EPISODI DI BRIGANTAGGIO IN ALTA IRPINIA

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI

FEDERICO II



FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA

CORSO DI LAUREA IN LETTERE MODERNE



ATTI DEL PROCESSO ALLA BANDA DEL BRIGANTE

“ CIRIACO LAVANGA” DI TREVICO



ALLEGATO ALLA TESI DI LAUREA

IN

STORIA CONTEMPORANEA



EPISODI DI BRIGANTAGGIO IN ALTA IRPINIA



Relatore                                                                                      Candidata

Ch.mo Prof.                                                                    Antonella Todisco

                                                                                        matr.   ------------

ANNO ACCADEMICO 2005-2006

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IL BRIGANTAGGIO
POST-UNITARIO

 

INTRODUZIONE


      
Briganti erano definiti nel medioevo i soldati di alcune compagnie composte da circa trenta persone armati alla leggera capitanati da un connestabile, che si ponevano al soldo di questo o quel signore. Da qui la consuetudine di denominare briganti coloro i quali in bande si danno alla campagna ed alla foresta per far guerra al governo costituito.
       Nella storia più volte si sono verificati fenomeni sconfinati nel brigantaggio; ci occuperemo del brigantaggio post-unitario.
       L’agosto 1860 vede l’inizio della resistenza anti-unitaria nel Mezzogiorno d’Italia, in conseguenza dello sbarco dei Mille a Marsala.
       Il Plebiscito del 21 ottobre 1860(con il voto esercitato da sole 5.000 persone, a dispetto dei quasi 12.000 votanti) tentava di legittimare la presenza degli invasori, ma ottiene solo una reazione diffusa che scoppiò letteralmente in conseguenza della resa di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto dove le piazzeforti borboniche opposero una fiera ed eroica resistenza.
       I primi episodi di sommosse popolari ebbero luogo in Basilicata ed in Calabria.
       La repressione operata dagli unitari con arresti di massa ed esecuzioni sommarie, fece convergere nelle bande (dette poi masse) uomini di ogni estrazione sociale, civile e militare:
       - uomini che erano stati soldati dell’Armata Reale;
       - coscritti che si rifiutarono di combattere contro i propri fratelli e sotto un’altra bandiera;
       - prigionieri di guerra rimessi in libertà dagli occupanti.
       La stragrande maggioranza era costituita da pastori, montanari e braccianti che rivendicavano la promessa garibaldina di dare loro una terra e tutti si ribellavano all’imposizione di una cultura diversa e contraria ad un “modus vivendi” che esisteva da secoli.
       Moltissime furono le donne che seguirono i loro uomini nella guerriglia dei boschi e nei tranelli preparati da traditori e manutengoli dei piemontesi.
       La troppa corruzione e connivenza che albergava tra i politici, i prepotenti locali ed i nobili latifondisti estremamente contrari alla frammentazione delle loro terre, l’assurdo comportamento di alcuni generali che tradirono il Re Borbone impedendo ai loro soldati di combattere contro Garibaldi fece sì che l’invasione fosse preparata con freddo calcolo, grazie alla complicità di altri stati italiani e stranieri che miravano, esattamente come Cavour, alle ricchezze economiche ed a quelle del suolo meridionale.
       Basti pensare che il Regno delle due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli Stati della Penisola messi insieme. Ciò potrebbe spiegare l’intervento della flotta inglese che impedì a quella borbonica di contrastare lo sbarco dei Mille a Marsala.

 

 

-PARTE PRIMA-

CAUSE DEL BRIGANTAGGIO

CAUSE REMOTE

    Il brigantaggio post-unitario fu l’esplosione di un male profondo ed antico, non fu altro che la manifestazione di quella che si chiamò poi “questione meridionale” e, se prese le mosse dal mutamento politico, ripeteva in realtà la sua origine da una condizione di cose preesistenti.
       Si può dire, quindi, che ci furono cause remote ed immediate.
       Lo stato economico, nelle province dove il brigantaggio raggiunse proporzioni maggiori, era miserrimo.
       Il contadino non aveva alcun vincolo che lo legasse alla terra, la sua posizione era quella del nullatenente, le sue condizioni di vita erano molto dure.
       Su 375 briganti che il 15 aprile 1863 si trovavano nelle carceri di Capitanata, 293 erano braccianti.
       L’economia del Mezzogiorno negli anni ’60 era pessima, la condizione economica dell’Italia Meridionale sotto i Borboni era quasi primitiva; non esisteva la divisione del lavoro e gli scambi commerciali erano ridotti al minimo; nella maggior parte dei comuni circa la metà della popolazione mangiava poco, lavorando duramente.
       Il reddito, quasi esclusivamente agrario, era bassissimo, eredità lasciata dal sistema feudale che nel 1860, soprattutto nel Meridione d’Italia non era ancora stata debellata del tutto.
       Il sistema borbonico aveva favorito l’ignoranza, la superstizione, la mancanza di fede nella legge e nella giustizia; quindi gli avvenimenti del 1860 furono solo un ennesimo episodio di quella storia di prepotenze e di violenze e le popolazioni si sentirono, sin dall’inizio, preparate a nuovi sfruttamenti, a nuove persecuzioni, vedendo il governo piemontese solo come un nuovo usurpatore.
       Era tipico del sistema borbonico creare un antagonismo tra le classi,speculando sull’odio reciproco, si conservava la tradizione dei soprusi dei baroni e delle loro prepotenze e si voleva che il proprietario rappresentasse per il contadino l’antico signore feudale, ciò per far sì che egli si sentisse condannato alla miseria e per far nascere nel suo animo l’istinto alla vendetta contro i “padroni” ed i “galantuomini”.
       Così nel 1860 la rapidità e la fortuna dell’impresa garibaldina, l’ammirazione per il comandante delle Camicie Rosse, le promesse e le illusioni tennero il popolo irrisoluto e stordito.
       Scomparso l’entusiasmo iniziale, mentre la borghesia ancora celebrava il trionfo delle sue ideologie politiche, il popolo, le cui condizioni di vita non erano mutate, riapparve nella profonda disparità delle sue condizioni, vedendo in Cavour e in Vittorio Emanuele, dei settari diabolici e nei piemontesi degli invasori e degli usurpatori intenzionati soltanto a sfruttare l’Italia Meridionale.
       Nella “tradizione classica” il brigante assumeva la figura di “eroe” e di giustiziere, era la personificazione gloriosa e legittima della resistenza armata contro chi tiranneggiava il povero, il rivendicatore della giustizia, di una giustizia selvaggia degli oppressori contro gli oppressori.
       Anche le persone meno “pericolose” del popolo erano certe che il brigante fosse un giustiziere da aiutare nelle sue svariate imprese.
       Nessuna meraviglia, quindi, se la parola “malandrino” invece di essere un appellativo di infamia, era un titolo d’onore e di vanto; se una madre nel chiamare il figlio lo definiva “brigantello mio” e se il generale Crocco per i campagnoli era “Carminuccio”, se accanto al brigante compariva il manutengolismo esercitato, non era una condizione dettata esclusivamente dal timore, ma soprattutto dalla simpatia e dall’ammirazione.

