali, pur con qualche rara eccezione, appaiono divergenti e la parte cuspidale cade esattamente sulla linea inferiore di esse(5), si presenta come un modello di classica eleganza ed armoniosa nella proporzione delle varie parti. Anche la “E” si discosta dai canoni della scrittura lapidaria classica, in quanto la linea mediana è leggermente più corta delle altre due linee parallele, inferiore e superiore, contrariamente a quanto si nota generalmente nei monumenti, in cui tutte e tre le linee sono della stessa lunghezza(6). La lettera “G” mostra qualche tratto che denota un maggiore impegno “tecnico” da parte dell’ignoto artigiano, come la sua curvatura non perfettamente circolare, ed è l’unica che nel margine superiore esibisce una “grazia” appena accennata, non si sa se intenzionale o del tutto casuale. Le due “T” che compaiono nel frammento maggiore hanno la linea superiore leggermente più sottile rispetto alla linea verticale del “corpo”, mentre l’unica “L” ha le due linee della stessa lunghezza. Le due “S” del pezzo maggiore e di quello minore sono tecnicamente ineccepibili, così dicasi dell’unica “O” che compare nel secondo frantume. Per quanto riguarda le tre “A”, per quel che ci è dato constatare dall’osservazione dei residui monconi, la linea mediana cade esattamente al centro della lettera.
      La “tabula scriptoria” è in marmo e si distingue nettamente dalle contermini pietre più vili. Inoltre, dall’esame del suo spessore e dalla conformazione si evince che un tempo essa si trovava sul cantone di un muro per fornire probanti indicazioni ai viandanti circa la direzione da intraprendere e la distanza che intercorreva con una località di cui non v’è, purtroppo, il menomo indizio per l’eventuale identificazione. Per quanto attiene la provenienza della lapide si possono formulare solo delle ipotesi. Comunque, considerando che il vicolo è lastricato in pietra locale, in quanto il materiale lapidario utilizzato proveniva, con tutta probabilità, dai greti delle “fiumare” che scorrono a valle, la “pietra miliare” sarebbe stata repertata a Vallata o negli immediati dintorni del paese. La pavimentazione della stradetta è stata realizzata non meno di un cinquantennio fa, per cui i due frammenti sarebbero stati collocati, tra l’altro pietrame, proprio in concomitanza di quei lavori. L’avvedutezza dei “magistri vialicii”, che all’epoca provvidero a cementarli tra le connessure del selciato lasciando scoperte le lettere verso l’alto, ci consente, oggi, di proiettare un qualche sia pur tenue barlume su una parte minore della nostra storia ma che comunque ancora desta il nostro interesse. La distanza in miglia segnata sulla lapide ci riporta ad un periodo storico in cui non si era ancora affermato il Sistema Metrico Decimale, che, come è noto, si impose nell’ex Regno delle Due Sicilie solo nella seconda metà del secolo XIX(7). Pertanto la nostra lapide va riportata ad un’epoca anteriore all’anno 1875, quando il nuovo Regno d’Italia aderì sollecitamente alla “Convenzione del Metro”
(8), che uniformò ed estese a tutta l’Italia le misure che tuttora sono in uso, pur se gli usi locali perdurarono in talune zone, come del resto è avvenuto anche nei nostri territori. Ancora oggi termini come “tomolo”, “mezzetto”, “misura”, “canna” ed altri sopravvivono nel linguaggio comune. Le settantatré miglia indicate sulla lapide, tradotte nel vigente sistema metrico, ci dà la misura di 108 chilometri circa, che forse segnava la distanza intercorrente con la capitale del Regno, ovverossia con Napoli.
      Concludendo, le certezze relative alla “pietra miliare”, alla luce di quanto si è detto, sono davvero esigue. Tuttavia le ipotesi formulate hanno fondamento su dati oggettivi desumibili dalle informazioni fornite dal testo stesso. Un primo elemento incontestabile è quello attinente la funzione della pietra, documentata dalla parola “miglia”, misura lineare vigente fino alla seconda metà del XIX secolo. Un ulteriore elemento di certezza ci è dato dalla precisa indicazione della distanza ricavabile dal numero scalpellato nella seconda riga. Sulla possibile meta, che in origine certamente era indicata sulla lapide, si possono formulare solo delle congetture. Ma non appare inverosimile che la città distante settantatré miglia da Vallata sia proprio la capitale dell’ex Regno delle Due Sicilie.
      Ecco, allora, come un umile e del tutto ignorato documento materiale può concorrere a disvelare aspetti sicuramente secondari della storia del nostro paese, ma non pertanto meno interessanti, per noi comuni mortali, dei fatti e degli eventi maggiori accreditati e certificati dalla storiografia paludata.

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• Il mio doveroso e commosso omaggio va alla memoria di Severino, amico di una vita, inopinatamente scomparso di recente.
1) Ugo Foscolo “Dei Sepolcri”, vv. 37-38.
2) Vedi, in proposito, il mio articolo “Vallata e il simbolo del gallo: un rapporto enigmatico” in www.vallata.org., “cultura” e “articoli”.
3) Emil Hübner, Exempla scripturae epigraphicae latinae, Berolini, apud Georgium Raimerum, MDCCCLXXXV, pag. XXXI.
4) Idem, ibidem, “His igitur instrumentis, malleo fortissimum et scalpro, quadratarius litteras ita insculpsit, ut sulcum efficeret formae triangularis non oblongae nec rotundae. Cuneatim igitur, ut brevi dici potest, non quadratim nec circulatim”.
5) René Cagnat, Cours d’épigraphie latine, deuxiéme édition, Paris, éditeur Ernést Thorin, 1890, pag. 18.
6) Idem, ibidem, pag. 14.
7) Aldo Russi e Paolo Vigo, Dall’antropomorfo all’universale: l’evoluzione dei codici delle misure nella storia italiana. Dipartimento di Meccanica, Strutture Ambiente e Territorio (DiMSAT) Università degli Studi di Cassino,s.d.
8) A. Russi e P. Vigo, op. cit., pag. 1. Il Sistema Metrico Decimale, già affermatosi in Francia ed in altri paesi europei da alcuni decenni, fu esteso al Regno di Napoli nel 1809, per merito del nuovo sovrano Gioacchino Murat, succeduto al cognato Giuseppe Bonaparte nel 1808. Nel 1840 re Ferdinando II di Borbone, con il decreto dell’8 Aprile tentò di restaurare le vecchie misure antropomorfe, cercando di uniformare i diversi sistemi di misurazione che vigevano nelle varie regioni del Regno delle Due Sicilie.

L’editto di Ferdinando II, da A. Russi e P. Vigo, op. cit., pag. 7.

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