Vallata è nata da Vico? Fu parte di Vico? (Trevico) - Don Arturo Saponara - Arciprete di Vallata

Vallata è nata da Vico?
Fu parte di Vico?

Don Arturo Saponara
Arciprete di Vallata

PERGOLA AVELLINO

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        L'Avvocato Tommaso Mario Pavese così scrisse circa l'origine di Vallata: «Siccome un istrumento del 1096 si trova sottoscritto da Pandolfo di Vallata, qualcuno, da questo nome di origine longobarda, ha voluto arguire che i longobardi avessero fondato il nostro paese. Ma una tale supposizione va accettata con riserva, e si può ritenere antecedente la sua fondazione considerandola quasi come coeva colla vicina, anzi contigua Trevico ». E aggiunge: « Forse, perchè Vallata, era parte di Trevico, un nostro monastero di Benedettini fu nel '526 restaurato da tal Bernardino da Trevico » (1).
        Quest'ultima frase del Pavese deve avere incoraggiato l'Anonimo, che nell'articolo « La verde Irpinia - Trevico » apparso su un quotidano (del quale ignoro il titolo e la data, perchè non contenuti nel tagliando che mi fu offerto, pubblicava, fra l'altro, i due seguenti periodi :
        «Da Trevico medievale, gli altri paesi della Baronia (2) ebbero origine, staccandosi man mano che un cospicuo numero di abitanti li rendesse capaci di reggersi da soli e diventare comuni, o le vicende politiche li attribuissero a questo o a quel Signore. Così sorsero Castello, Vallata, Carife, S. Sossio, S. Nicola, Flumeri, Zungoli e, ultimo, nel 1818 Anzano degli Irpini, ora aggregato alla Provincia di Foggia» (3).
        Qui, come ognun vede, si ha una affermazione categorica: Vallata è nata da Trevico... Ora qual Vallatese, io mi domando: Il mio paese è nato veramente da Trevico? Fu parte di Vico?
        La risposta è spontanea: Se Vallata fosse figlia di Vico (oggi Trevico) avrebbe comune con questa l'origine, il carattere, il dialetto, la pronunzia, o per lo meno, fra queste caratteristiche si rileverebbe una certa qual affinità, e questa manca assolutamente; dovrebbe esserci una tradizione... Invece:

I.

        Fra Trevico e Vallata v'è spiccata diversità di origine. Vico (attuale Trevico) secondo il Giustiniani, fu fondata dai superstiti dell'antica Trivicum, distrutta dai barbari, o dai terremoti (4). Iannacchini e il Corcia (5) ritengono che sia stata fondata su quel culmine, forte per sua natura e adatto alla difesa, nel tempo in cui i Saraceni infestavano le nostre contrade, (è ancor viva in Vallata e nei paesi vicini la locuzione « Saraceni di Trevico ») ed anche perchè la sua costituzione geologica offriva maggior resistenza ai terremoti.
        Vallata, invece, secondo il Giustiniani, il Trivero (6), Mons. Iannacchini, il Pennetti (7) ed altri, è di origine longobarda. Ma più di costoro fa autorità l'insigne geografo Francesco Costantino Marmocchi, (1805 +58) autore del « Corso di Geografia Universale» che afferma e stabilisce: «Vallata è di origine longobarda».

II

        Diverso è pure il movente per cui le due borgate sorsero. Vico sorse per ricettare i profughi, scacciati dalla valle dai barbari, dai terremoti, da altri fenomeni tellurici, che ancor oggi si ripetono alle falde del monte (ricordiamo quello recentissimo e di non vaste proporzioni dell'aprile 1958); Vallata attuale —cioè la longobarda — non nacque per i bisogni d'una piccola Comunità, ma per esigenze d`mportanza statale — motivi strategici — e precisamente per guardare e difendere quel punto obbligato di passaggio, costituito dallo spartiacque, che a piè dell'abitato, si stende tra le valli dell'Ufita e del Calaggio, via naturale che: unisce la pianura Campana al Tavoliere, il Tirreno all'Adriatico.
        Fu « oppidum » (luogo fortificato) fin dal suo nascere. Ebbe, quindi, il Castello, e se ne vedono copiose tracce nel palazzo degli Eredi Laurelli; ebbe alte e forgi mura, con quattro porte (8), fossati e rivellino.
        Ciò esclude in modo assoluto e categorico quel lento, progressivo raggruppamento di case e di famiglie che secondo l' Anonimo avrebbe originato Vallata.
        Nate per cause e necessità diverse. Vico e Vallata ebbero destini diversi, storia diversa, sia ecclesiastica che civile.