 

CAUSE PROSSIME

 

    L’unificazione dell’Italia fu realizzata sotto la spinta iniziale di uomini che guardavano al fine dell’unità nazionale e che credettero legittima conseguenza di questo processo una giustizia sociale maggiore.
       Garibaldi appena sbarcato in Sicilia abolì i dazi e le imposte sul macinato e firmò decreti per la distribuzione delle terre demaniali, stroncando contemporaneamente le esplosioni di violenza vendicatrice che minacciavano di travolgere la sua guerra di liberazione e di infangare il suo nome.
       Nino Bixio, a Bronte, fucilava in piazza alcuni “ossessi” che si erano macchiati del delitto di “lesa maestà”, come si leggeva nel bando fatto affiggere dal generale garibaldino. La storia dei mesi che seguirono è nota: conquista dell’intero Regno di Napoli, vittoria sul Volturno, dono del Regno a Vittorio Emanuele II°, scioglimento dell’esercito garibaldino, abrogazione dei decreti che potessero nuocere ai privilegi della borghesia, appropriazione dell’erario del Regno di Napoli, incameramento dei beni demaniali e vendita di due milioni e mezzo di ettari di terra, situati per la maggior parte nell’Italia Meridionale, che andarono a finire quasi tutti nelle mani della borghesia, peggiorando le condizioni dei contadini poveri.
       Nel Sud, amministratori che avevano oppresso i contadini e spogliato i piccoli proprietari, si arricchirono tanto da potersi permettere di comperare persino alcuni titoli baronali, e la loro mano sui diseredati fu ancor più pesante di quanto fosse stata al tempo dei loro antichi padroni. L’industria meridionale, non più protetta da dazi, andò in frantumi sotto la pressione di quella più forte e favorita del nord. A ciò si aggiunga il duro fiscalismo imposto dal Governo di Torino con impopolari e gravose tasse alle quali le popolazioni dell’Italia Meridionale, paese povero che pagava poco e proprio perciò sosteneva i Borboni proprio perché permettevano che ciò avvenisse, non erano abituate; la forte antipatia contro la nuova legge del reclutamento militare, che imponeva il servizio permanente di cinque anni nell’esercito nazionale, pur mantenendo l’esoso privilegio, per i benestanti di potersi far sostituire col pagamento di una pesante somma di danaro.
       Quella libertà fatta intravedere con l’Unità d’Italia, ogni classe sociale la sperava dal punto di vista del proprio disagio e del proprio tornaconto.
       I contadini la vedevano nell’abolizione del prezzo del sale e nella spartizione dei beni demaniali usurpati dai signori; i proprietari la vedevano nella diminuzione della fondiaria e nel rialzo dei prezzi dei maggiori prodotti agricoli,ma questo sfruttamento del nuovo ordine di cose non fu possibile e, ai primi entusiasmi seguirono enormi delusioni. I prezzi del pane e del sale aumentarono vertiginosamente, non ci furono elargizioni da parte dello Stato e dei signori, le tasse e le imposte si accrebbero, l’agricoltura e l’industria entrarono in crisi, il nuovo sistema amministrativo con tutta una farragine di nuove leggi, provocò complicazioni e confusione.
       I motivi di malcontento non mancavano e proprio da questo malcontento si avviò nelle classi contadine il fenomeno del “BRIGANTAGGIO”.
       L’adesione dei contadini meridionali al brigantaggio fu quindi una forma di protesta estrema che si generava dalla miseria e che non conosceva altro mezzo se non la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento.
       La fame e la miseria del servo contadino meridionale -aumentate con l’abolizione del feudalesimo-diveniva così insopportabile.
       Si può dire che questo fu il punto focale e la ragione primaria dei moti contadini del Sud Italia.
       Dinnanzi a questo panorama allucinante, Garibaldi insorse con il suo caratteristico impeto. Il 18 Aprile 1861, per la prima ed unica volta si recò in Parlamento: ”Quando questo Ministero ha steso sul Mezzogiorno la sua malefica mano…….” ebbe il tempo di dire e fu interrotto dalle urla dei deputati e dalla protesta di Cavour, pallido d’ira. Il destino del Sud era segnato.
       Tentativi di suscitare movimenti popolari di restaurazione, erano stati fatti sin dall’assedio di Gaeta e continuarono invano per diversi anni.
       Francesco II°, da Roma, dove era ospite del Papa, inviò alcuni generali carlisti nelle campagne e sui monti dell’Abruzzo e del Basso Lazio; ma pochi i denari, poche le armi e quasi sempre degli avventurieri coloro che avrebbero dovuto guidare la guerriglia, così i piani di restaurazione fallirono miseramente.
       Il generale Trestany non ottenne nulla, Boryes, scacciato da Crocco, capo della teppa più numerosa di briganti, concluse la sua patetica avventura fucilato dai bersaglieri.
       In queste condizioni e per questi motivi a briganti, a capibanda, ed a colonnelli come Ninco Nanco e Crocco fu possibile reclutare per le loro imprese disperate un vero e proprio esercito, costituito da contadini che combatterono a modo proprio, la propria guerra per le proprie rivendicazioni, nelle proprie boscaglie, contro i propri padroni ed i loro alleati piemontesi.
       Questi capibanda, considerati uomini dotati di grande coraggio e di grande richiamo dai contadini del Sud (basti pensare che turbavano i sogni di tante ragazze di origine borghese, efficace è la descrizione di Verga ne “L’amante di Gramigna”) diventarono i capi principali di una massa primitiva ed ancestrale non abituata alle leggi di uno Stato organizzato, anzi pronta a mettersi dall’altra parte e a farsi giustizia da sola, non credendo affatto nella giustizia borghese istituzionalizzata.
       Questi fenomeni spiegano la persistenza della mentalità nella società meridionale e la mancanza di fiducia nelle istituzioni.
       I contadini, per secoli avevano subito le angherie e le rapine della borghesia settentrionale e delle classi medio-borghesi parassitarie meridionali.
       Perciò i capi contadini divennero briganti ed i cafoni, i villici, i plebei del Sud divennero favoreggiatori.
       I contadini meridionali anche se pensavano di continuare a battersi e si battevano contro il “galantuomo” liberale del paese, in effetti combattevano contro uno stato nazionale unitario, contro una borghesia che si stava unificando dalle Alpi alla Sicilia, contro una nascente burocrazia unitaria ed un esercito nazionale; lottavano cioè contro un moderno stato borghese.
       Gli ignoranti ed analfabeti contadini meridionali non capirono ciò nella loro lotta provinciale e talvolta unificata contro i galantuomini borghesi-liberali e questa fu la causa prima della propria sconfitta.
       Questo elemento di limitazione del combattimento lo ritroviamo nella lotta tattica e nella strategia rivoluzionaria che li portava a fare battaglia contro le guardie nazionali, l’esercito ed i carabinieri in vari scontri provinciali e talora anche solo formali, spesso senza alcuna linea unitaria con forze che agivano molte volte l’una all’insaputa dell’altra.
       Siffatta limitatezza di orizzonti vide vittoriosa l’albeggiante ed ancor debole borghesia liberale del sud (come illustrava anche Tomasi Di Lampedusa ne “Il Gattopardo”), sostenuta dall’organizzazione militare-burocratica-poliziesca del nuovo Stato unitario.

