EROI GLORIA D'ITALI - Tommaso Mario Pavese - Caporetto.

5.- Caporetto.

        Ma vennero intanto, prima della vittoria, i giorni tristi: una grave sventura sembrò abbattersi sull'Italia: Caporetto ! Avevo detto il giorno innanzi ai miei pochi uomini: Se è nobile e grande il compito de' soldati nell'offensiva, è tanto più nobile e grande nella difensiva, allorchè si tratta di difendere il terreno che i nostri compagni precedenti conquistarono, consacrandolo col bagnarlo del loro sangue. In altri casi, no; ma quel giorno avrei forse fatto fuoco sui miei soldati, se essi avessero mancato al loro dovere. Mai come allora sentii la responsabilità dell' esempio che dovevo dare - ai miei dipendenti. Però, non so bene come, sembrò che, in quell'infausta circostanza, anche i duci migliori avessero perduto la loro buona stella o... la testa. Quel doloroso caso avvenne forse perchè non si previde un' offensiva in così largo stile: forse per inettitudine di capi: forse per un malcontento diffuso nell'esercito, a motivo di ingiustizie avvenute al fronte, come nell' interno, specialmente riguardo alle licenze ed al cambio dei reggimenti in linea: forse per tutte queste cause insieme, che le varie relazioni ministeriali e particolari hanno messo in rilievo: certo è che, neanche a Caporetto, il valore italiano venne meno, perchè vi fu una disgrazia, un errore, più che una sconfitta. Forse perchè l'artiglieria non protesse sufficientemente le nostre linee e le nostre truppe, come afferma in un suo libro il generale Capello; forse per la mancata resistenza di alcuni reparti e perchè la nebbia impedì ai nostri artiglieri di eseguire tiri giusti, come afferma in altre pubblicazioni il generale Cadorna; certo, così pertanto il nemico si aprì due brevi varchi da Tolmino e dalla Conca di Plezzo, e dilagò nella pianura veneta, senza che potessero correre a riparare la veemente irruzione seconde valide linee di difesa nostre, perchè... non ve n' erano od erano molto lontane.
        Saltati in aria i ponti su grandi fiumi, gran parte delle nostre truppe fu pertanto tagliata, dal corso dell'Isonzo e da altri accidenti, fuori combattimento. Tuttavia so con certezza, per averlo visto e per avervi assistito direttamente, e per averlo sentito anche da molti prigionieri che, dove i nostri potettero dare ed aver battaglia senza frapposizione di ostacoli, venendo da vicino alle prese col nemico, là le nostre tradizioni di valore e di coraggio furono salvo casi eccezionalissimi ---- mantenute, e confermate e dichiarate poi dai bollettini dello stesso nemico.
        Del resto, la disgraziata sconfitta di Caporetto fu completamente lavata dalla nostra eroica resistenza sul Piave, e specialmente poi dalla battaglia che culminò a Vittorio Veneto, in cui, riproducendosi un complesso di circostanze in gran parte analogo a quello in cui ci trovammo noi a Caporetto, con l'aggiunta di una miseria e di una fame indilazionabile a carico del nemico, questo, stanco dalla guerra, oppresso dalla fame, dovette abbandonarsi, spesso senza combattere, a precipitosa fuga, o cader prigioniero.
        Dunque, anche quando li colpì la sventura, i soldati italiani, da Trento al mare, fecero sempre il loro dovere; ed il loro eroismo che, ripeto, una posteriore sciagura o disavvedutezza non potè appannare, va specialmente rilevato ne' primi anni di guerra, allorchè, in più di dodici notevoli sanguinosissime battaglie, riscossero la vittoria, valicando di gran tratto i confini ed i formidabili baluardi dei nemico, che era allora nel completo rigoglio delle sue forze, e ben più addestrato di noi, per lunghissima preparazione, alle armi.

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