III.

        Il carattere dei Vallatesi è del tutto diverso da quello dei Trevicani. Non v'è, tra essi, affinità alcuna. I Vallatesi sono impulsivi, fieri, spesso temerari, e di tal carattere troviamo, nella Storia, ampia documentazione.
        Infatti :
        1) Nel 1199, allorquando Marcovaldo di Anvveiller, lieto pel molto denaro ricevuto dagli Avellinesi per aver tolto l'assedio alla loro città marciò su Vallata, sperando impinguare la sua borsa, i Vallatesi gli chiusero le porte in faccia. Confidando nella lor perizia di arcieri dal braccio fermo e dalla mira infallibile, si armarono e, al suono della, «campana d'armi», corsero sulle mura per ricevere i Tedeschi come si meritavano. (Ricc. da S. Geramno Di Meo, Giannone). L'oppidum fu espugnato e saccheggiato (9).
        2) I Vallatesi godevan fama di arcieri valenti. Fuori Porta, del Torello, da tempo immemorabile, essi si esercitavano a colpire un bersaglio che probabilmente doveva aver la forma d'un piccolo toro (torello).
        Tale addestramento costituiva una gara, «un giuoco » scriveva nel 1749 il Sac. D. Domenico Antonio Mirabelli, uno sport diremmo oggi, una festa. Il giuoco aveva i suoi «gradi» (punteggio) e, senza dubbio, i vincitori venivano portati in trionfo, tra scroscianti applausi.
        Particolare era inoltre il modo con cui essi adoperavano il « saiettale » (arco) ed il giuoco, da Vallata, sempre secondo il manoscritto del Mirabelli, si diffuse in varie parti del Regno.
        E' per questo che i Vallatesi, nel loro stemma comunale, vollero che, con le rose e le spighe di frumento, campeggiassero le frecce.
        3) Nel 1495, l’audacia vallatese sorpassa ogni limite. Insulta villanamente e malmena personaggi d'importanza, guerrieri di professione, inviolabili, perchè si presentano per ambasciatori del Re e del vincitore di Fornovo Francesco Gonzaga Marchese di Mantova! Era una sfida clamorosa alla Maestà del Sovrano e al Condottiero Mantovano!
        Si penserà che lo spirito di campanile mi faccia inventare questo doloroso episodio; ma se tale spirito avessi, sarei tentato a tacerlo, e lo tacerei, se la verità non mi spingesse a ricordarlo! Con una sassata, i Vallatesi, fanatici sostenitori della causa francese, sfregiarono il viso a Soardino, paggio del Gonzaga; poi, tesi gli archi « con crudeltà villanesca » ferirono Alessio Beccaiuto (certamente personaggio d'importanza, se un illustre Istoriografo ce ne tramanda il nome), il Grasso, Capitano di squadra; Luigi Alvaro, Capitano di fanteria scelta!
        Era una provocazione gravissima, meritevole d'un forte castigo.
        Consci del lor fallo, i Vallatesi attesero il nemico sulle mura. Non li inviliva la schiacciante superiorità qualitativa e quantitativa degli avversari spiranti ira « magna vi atque ira militum ». Si batterono ostinatamente, decisi a vincere o a morire. Vincere non potevano certamente, e morirono. I superstiti, percossi brutalmente, furono dai soldati trascinati fuori le mura per la consumazione del divisato eccidio. Non tremarono; non implorarono perdono. Sulle mura e per le vie s'erano difesi con le armi, coi pugni, coi denti; vinti e legati, morirono fieramente, sputando in faccia ai loro carnefici. Furono tagliati a pezzi (10) La località, pel gran pianto che vi si fece, prese il nome di « Chianchione » ed è per quanto di sopra s'è detto, che, i Vallatesi, nel loro stemma, comunale vollero che con le rose e le spighe vi campeggiassero due frecce.
        Ma non è solo in guerra che i Vallatesi mostrarono tanta fierezza: nei libri parrocchiali di Vallata si rinvengono, nei secoli XVII e XVIII specialmente, notizie di numerosi fatti di sangue. Tutto ciò, dimostra alla evidenza che i Vallatesi discendono da guerrieri.