 

 

QUESTIONE DEMANIALE E BRIGANTAGGIO


      
Scriveva Pasquale Villari in Lettere meridionali: “Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato….. in politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici.
       Molte amputazioni noi abbiamo fatto col ferro, molti tumori cancerosi estirpati col fuoco, di rado abbiamo pensato a purificare il sangue. Chi può mettere in dubbio che il nuovo governo abbia aperto gran numero di scuole, costruito molte strade e fatto opere pubbliche?
       Ma le condizioni sociali del contadino non furono soggetto di alcuno studio né di provvedimento che valesse direttamente a migliorarne le condizioni.
       Uno solo dei provvedimenti iniziati tendeva direttamente a questo scopo ed era la vendita di beni ecclesiastici in piccoli lotti e la divisione di alcuni beni demaniali.
       Ciò poteva ed era inteso a creare una classe di contadini proprietari,ma quelle terre, in un modo o nell’altro, andarono ad accrescere i vasti latifondi dei grandi proprietari e la nuova classe dei contadini non si formò”.
       All’inizio del XIX secolo le leggi eversive della feudalità nel Regno di Napoli avevano disposto che una parte dei demani feudali fosse assegnata agli ex Baroni.
       la rimanente parte andava ai comuni, ciò nell’interesse dei cittadini.
       I comuni infatti dovevano frazionarla tra i cittadini (quotizzazione), ma intorno al 1860, la terra era restata ancora indivisa nelle mani dei comuni, o meglio dei galantuomini che l’amministravano e che invece di ripartirla a termine di legge tra i cittadini, l’avevano presa ingiustamente e gestita a loro profitto.
       La maggior parte di tali quote si erano velocemente concentrate nelle mani della borghesia e dei grandi proprietari terrieri meridionali.
       Già in epoca baronale il contrasto tra galantuomini e masse contadine che reclamavano la terra era piuttosto acceso, e gli stessi baroni giocavano sul contrasto per mantenere il loro dominio.
       Con l’avvento del nuovo regno, i rapporti di forza si spostarono decisamente a favore dei “galantuomini” che potevano ormai avere a disposizione dei loro appetiti non solo le amministrazioni comunali, ma lo stesso apparato centrale dello Stato, si trattava per i “galantuomini” di riuscire ad avere il riconoscimento ufficiale della “legittimità” della loro usurpazione, ed essi la ottennero con il cosiddetto “procedimento di conciliazione” con il quale si impegnavano al comune un canone fisso di entità irrisoria per le terre usurpate.
       Così le quote si concentrarono nelle mani di pochissime famiglie, rispettando così la “tradizione feudataria”.
       A ragione, Giustino Fortunato definì il brigantaggio come l’ultimo atto della questione demaniale.
       La questione demaniale costituì nei primi anni dopo l’unificazione (lo era stato anche prima e seguitò ad esserlo ancora per lungo tempo dopo)un motivo di agitazione e di mobilitazione locale.
       La ripresa delle operazioni demaniali, promossa dal decreto luogotenenziale 1/1/1877 a firma Farina, D’Afflitto, Pisanelli, fu una diretta conseguenza dei moti contadini e delle “reazioni” che imperversavano dovunque nel Mezzogiorno.
       Nell’autunno 1860 le limitate concessioni economiche che avevano accompagnato l’insurrezione liberale, si erano dimostrare ben presto non sufficienti ad appagare le richieste di pane e di lavoro delle masse contadine e comunque non ne appagavano la “fame” di terra.
       Con il decreto 1/1/1861, si prevedeva di riprendere tutte le operazioni demaniali che la regolamentazione borbonica aveva attribuito agli intendenti del 1815 , ma la parte assegnata ai contadini nelle duecentottanta operazioni portate a termine fu minima.
       Cifre irrisorie riguardavano il beneventano, il salernitano e l’avellinese.
       A Bisaccia, per esempio, solo molti anni dopo, fu iniziata la quotizzazione.
       I latifondi bisaccesi erano il Formicoso e Cugni e solo nel settembre 1873, dietro richiesta dei cittadini al comune, furono quotizzati.
       Il consiglio comunale nella seduta del 26/9/1873, respinse la richiesta di quotizzazione sostenendo il principio della patrimonialità.
       “Promulgata tale decisione, il popolo, in massa, con vie di fatto e con odio di classe, si reca al Formicoso a zappare il terreno; intervengono guardie e soldati, si procede agli arresti e a condanne”.
       Le autorità tutorie, per ragioni di ordine pubblico (senza mutare o revocare la precedente deliberazione del consiglio comunale) inviò a Bisaccia agenti demaniali ed esperti che iniziarono le quotizzazioni: dei complessivi 2861 ettari, 864 furono quotizzati con ordinanza commissariale del 19/12/1877 ed assegnati ad 879 quotisti, gli altri ettari furono assegnati man mano, negli anni seguenti.
       Ciò spiega la grande carica di delusione e di malcontento diffusasi fra gli abitanti delle province e l’immensa adesione delle classi contadine al brigantaggio a vari livelli (di partecipazione diretta, di appoggio, di sostegno, di difesa ).
      

 

 

-PARTE SECONDA-

CARMINE DONATELLI detto CROCCO


      
La primavera del 1861 vide tutta l’Italia Meridionale in subbuglio: masse di contadini in agitazione, oppresse e vinte dalle precedenti sopraffazioni del 1860, ma non soggiogate, nei boschi e sui monti iniziarono ad aggirarsi le prime bande di banditi, si arrivò così pian piano alla rivolta agraria.
       Si cominciò in Basilicata, dove Carmine Donatelli, detto CROCCO a causa del suo naso adunco, si proclamò generale di Re Francesco e si mise a capo del moto contadino.
       Crocco nacque a Rionero in Vulture nel 1830.
       Egli aveva soltanto sei anni quando sua madre gravida, fu ferita in modo grave da un signorotto del posto, un certo Vincenzo C.., perse il bambino ed impazzì; poco dopo il padre fu arrestato ingiustamente con l’accusa di aver assassinato il signor Vincenzo C.
       A otto anni fu pastore-vaccaro, a diciannove si arruolò nell’esercito borbonico, uccise il sergente a causa di rivalità amorose, disertore pugnalò un signore delle sue parti che aveva attentato all’onore della sorella e si diede alla macchia, formando una banda armata con Ninco Nanco.
       Incarcerato per qualche anno, nel 1859 riuscì a fuggire, dandosi alla latitanza e rifugiandosi nella zona del Volture. Nel 1860 affascinato dagli ideali di Garibaldi, partecipò all’insurrezione del Melfese, sperò nella sua riabilitazione, sognò una società “nuova” e decise di diventare un uomo perbene, ottenendo l’assunzione come usciere dal Vice Governatore di Melfi. Identificato fu di nuovo arrestato, riuscì ad evadere ancora una volta, nascondendosi nel bosco di Lagopesole.
       Dinamico, coraggioso e furbo, riusciva a entusiasmare la plebe, sapeva dominarla con i suoi ordini indiscutibili, duri e decisi e con il suo sguardo ammaliante e penetrante, riuscendo in tal modo a diventare un capo tra le masse.
       Ancora oggi, guardando la sua fotografia, colpisce lo sguardo fiero e duro, la sua stessa fisionomia carica di forza, decisione e acutezza esercitava un forte ascendente sulle masse.
       A partire dall’aprile 1861, i contadini insorti della Basilicata e delle zone, specificamente e non, limitrofe (Andretta, Aquilonia, Bisaccia, Calitri, Lacedonia, Monteverde, Sturno, Trevico…..) avevano trovato il loro capo che ben rappresentava la forza e la debolezza, la capacità creativa e l’insufficienza organizzativa della classe che dirigeva.
       Le moltitudini di contadini armati, man mano crebbero, ma già nello stesso mese di aprile erano almeno quattrocento i contadini, i soldati sbandati,gli evasi di galera ed i condannati in contumacia al servizio del “generale Crocco”.
       L’ “esercito” di Crocco era ripartito in sezioni di venti uomini, ciascuna delle quali comandata da un sergente e due caporali, tra cui uno dei suoi luogotenenti Agostino Sacchitiello di Bisaccia.
       Le masse contadine avanzavano dall’esterno, mentre il popolo insorgeva dall’interno.
       Si saccheggiavano i palazzi dei proprietari terrieri, si incendiavano gli archivi comunali, si liberavano i detenuti e si mettevano taglie sulle teste dei “galantuomini”, si nominavano nuovi amministratori, si distribuivano arredi, masserizie e viveri al popolo, si bruciavano le carte ed i titoli di possesso.
       I contadini ed il popolo combattevano in nome della fede e dei Borboni, ma per raggiungere i loro obiettivi assaltavano i palazzi dei signori, aggredendo anche borbonici appartenenti all’alto clero.
       Intanto tutta la Basilicata del Nord e l’Alta Irpinia insorsero: Monteverde il 19,Aquilonia il 20 e Calitri il 21 di Aprile.
       I ribelli si armarono, scacciarono i governatori, destituirono le autorità, scelsero lo stato costituito.
       Alla testa di tutti insorse Melfi dove, tre giorni dopo l’insurrezione, entrò il generale Crocco che fu accolto da trionfatore da guardie, preti e personaggi autorevoli del paese, pose prezzi per il riscatto di ricchi notabili e governò la città, sciogliendo la guardia nazionale.
       Il movimento era arrivato al suo culmine e l’intero circondario era in rivolta con all’incirca duemila uomini armati, mentre interi nuclei di guardie nazionali, provenienti dalla Puglia e dalla Campania, e varie sezioni dell’esercito piemontese si diressero verso Melfi, cuore della rivolta.
       Il primo scontro tra contadini, guardia nazionale ed esercito avvenne il 15 aprile tra Barile e Rionero in Vulture, la battaglia si rivelò sin dall’inizio di esito incerto, ma in aiuto dell’esercito e della guardia nazionale sopraggiunsero due compagnie di fanteria: centocinquanta insorti furono messi fuori combattimento, venti furono catturati e fucilati immediatamente.
       L’esercito avanzò poi su Melfi e Venosa; arrivarono improvvisamente altri rinforzi ed il 19 aprile Melfi, già evacuata da Crocco, .cadde occupata dall’esercito al quale si erano unite le milizie dei possidenti.
       Il Pedio riferisce che i soprusi, le angherie e le violenze caratterizzarono una reazione spietata senza limiti.
       I morti erano numerosi, i prigionieri e coloro che non si arrendevano ai vincitori erano passati alla lotta dura.
       Bastava un indizio, un sospetto, un’accusa vaga ed incerta per essere destinati alla fucilazione da parte dei comandanti delle varie sezioni dell’ esercito.
       Crocco con i nuclei più resistenti, più forti e più combattivi si ritirò verso l’Ofanto, ai confini dell’Alta Irpinia, mentre in Basilicata le leggi dello Stato piemontese e dei “galantuomini” riprendevano vigore.
       Anche le varie famiglie dei possidenti di Venosa, Rionero, Melfi, Calitri vennero decimate dagli arresti per favoreggiamento nei confronti dei rivoltosi.
       L’insurrezione repressa nella zona di Melfi si riaccese due mesi dopo nell’avellinese, ma venne repressa come tutte le altre.
       La grande fiammata rivoluzionaria così come repentinamente era nata, altrettanto sì repentinamente venne repressa.
       I contadini sentivano nei loro animi una forte carica rivoluzionaria ed erano ben chiari i loro obbiettivi di lotta; ma proprio per la congenita debolezza della loro classe, socialmente isolata, allorquando occupavano paesi e alcune volte cittadine, non sapevano e non potevano neppure porsi come obiettivo quello di diventare classe dirigente che costituiva egemonicamente il “PROPRIO” Stato.
       Non riuscivano a darsi un’organizzazione stabile, né di guerra verso i nemici, né di governo verso loro stessi e di gruppi alleati (per esempio il clero ed i ricchi retrivi).
       Era la loro una carica di esplosione rivoluzionaria, ma senza alcuna prospettiva che non fosse quella puramente negativa di abbattere la situazione sociale esistente senza costruire null’altro, e la loro battaglia era sin dall’inizio perduta.