IV

        Il dialetto, l'accento, la pronunzia dei due paesi nulla hanno di comune o di affine. La singolare pronunzia dei Vallatesi è, per i Trevicani, oggetto di dileggio : « Lingue storte di Vallata » dicono.

V

        E, il perpetuo antagonismo dei due paesi, non richiama alla mente e lotte fra i due oppidi, quando, immancabilmente, tra castello e castello e paese e paese nascevano delle contese che si decidevano con le armi? Presenziate a una gara di calcio, nel campo sportivo di Trevico: vedrete subito la netta vicofobia dei Vallatesi.
        Se Vallata mosse nata da Vico, la cosa sarebbe stata ricordata, tramandata da padre a figlio: vi sarebbe necessariamente una tradizione pacifica in ambedue i comuni non solo, ma anche nei limitrofi e, la Storia dovrebbe farne cenno o, comunque, lasciarne almeno qualche traccia, anche minima e indiretta. Invece, nessuna, traccia, neanche un'ombra di tradizione, nessun accenno negli storici, nessuna notizia di servitù, o di vassallaggio prestato a Vico dai Vallatesi, e più tardi... a Trevico, mentre si sa — per tradizione — che, S. Nicola e San Sossio Baronia — frazioni vicane — dopo il distacco dal paese di origine dovettero, per lungo tempo, mandare a Trevico — e due volte alla settimana ciascuna di esse — due uomini provvisti di ramazze, per spazzarne le vie, di modo che, Trevico aveva abbondanti spazzini settimanali gratuiti. Da ciò si desume che, la Città di Trevico, con fierezza e metodi feudali metteva in rilievo la sua maternità, per ricordare ai figli emancipati il IV Precetto del Decalogo. Ma, a proposito di Vallata, l'autoritaria madre non ha potuto esercitare tal diritto, perchè sapeva di non averlo: lo riconobbe solennemente — come vedremo – e tale riconoscimento appartiene alla Storia.
        Era, adunque, ben motivata e ben fondato, nei nostri vecchi, la certezza della originaria indipendenza del loro borgo natio.