       Ciò nonostante il governo inviò enormi forze per la repressione di queste masse e mutò in parte la sua politica, inviando il Cialdini come nuovo luogotenente.
       Le masse contadine, vinte ma non dome, si erano rifugiate nei boschi e nei monti di Monticchio.
       Le lotte tenutesi durante l’inverno e durante l’autunno ebbero caratteristiche di sollevazione molto minore rispetto alle precedenti: le masse si limitarono ad accogliere festosamente l’esercito contadino che avanzava dalla Basilicata e si dirigeva verso l’Irpinia.
       Intanto in Calabria il 14 settembre, sbarcava, con una trentina di soldati ed ufficiali spagnoli ed alcuni ufficiali borbonici per collocare nell’esatta situazione i partigiani, Don Josè Boryes un lealista catalano al servizio dei Borboni, dai quali aveva ricevuto le credenziali di comandante in capo di tutte le truppe lealista in rivolta nel sud Italia.
       Boyres constatò che l’ondata rivoluzionaria della primavera e dell’estate si era affievolita; le masse contadine erano affascinate dall’idea della lotta, ma non erano più così disposte a combattere.
       Si rese inoltre conto che i ricchi possidenti dei paesi erano cattivi repubblicani o antirealisti e che gli unici “realisti” erano i contadini.
       Deluso proseguì il suo viaggio verso le terre della Basilicata, dove, il 22 ottobre, incontrò Crocco ed i suoi uomini.
       Crocco tentò di imporre il suo comando, ma il caporale si ribellò e si giunse così ad un compromesso; a causa della superiorità della tecnica guerresca degli ufficiali spagnoli, si concordò che essi comandassero le varie masnade e che al Crocco fosse affidato il comando di generalissimo, le bande furono quindi ordinate su criteri militari e suddivise in compagnie.
       La storia del rapporto, o meglio del non rapporto, tra questi due uomini è essenziale per accertare il carattere di lotta autonoma contadina delle masse rispetto agli obiettivi reazionari della restaurazione borbonica.
       Tra loro ci furono numerosi scontri: Crocco si preoccupava di porre taglie sui ricchi, di permettere ai suoi uomini ed alle masse popolari il saccheggio di palazzi (anche se molte volte proibì violenze indiscriminate ed enormi) sia per fine di lotta sociale, sia per consentire l’approvigionamento di centinaia di uomini,mentre il Boyres avrebbe solo voluto comandare un esercito ben organizzato e disciplinato.
       Crocco perseguitava i proprietari terrieri come tali, il Boyres si indignava per il saccheggio di quei palazzi appartenenti ai nobili sostenitori dei Borboni.
       Crocco sconfitto nella primavera in campo aperto, era cosciente che l’unico tipo di lotta possibile per i suoi contadini era la guerra per bande datesi alla macchia, protette dalle popolazioni a causa della forte avversione che esse nutrivano nei confronti dei piemontesi.
       Boyres al contrario voleva che le bande fossero organizzate come un vero e proprio esercito per così vincere sui piemontesi, entrare in città da trionfatori e restaurare il governo dei Borboni.
       Crocco dotato di grande intuito, capì che se avesse combattuto sul piano della guerra popolare, sarebbe stato sconfitto dalla superiorità tecnica, organizzativa e “di fuoco” dell’esercito italiano, sapeva che la sua forza era data dal terreno conosciuto, scelto preventivamente, dalla sorpresa nell’attacco qualora fosse stato superiore, dall’evitare il combattimento in caso di inferiorità numerica, dalla rapidità degli spostamenti che poteva effettuare e soprattutto dal grande sostegno offertogli dal mondo contadino.
       Crocco rimase sempre un grande dirigente contadino,ciò è importante per dire che le masse contadine meridionali pur prendendo a prestito l’idea guida dei Borboni e della fede, perseguirono i loro fini di lotta sociale contro l’ordine costituito.
       Dal dicembre 1861, con la sconfitta di Crocco, la guerra contadina cessò di essere una guerra di massa; quasi nessun paese fu liberato ed i contadini più coraggiosi furono costretti a combattere nelle campagne e sui monti e la lotta divenne una guerra contadina per bande con la funzione di semplice difensiva.
       Si trattava di numerose piccole bande che, pur separate, coprivano con le loro azioni mobili tutti i monti e tutti i boschi delle zone di quasi tutto il Meridione.
       Tale guerra continuò, combattuta con grande intensità nel 62-63 e si frazionò in innumerevoli episodi partigiani.
       Numerosissime bande, formata ciascuna da varie decine di uomini, che poi si ingrossavano fino ad un centinaio nei momenti più favorevoli, per diventare nuclei di pochi uomini durante i rastrellamenti, agirono ognuno per conto proprio, salvo in momenti particolari, quando si riunivano tra loro in bande più grosse sotto il comando dei maggiori capi.
       In Alta Irpinia operava il caporale Agostino Sacchitiello, ex soldato borbonico che comandava una banda di circa sessanta uomini a cavallo, nel 1862 sotto il suo comando, in Alta Irpinia avvennero i contrasti più duri tra briganti ed esercito, truppe e guardie nazionale subirono ripetuti rovesci.
       Il 14 luglio nella zona tra Lacedonia e Carbonara in uno scontro tra la banda di Crocco e l’esercito, furono uccisi ventotto bersaglieri, mentre i briganti persero solo cinque uomini.
       Qualche giorno più tardi i bersaglieri del 17° btg. ottennero una piccola rivincita uccidendo presso Monteverde, dopo un lungo combattimento, il capobanda Malacarne, fratello di Sacchitiello, ed altri briganti: le grandi bande a cavallo si aggiravano di notte e di giorno nella montagnosa regione, devastando raccolti, derubando ed incendiando masserie, in particolar modo nella zona di Andretta, Anzano, Bisaccia, Lacedonia, Monteverde, Vallata e Trevico, costringendo tutti i proprietari della regione a dar loro piccoli contributi di danaro, di viveri, di armi, di abiti e di cavalli e riuscendo persino ad impedire le elezioni nel comune di Lacedonia.
       Con la crisi in Aspromonte ci fu una riacutizzazione del fenomeno del brigantaggio.
       In Irpinia tra l’agosto ed il settembre del 1862, si combatté a Flumeri, San Sossio e Monteleone, dove furono respinti attacchi condotti da ingenti bande a cavallo, altri scontri si verificarono alla masseria Franza (Ariano) e nei boschi di Sant’Angelo dei Lombardi.
       L’11 settembre, centosessanta briganti a cavallo appartenenti alla banda di Crocco e Sacchitiello, accerchiarono nella masseria Monterosso, tra Lacedonia e Carbonara, venticinque bersaglieri del 20° btg. comandati dal sottotenente Pizzi e annientandone la disperata resistenza ed uccidendoli tutti.
       I comandi militari prepararono un organismo di misure di sicurezza eccezionali, destinate non tanto a combattere le bande, quanto a colpire il vasto e capillare appoggio fornito ai briganti dagli strati contadini e dai manutengoli borghesi, il “brigantaggio urbano” come fu poi definito.
       Il prefetto di Avellino, De Luca, rese personalmente responsabili i sindaci ed i comandanti delle guardie nazionali per i danni arrecati dalle piccole bande e per i casi di scarsa energia nella resistenza.
       Ogni cittadino fu autorizzato a denunciare i “reazionari”,le case degli assenti furono perquisite, ai contadini fu comandato di spostarsi nei paesi con le masserizie, il bestiame ed il raccolto.
       Verso i “cafoni” l’unico problema che si pose l’esercito fu la repressione violenta.
       La condotta in questo campo fu piuttosto lineare e consisté nella fucilazione generale dei “cafoni” sorpresi in possesso di armi e sospettati di dare sostegno ai briganti.
       Furono largamente praticate le reazioni violente indifferenziate, specialmente gli incendi, con l’accompagnamento di saccheggi e vandalismi.
       I briganti, ben appostati, assalivano sempre le colonne mobili dei soldati e le squadriglie dei carabinieri con una scarica improvvisa di colpi di fucile su uno dei fianchi della colonna stessa in modo da creare scompiglio.
       La truppa era così obbligata a far fronte da quella parte e veniva distratta dall’attendere ad altre direzioni nella quali si compivano le azioni principali o si davano ordini per sferrare l’attacco decisivo.
       I briganti molto pratici dei posti sceglievano di solito un campo di battaglia dove il terreno permetteva in caso di insuccesso un sicuro rientro al coperto o tra montagne dove l’inseguimento sarebbe divenuto arduo e pericoloso.
       Attraverso i loro informatori erano di solito ben tenuti al corrente delle varie mosse della truppa, dando notizie con vari segnali come le fiammate di notte o le colonne di fumo di giorno.
       Con l’aiuto di brigantesse e di altre donne fidate, opportunamente lasciate ai crocicchi e serenamente occupate con i lavori campestri, i briganti deviavano gli interessi dei soldati, dando loro o ricevendo da loro, informazioni che venivano subito riferite ai vari capibanda con vari mezzi prestabiliti.
       L’armamento consisteva nelle famose doppiette o fucili a due canne; alla cintura ogni uomo portava un pugnale ed una bandoliera ben fornita di cartucce.
       I beni più ambiti erano quelli di armi e munizioni, i capi di bestiame particolarmente piccolo e non fastidioso come polli, conigli, pecore, talvolta maiali e buoi, tutta carne da macello necessaria per vivere.
       Il furto ed il ricatto fornivano buoni cavalli.
       La connivenza delle popolazioni era grande, specie di quelle rurali, quelle delle autorità locali non era inferiore.
       Ne fanno fede le denunce di “ grassazioni “ che giungevano alle autorità militari quasi due giorni dopo le razzie dei briganti, quando ormai essi già avevano avuto il tempo di allontanarsi e di sbarazzarsi in qualche modo della refurtiva.
       I briganti erano sovvenzionati soprattutto dai massari, che fornivano cibo, foraggio, vino, biancheria, sigari e medicinali, che il più delle volte invece di essere comprati,erano stati estorti con il ricatto.
       Spesso i massari con la complicità dei briganti, sottraevano la roba ai loro stessi padroni approfittando della loro assenza.
       Le masserie rappresentavano punti d’incontro e di organizzazione con le popolazioni civili; ivi avvenivano gli arruolamenti, si incontravano i familiari e gli amici, si intrecciavano relazioni con le donne.
       Importante e fondamentale fonte di finanziamento era il ricatto a sfavore dei ricchi e proprietari liberali, attraverso il sequestro di persona e intimidazioni scritta: se i minacciati non cedevano si avevano distruzioni di beni, incendi di fattorie e di raccolti, uccisione di bestiame.
       Tenevano stretti contatti con la popolazione attraverso un denso numero di corrispondenti, per cui minutamente informati su ogni minimo movimento dei distaccamenti dell’esercito della guardia nazionale.
       Lo stato italiano di fronte a questa cancrena che non riusciva ad estirpare dovette intervenire con la promulgazione della legge Pica del 15 Agosto 1863, che creava terra bruciata nelle zone partigiane e in virtù della quale 1038 cafoni furono fucilati e 10066 furono denunciati ai tribunali militari, nei mesi successivi alla sua emanazione fino a giungere all’invio di un’intera armata con generali e corpi scelti dell’esercito e dei carabinieri.
       Non potendo sradicare la guerriglia che risorgeva, si attuò la tattica della terra bruciata, disperdendo l’intera armata in decine di migliaia di piccoli distaccamenti di soldati dislocati in ogni paese, anche il più solitario del meridione.
       Facendo del Mezzogiorno un paese di conquista presidiato da un esercito straniero e tenuto sotto la sferza, mentre i gruppi mobili ed autonomi provvedevano ai rastrellamenti tra zona e zona, provincia e provincia.
       La terra bruciata, l’occupazione militare capillare ed il terrore riuscirono almeno un po’ a pacificare il meridione.
       I contadini che non erano stati in grado di darsi alcuna organizzazione nella guerra agraria di massa e che si erano imposti sin dall’inizio, per loro congenita strategia di classe una tattica sempre difensiva nelle guerre per bande, destinata naturalmente all’insuccesso, furono battuti.
       La marea di rivoluzionari, defluì sotto il terrore e i pochi briganti che continuavano a combattere, tagliati fuori dalla massa, divennero semplicemente dei banditi.
       Accadde cioè, dopo tre anni di lotte incessanti, quello che circa settanta anni dopo, nell’altra parte del globo, il guerrigliero contadino MAO TSE THUNG, temette che accadesse nell’HUNAN e che cioè la guerra contadina per bande lasciata a se stessa si sarebbe mutata in mero brigantaggio.
       Malgrado ogni rapporto con le masse contadine a partire dal 1864 in poi il brigantaggio anche se continuò ad essere presente fortemente nel meridione divenne man mano malandrinaggio.
       I maggiori capi vennero presi e fucilati: Crocco si rifugiò, tradito dal Caruso, nello Stato Pontificio dove venne arrestato; Sacchitiello fu arrestato a Bisaccia il 29 novembre 1864 in casa Rago.
       Così ogni legame con la classe contadina venne reciso e la fine ufficiale del brigantaggio, fu sì l’opera della repressione della polizia e dell’esercito, ma solo dopo la perdita di ogni favore popolare.
       Le masse contadine dopo aver scritto pagine memorabili della loro difficile e forse inutile epopea erano tornate schiave sotto il tallone dei proprietari locali e nazionali.