* * *

        La questione che Vallata abbia fatto parte di Vico, fu discussa fra me e il povero Tommaso Mario Pavese, deceduto il 9 Maggio 1954 nella desolante solitudine in cui s'era cacciato. Confondendo la Trivicum Oraziana con la Vico medievale, egli credeva procurare a Vallata il vanto della Romanità, facendola parte di essa. Romanità che avrebbe potuto provare direttamente, con le innumerevoli orme che Roma ha lasciato nel suo territorio.
        « Io l'ho detta coeva di Trevico — mi disse — e questo non tange la sua originaria indipendenza, anzi l'afferma. Ho scritto « parte » ed è tutt'altra cosa e con un « forse ». Fu allora che, su « Il Popolo di Roma » del venerdì 4 Gennaio 1935 (ottava edizione) affermai la perpetua indipendenza di Vallata, e il silenzio del Pavese, di conosciuto carattere puntiglioso e collerico, prova che la sua onestà non gli permise dì sostenere quello che, del resto, aveva scritto — come mi fece intendere — senza la dovuta riflessione.
        Ora, esaminiamo la questione con severa, obiettività e con i documenti alla mano. Il semplice fatto che Bernardino da Trevico restauri il monastero di Vallata, può mai provare o far pensare che questa fosse «parte di Trevico? ».
        E' semplicemente puerile. I frati, — come tutti sanno — aggiungono al nome preso nella professione religiosa quello del proprio paese, e di solito non hanno in esso residenza. Non si può dire che Vallata abbia fatto parte di Vico, solo perchè un Religioso Trevicano vi restaura un monastero del suo Ordine, come — per esempio — non si può immaginare che Nola — nel 1394 — appartenne a, Vallata, perchè il Vallatese Don Guglielmo Pali, — Priore del Goleto — in quell'anno vi edificò il Collegio della SS. Annunziata.
        La data del fatto è recente —1526 — e, tutti sappiamo, con certezza tale che esclude ogni dubbio che Vallata, in quel tempo era una Universitas (Comune). Come tale, nel 1484 (cioè 42 anni prima del restauro del Convento) ebbe in dono dal Re Ferdinando 1° d'Aragona la Difesa, di Mezzana, con un diploma confermato nel 1530 (4 anni dopo il restauro) da Carlo V (Processi della Camera Feudale Vol. 549 - 4° - 319 fol. 87).
        Non mancano prove più antiche. Nel 1240, Vallata era già una Università e, come tale, dovette concorrere alla custodia e riparazione del Castello di S. Agata (di Puglia) insieme ad altre Università, quali Gesualdo, Paterno, San Mango, Frigento, Vico, Flumeri, Zungoli, Bisaccia, Lacedonia, Rocchetta S. Antonio, Monteverde, Carbonara (oggi Aquilonia), Morra, Savignano e Greci (11). Ne consegue quindi — e in modo assai patente ed inequivocabile — che, se Vico e Vallata concorrono a tali spese individualmente, cioè ciascuna in proprio nome e conto, esse nulla hanno di comune; che Vallala non è frazione di Vico, ma che a questa, è uguale, e sta alla pari con essa, con Frigento, Bisaccia, Lacedonia e Monteverde, borgate aventi Cattedra vescovile.
        Noti l' Anonimo articolista, che in questo documento non si fanno i nomi di Castello, S.Nicola, San Sossio Baronia e Anzano, perchè non erano ancora Università. Pel contrario, con Vallata, citano Flumeri e Zungoli, perchè lo erano e — come tali — concorsero, con denaro proprio, alla custodia e riparazione dell'importantissimo Castello di S. Agata.
        Secondo Storici e Cronisti insigni (Di Meo, Giannone, Riccardo da S. Germano...) Vallata rifulge di luce gloriosa nel 1199, allorchè i suoi terrazzavi (abitanti) si batterono da leoni, sulle sue mura, con le schiere agguerrite di, Markvald di Anweiller. Prevalse l'imponente e schiacciante forza tedesca. Fu espugnata (vi cepit) saccheggiata, data alle fiamme. Vico non compare non si muove non si menziona, perchè nulla ha in comune con Vallata.
        Vico e l'odierna Vallata — lo noti bene l'Anonimo Articolista, secondo la Storia — quella non fatta di supposizioni e induzioni, ma di autentici documenti, di cui fan fede Storici autorevoli, come il sullodato Di Meo, eletto il « Muratori Irpino » sono rigorosamente coeve. Infatti, Vico — oggi Trevico — appare la prima volta in un documento diplomatico del 1079 (12) (quindi, non nel 1078 di Iannacchini, nè del 1070 del suo Articolo!) e Vallata nel 1096, cioè appena 17 anni dopo. (13)
        E qui, Signor Articolista, facciamo giustizia anche a Flumeri. Questa borgatella nel 1122 era feudo indipendente ed Università. In tale anno, i suoi abitanti si ribellarono a Riccardo (figlio del Normanno Guarino) loro Feudatario, e l'uccisero.
        Il potentissimo Guglielmo —Duca di Puglia — ch'era suo parente, avutone sentore « congregato exercitu, Montem Vicum festinavit ». Assediò Flumeri. La prese, la distrusse e, tra gli altri fece impiccare due preti, i quali avevano promossa e capeggiata la ribellione (14).
        Ha nulla da opporre, l'Anonimo? Non ritengo che, nel suo articolo abbia inteso dar lustro alla sua terra natale, facendola madre di figli che non ha generato.
        Ammetto in lui la buona fede, perchè, avendo Trevico effettivamente dato origine a più comuni, si può, senza volerlo, esagerarne la prolificità, includendo tra i suoi nati chi non lo è (per esempio Vallata, Flumeri e Zungoli) perchè non tutti hanno l'agio, il tempo e l'opportunità di far ricerche serie in proposito, ed anche perchè si difetta di studi — almeno esaurienti — su tanti Comuni.