-PARTE TERZA-

LA SITUAZIONE IN ALTA IRPINIA:EPISODI DI BRIGANTAGGIO


         In Irpinia lo stato economico dei cittadini era molto precario.
       La proprietà era raccolta in pochissime mani, il numero dei braccianti proletari era molto elevato.
       I “cafoni”, così chiamati, non possedevano nulla,avevano pane di tale qualità che non avrebbero mangiato nemmeno i cani.
       Vivevano in catapecchie insudiciate di fumo e lerce, veri rifugi per animali.
       Si nutrivano ogni giorno di legumi secchi e di erbe che le donne raccoglievano nei sentieri e nei prati, ed alcune volte, anche mangiare un pezzo di pane nero poteva essere paragonato ad un lusso.
       Analfabeti e superstiziosi vivevano in uno stato primordiale di educazione civile e politico.
       Passavano gran parte del loro tempo lavorando,con una paga irrisoria.
       Le condizioni del proletario irpino erano pietose ed era quindi inevitabile che il popolo, nel brigantaggio, derubasse il ricco ed addirittura lo sopprimesse, dal momento che il ricco non era giusto con il povero e commetteva a suo danno soprusi insopportabili.
       Nella stagione delle messi i lavoratori tornavano la sera in paese, con covoni sulle spalle ed gli stessi proprietari giustificavano ciò dicendo: “è roba rubata a noi,ma non possiamo porvi rimedio; questi lavoratori non guadagnano che pochi grani,una parte dell’anno.
       Morirebbero di fame se non ci derubassero”.
       La miseria era quindi la prima piaga e la prima causa del brigantaggio,si aggiunse poi la chiamata alle armi obbligatoria che imponeva il servizio militare per cinque anni, per cui contro la leva militare venne fuori questa canzone:

       “VITTORIO EMANUELE CHE FACISTI,

       LA MEGLIO GIOVENTU’ TE LA PIGLIASTI,

       TE LA PURTASTE A NAPULE E TORINO,

       VITTORIO MANUELE MALANDRINO”.