* * *

        A rigor di logica poi, non è ammissibile che Vallata abbia avuto origine vicana e che quindi abbia fatto parte di Vico, per le seguenti ragioni:
        1° - Nessuno storico l'ha mai affermato, nè ne ha fatto il minimo cenno; anzi, dalla Storia, come abbiam visto, si rileva il contrario. Di Meo (15) e Giuseppe Pennetti (16) la ritengono indipendente nel 1096 — anno in cui compare nella Storia — Ritengono che Pandolfo, per esserne Signore, si sia cognominato Pandolfo da Vallata. Riccardo da San Germano (anno 1199) la specifica « quoddam Casale Apuliae ». Se fosse stato un casale di Vico, l'avrebbe detta « Casale Vici ». L'appartenenza ad una vasta Regione — l'Apulia — è indice chiarissimo della sua importanza e indipendenza: può ritenersi un attestato di queste.
        2° - Vallata non è mai stata ecclesiasticamente soggetta al Vescovo di Vico. Rilievo importantissimo questo! Se civilmente fosse appartenuta a Vico, o avesse, comunque, fatto parte di essa, e specialmente se da essa fosse nata, Vallata sarebbe stata « a fortiori» sotto la giurisdizione del Vescovo Vicano.
        Ne abbiamo un esempio pratico in San Sossio Baronia, in San Nicola Baronia e in Anzano degli Irpini (oggi di Puglia) Quali frazioni di Vico erano sotto la giurisdizione del Vescovo vicano. Diventati comuni autonomi, non cessò la loro appartenenza alla Diocesi di origine, e con questa, nel secolo decorso furono incorporati alla Diocesi di Lacedonia, della quale continuano a far parte.
        Se Vallata. fosse nata da Vico, una volta emancipata avrebbe continuato a far parte della Diocesi originaria, ed oggi, come S. Sossio, San Nicola ed Anzano, come Scampitella e Vallesaccarda apparterrebbe a quella di Lacedonia.
        Un distacco da Vico per un aggregamento a Bisaccia non è possibile, nè ammissibile: se ne sarebbe tramandata la notizia: avremmo una tradizione, la Storia lo ricorderebbe.
        Ciò dovrebbe bastare a provare che Vallata sia nel campo eclesiastico che in quello civile, nulla ebbe di comune con Vico. Fu, adunque — come lo è tuttavia — una Parrocchia della Diocesi di Bisaccia, la quale ha sempre compreso tre sole parrocchie: Bisaccia, Vallata e Morra de Sanctis (Herderis - Konversation Lexicon. Vol. I - Col. 1575).
        Esiguità di rendite e ristrettezza di territorio distinguevano questa Diocesi, per cui, da Leone X fu, nel 1513, unita a quella di S. Angelo dei Lombardi. Tale unione fu sospesa (suspendendo quondam perpetuam unionem alias factam de Ecclesiis Bisacien et S. Angeli Lomb.) ma Paolo la confermò, nel 1540, dopo la morte di Nicola Vulpis Vescovo di Bisaccia (17).
        Concludiamo. ricordando che, Vallata ha sempre avuto tutte le caratteristiche della Terra autonoma: 1) Amministrazione Comunale (Universitas) (18) 2) Governo Parrocchiale (l'annotazione «Liber nonus » segnata su un « Liber mortuorum » ci fa ritenere che la Parrocchia rimonta ad almeno due secoli prima del mille, 3) Castello e mura di cinta in cui s'aprivano 4 porte: Porta del Torello o del Rivellino (il Rivellino è il dialettale « Urlino») Porta del Piano, Porta, Nova o del Tiglio, presso il Castello (19), Porta di Mezzo (20) che a parer mio doveva essere scarsamente frequentata e poco importante; 4) Stemma (che da solo basta a far argomentare l'importanza della borgata); 5) Ospedale (denominato di S. Bartolomeo Apostolo Protettore della Parrocchia).
        Ergo, Vallata può esser certa, e fiera della sua originaria indipendenza.
        E, qui domando venia per essermi dilungato più di quanto avrei dovuto, per dimostrare con più argomenti che Vallata non ha origine vicana. Per risolvere subito, e definitivamente la questione bastava un solo periodo, il seguente:
        Il Comune di Trevico, con deliberazione del 9 settembre 1813, dichiarò solennemente che Vallata non fu mai Casale di Trevico.

* * *

        Obiezione I.
        Vallata. al tempo dei Normanni, fece parte della Baronia di Vico.
        Rispondiamo : Riccardus, filius Riccardi, nel 1187, denunzia i suoi Feudi (demanium suum) come segue:
        « De Vico, cum Contra est feudum IV militum;
        De Fiumara feudum IV militum;
        De Vallata feudum III militum;
        De Sancto Angelo feudum Il militum ».
        Ed ancora:
        « Gualterius (19) tenet de eo Montem Acutum (20) quod est feudum 1 militis;
        Guarinus de Vallata tenet de eo Petram PizuIam, quod est feudum pauperrimum et obtulit militem 1 (unum) » (21).
        Da tale denunzia emerge che, se Contra è unita a Vico, la medesima cosa non si può dire dì Flumeri, che è Castello e Baronia a sè, e vale do solo quanto valgono insieme Vico e Contra la quale era pur Feudo d'una certa importanza, nè Vallata, che valeva ben tre militi, cioè 60 once d'oro, nè di S. Angelo (22) .
        Son raggruppati, questi feudi, solo perchè hanno il medesimo Signore, il quale ha dato a Guarino di Vallata, in suffeudo. Pe tram Pizulam, e a Gualtieri Montem Acutum.
        Si può immaginare che, questi due feudi lontani fossero parte di Vico solo perchè appartenevano al medesimo Signore? Mai più! E lo stesso si deve dire di Vallata e di Flumeri.
        Riccardo II potè raggruppare questi feudi per compravendita, o per forza d'armi, per eredità, o per altri diritti.
        Come ognun vede, l'obiezione non regge. Cade, perchè è lo stesso Signore di Vico (Domin. praedictae civitatis Vici aliorumque castrorum) che distinguendo i singoli feudi, li dichiara indipendenti, uniti « ad personam». Contra pel contrario non essendo indipendente, nella denunzia forma un tutt'uno con Vico: « De Vico cum Contra » (23).
        La comune Signoria, per Flumeri non fu breve.
        Un altro Riccardo (con molta probabilità 3° di questo nome) nel settembre 1230 confermò la donazione fatta dal 1° Riccardo conosciuto, nel 1136. «in Castello n.ro (nostro) Flumari » e, nel 1332 Guglielmo Scotto era padrone d'ambedue le terre. Per Vallata, invece, fu brevissima, perchè, sul 1209, col Diploma che sarà oggetto d'un capitolo a parte, Federico II Imperatore confermò la «Obedientia de Ballate » all'Abate di Montevergine.

        Obiezione II
        In data 9 novembre 1811, dalla Commissione Feudale, nella divisione dei demani di Scampitella e di S. Pietro in Olivola, Vallata fu considerata quale Casale di Trevico, per cui, del demanio di S. Pietro, le furono attribuiti ettari 108,12 di terreno boscoso e 392 di terreno di seconda classe.
        « Favete linguis! E un Tribunale che lo dice: nel 1811, Vallata era un Casale di Trevico! Cosa sosterrete in contrario voi Vallatesi? dirà qualche Trevicano.
        Si risponde: E' semplicemente assurdo che una Università millenaria e di non scarsa importanza, perchè nel 1187 dava una rendita annua di 60 once d'oro, e di non poca risonanza storica perda a un tratto senza che se ne conosca il motivo, in tempi a noi vicinissimi - ex abrupto - la sua indipendenza, diventando Casale, in altri termini Frazione d'una borgata vicina, sia pure insignita del titolo di Città per esser Sede vescovile.
        Cessando d'esser Comune. Vallata avrebbe dovuto perdere automaticamente il suo Sindaco, il suo Decurionato, la Casa Comunale con i suoi impiegati, guardie, Giudice Conciliatore e tutto ciò che è inerente all'Amministrazione Comunale.
        Ciò non avvenne.
        La Commissione Feudale prese un granchio solenne. Fu un « qui pro quo », uno sbaglio, una svista, un involontario scambio di nomi.
        In quel torno, il Comune di Vallata. era pieno di vitalità. Sempre battagliero attraverso i secoli, esso, proprietario di estese contrade, litiga co' propri Feudatari, difende, come meglio può, i propri diritti ed interessi: quelli dalla Collettività.
        Sopraffatto dalla prepotenza feudale addiviene a più Convenzioni, ingoia bocconi amari, ma ne fa ingoiare anche.
        L'abolizione della Feudalità opera di Giuseppe Bonaparte gli fa rizzar la cresta. Denunzia la deprecata Convenzione del 1804 - ultimo boccone amaro ingoiato, colla quale il Duca di Gravina (Orsini) l’aveva costretto a rinunziare ogni diritto di revindica sulla usurpata Mezzana Valledonne ; inizia Presso la Commissione Feudale il giudizio di revindica, e con sentenza del 19 maggio 1809 ne viene reintegrata nel possesso.
        Segue la sentenza del 6 luglio 1810, elle determina la misura con cui il Comune deve staccarsi dal Demanio di Maggiano il terreno aggiudicatogli con la sentenza del 19 maggio 1809 (24).
        Poteva, la Commissione Feudale, dopo appena 16 mesi da questa sua Sentenza ignorare l'esistenza del Comune di Vallata, facendo dell'importante borgata un miserabile Casale?
        E', quindi, e di evidenza solare, un « qui pro quo » un « lapsus calami » E ben lo d mostrò il Comune di Trevico, il quale, nella deliberazione del 9 settembre 1813 sostenne:
        1.) che Vallata non fu mai Casale di Trevico;
        2.) che trattavasi di sbaglio e di scambio col Casale di Anzano; cosa molto evidente perchè il demanio di S. Pietro in Olivola si stende fra Anzano, S.Agata di Puglia e Scampitella ed è lontano e non contiguo al territorio vallatese.
        E', adunque, innegabile e incontestabile l'errore del Tribunale Feudale. Si scambiò Vallata con Anzano, che, in quell'anno era ancor Casale di Trevico e certamente già in lotta con questa pel conseguimento della sua autonomia, che ottenne sette anni dopo, nel 1818.
        La Commissione Feudale riconobbe il suo errore e corse ai ripari, per cui il terreno erroneamente aggiudicato a Vallata (circa 1500 moggi) rimase in possesso del Comune di Trevico (25).

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        (1) T. Mario Pavese - Scritti varii.

        (2) Baronia di Vico

        (3) La pubblicaz. di tale articolo rimonta, con molte probabilità all'autunno del 1942.

        (4) Giustiniani L. Diz. St. ragionato dal Regno di Napoli - Napoli Gravier 1803.

        (5) Iannacchini Topogr. St. dell'Irpinia - Vol. III - Avellino - Corcia. St. delle Due Sicilie - Vol. II.

        (6) Trivero - Corogr. della Prov. di Avellino.

        (7) Pennetti Gius. - Profili storici dei 128 Comuni della Prov. di Avellino Inedito.

        (8) Capitolari (Statuti del Clero di Vallata) - Cap. XXI - Delle Processioni - Istr. del 1604. Arch. di Montevergine.

        (9) Qualche secolo dopo, fuori le mura, tra il Rivellino e la Porta del Torello, dove la pugna dovette maggiormente infierire, venne alla. luce un teschio umano con una freccia ancor confitta in fronte; più tardi, nel medesimo punto, si rinvenne un buon numero di frecce rugginose, reliquie e prove del sanguinoso combattimento (Manoscritto di Don Mirabelli).

        (10) E Vico, Bisaccia, Carife, Lacedonia, S. Angelo e Guardia Lombardi terrorizzati per l'eccidio e la distruzione di Vallata tornarono all'obbedienza Aragonese. (Giovio).

        (11) Pennetti - Winkelmann, pagina 768.

        (12) Di Meo -Annali -Torno IX, pagine 249 e 250.

        (13) Di Meo-Annali-Tomo IX pagina 258.

        (14) Falcone Beneventano - Cronaca - Di Meo Op. citata.

        (15) Di Meo - Op. citata Vol. IX pag. 258.

        (16) Giuseppe Pennetti - Profili St. dei 128 Comuni della Provincia di Avellino.

        (17) Enciclopedia dell'Ecclesiastico - Tomo IV - Napoli 1845. Bibl. sacra dei PP. Richard e Giraud.

        (18) Da « universi cives ».

        (19) Gualterio e Guarino di Vallata sono suffeudatari: tengono il suo

        (20) Montaguto

        (21) Borrelli - Catalogus Baronorum Neapolitano in Regno versantium, alligato al Vindex Neapolitanae Nobilitatis - pag. 30

        (22) Quattro militi equivalevano ad 80 once d'oro, tre a 60 once, due a 40, uno a 20.

        (23) Qual'era il valore di Vico, se Contra aveva pure una certa importanza? Qualcosa che oscilla tra le 40 e le 50 once d'oro!

        (24) Storia del Feudo di Vallata ed origine della Contesa tra il Comune e il Duca di Gravina ex Feudatario per cura di A. Pacia - Prof. di Discipline Filologiche nell'Università di Napoli - Napoli - pei Tipi di Salvatore Marchese - 1883.

        (25) T. Mario .Pavese - Scritti vari.

Nihil obstat quosimus imprimatur

S. Angeli de Lombardis die XI Martii 1961

Can. Vincentius Gallicchio Vicarius Generalis

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