       Scrisse G. Negri, comandante del gruppo piemontese che il 25 gennaio 1862, passò per Bisaccia per recarsi in Basilicata:
       “Bisaccia,collocata sulla curva di un’arida montagna sulla sinistra dell’Ofanto, paese assai triste, meschinissimo, l’aspetto della circostante natura è monotono e sterile, insomma è un vero inferno”.
       Bisaccia e Calitri, al confine con la provincia di Potenza, furono paesi interessati dal brigantaggio fin dal 1799: i due paesi avevano un ricco passato storico (partecipazione ai moti insurrezionali del ’20 e del ’48, molti cittadini erano stati deferiti all’autorità nel ’58 per cospirazione), ma accolsero nel ’60 quasi passivamente il passaggio del Reame di Napoli al Regno d’Italia (mentre la limitrofa Aquilonia si ribellò), anche se il 21 Ottobre tutti i cittadini votarono favorevolmente all’adesione del Reame di Napoli al Regno d’Italia. Le urne disposte in piazza trasbordarono di sì e la votazione divenne un plebiscito.
       L’opposizione al nuovo Regime non tardò ad arrivare e a partire dal Gennaio fino a Marzo 1861 molti ex soldati borbonici abbandonarono le case e si rifugiarono nel bosco di Cuccari, vicino Bisaccia.
       Erano sbandati che credevano fermamente in una loro causa pensando che fosse proprio quella giusta.
       Il nuovo governo, non solo non seppe conquistare la loro fiducia, ma neanche volle far nulla per attirarli a sé.
       Li seppe solo bollare con termine infamante, preso a prestito dai francesi, di “Briganti”.
       In Bisaccia furono arrestati e condannati per brigantaggio Sacchitiello Agostino di trenta anni pastore e suo fratello Vito di trentatre anni vaccaro, Tito Maria Giovanna di venti anni contadina di Ruvo del Monte, Pennacchio Filomena di ventitre anni contadina di San Sossio; De Vito Guglielmo di venticinque anni contadino di Sant’ Angelo dei Lombardi.
       Agostino Sacchitiello e Francesco Gentile, ex soldati borbonici, uno caporale l’altro soldato, essendo stati richiamati sotto le armi dopo lo sbandamento dell’armata borbonica, invece di presentarsi, si diedero alla macchia formando una banda armata.
       Agostino Sacchitiello (caporal Agostino) a cui si unì il fratello Vito e Francesco Gentile nel 1861 divenne capo di una grande banda che raggiunse più di cento persone armate e si diede a scorrerie nelle province di Capitanata e di Basilicata mantenendo stretti contatti con il Generale Crocco.
       Il brigantaggio Bisaccese fu un riflesso di quello lucano.
       Giuseppina Vitale dopo anni di relazione con Agostino Sacchitiello si unì nel Luglio del 1862 definitivamente alla banda.
       Filomena Pennacchio si associò nell’Agosto del 1862 alla banda di Schiavone di cui divenne l’amante.
       Maria Giovanna Tita si associò il 28 Novembre 1863 alla banda di Crocco di cui divenne la druda.
       Guglielmo De Vito di associò alla banda di Sacchitiello e poi si costituì presso i carabinieri di Sant’ Angelo dei Lombardi.
       Era ricercato per omicidio e furto, ma era fuggito trovando rifugio nella banda Sacchitiello alla quale si unì nell’Aprile 1863.
       In un documento bisaccese, memorie di F. A., c’è la sentenza pronunciata contro A. Sacchitiello.
       In essa si da notizia dei principali atti di brigantaggio da lui commessi.
       Ne riporto i principali:
       il 21 aprile la banda Sacchitiello, con dodici briganti si presentò alla masseria di Rocco De Vito in tenimento di Bisaccia.
       In località Piana della Spica, rubarono grano, prosciutto, vino e chiesero mille ducati dicendo che la truppa di Francesco II doveva essere mantenuta; il signor De Vito si rifiutò ed i briganti lo depredarono, lo legarono e lo condussero seco a Calitri, rilasciandolo solo dietro la promessa di pagare loro 500 ducati. La banda pian piano si arricchì di 30 elementi, compiendo numerose assalti a diverse masserie di possidenti
       ( masseria di Carlo Pecce e Michele Mascia in Ascoli S.; masseria di Rocco Casotti Cannone e Cirillo in Cerignola ), reclutando altri sbandati e contadini al grido di Viva Francesco II .Chiesero riscatti per persone rapite, rubarono giumente, pecore, biada, incendiavano fienili se i padroni delle masserie si rifiutavano di dar loro cibo.
       Il 5 settembre 1861 una banda di circa venti briganti armati ed a cavallo si presentava alla masseria Maggiano in contrada Contra, in tenimento Vallata, depredando Domenico Mazzeo di un cappotto, poi gli affidarono una lettera scritta da Sacchitiello e diretta al Capitano della Guardia Nazionale di Vallata, Michele Netti, con la quale gli intimavano di liberare gli sbandati del paese, altrimenti avrebbe riportato gravi danni nella proprietà e nella persona.
       Nella masseria di Francesco Capaldo di Bisaccia, in contrada Ticchio, 40 uomini armati ed a cavallo rubarono biada ed altri averi.
       Il 7 settembre 1861, presso Cuccari (Bisaccia) Sacchitiello aggredì Marra Michelangelo che portava una lettera del sindaco di Aquilonia, diretta all’intendente di S. Angelo dei Lombardi, poi lo lasciarono andare, minacciandolo.
       Il 26 settembre la banda Sacchitiello con 100 uomini armati ed a cavallo aggrediva in contrada Piano di Contra (Trevico) la masseria di Toto Vito, catturando lo stesso.
       Fecero razzia nelle masserie limitrofe, ma poi dovettero fuggire verso il bosco di Castiglione per il sopraggiungimento delle forze dell’esercito di Vallata. Vito Toto fu rilasciato dietro pagamento di riscatto e gli fu mozzato l’ orecchio sinistro dal brigante Collarulo.
       Come si può notare i vari attacchi andarono tutti a discapito dei proprietari locali. Erano i ricchi ad avere paura dei rapimenti, dei saccheggi, degli incendi, del taglio delle viti, delle uccisioni, mentre i poveri non avevano nulla da perdere, anzi spesso ottenevano dai briganti protezione contro gli svariati soprusi di cui erano vittime.
       Il 22 febbraio 1862 Vito Magliano che portava latticini al suo proprietario, in contrada Oscata (Bisaccia) fu aggredito dalla banda Sacchitiello e privato dei latticini. Il 17 marzo dello stesso anno la banda Sacchitiello in contrada Camozzo(Aquilonia) si avventò contro ed uccise il corriere Ciccone Pallano di S. Angelo dei Lombardi, reo di essere portatore di una lettera del comando militare del suddetto paese, nella quale si davano istruzioni per la persecuzione di briganti.
       Il 4 aprile 1862 le congiunte bande di Crocco, Ninco Nanco, Caruso e Sacchitiello si recarono presso la masseria di C. Cirillo,in contrada S. Leonardo Le Mattine(Ascoli S.)per derubarlo.
       Le truppe stabilite a Vallata e le guardie nazionali di Trevico, Zungoli ed Anzano, sapute le loro intenzioni mossero loro incontro e si scontrarono nella contrada Civita, vicino alla Molara; le truppe attaccarono e trovarono resistenza; nel combattimento furono uccisi 5 soldati e 2 guardie nazionali.
       Nel luglio del 1862 la banda Sacchitiello appiccò il fuoco ai fienili e depositi di grano nella masseria di Donato Antonio Papa, in contrada Monte Felice di Andretta.
       Uno dei briganti esclamò:
       “questo è il regalo che Donato Antonio Papa non ha voluto fare a Caporal Agostino e un altro esclamava venga ora la truppa a smozzare il fuoco!”
       A Bisaccia fu attaccata in contrada Calaggio dalle bande unite di Crocco, Sacchitiello, Ninco Nanco che divisi in sezione, incendiarono le masserie di Michele Gervasio, Michele Maffei, Gervasio Antonio; furono uccise parecchie persone e molte altre sequestrate e liberate dopo il pagamento del riscatto.
       Assalirono molteplici masserie di proprietà del principe Doria Pampines in Canestrello e Visciglietto.
       Il comandante delle truppe di Ascoli Satriano ,avuto sentore degli scempi raccolse cavalleggeri e bersaglieri ed accorse per dare la caccia ai briganti; dopo varie perlustrazioni, presso la contrada Gubbito, udì un “chi va là pattuglia di bersaglieri” , come risposta si ebbero spari di fucili che sgominarono la banda lasciando sul terreno nove morti tra cui una donna, mentre gli altri si diedero alla fuga.
       Il 29 novembre 1864, Agostino Sacchitiello e suo fratello Vito, Francesco Gentile, Giuseppina Vitale e Maria Giovanna da Ruvo furono trovati ed arrestati in una stanza sotterranea di casa Rago, mentre nei piani superiori si svolgeva una festa da ballo a cui partecipavano ufficiali di cavalleria e bersaglieri.
       Il Rago pur ricoprendo incarichi di prestigio col nuovo governo (Michele Rago era un luogotenente della guardia nazionale) faceva il doppio gioco. Arrestati e processati i componenti della banda Sacchitiello furono condannati.
       Filomena Pennacchio fece importanti rivelazioni per cui si scoprirono famosi manutengoli che, per la loro agiata condizione, erano sempre riusciti a sfuggire alla giustizia e fu condannata a 20 anni di lavori forzati.
       Tito Maria Giovanna fu condannata a 15 anni; De Vito Guglielmo si presentò spontaneamente e fu condannato con le attenuanti a 20 anni di lavori forzati.
       Agostino e Vito Sacchitiello, Francesco Gentile, appena entrati in carcere diedero preziosi informazioni che permisero di catturare i briganti della banda Collarulo e del capo banda Teodoro Gioseffi, contribuirono a rendere libere le zone di Melfi e Lacedonia dal “problema” del Brigantaggio.
       Ciò nonostante tutti e tre furono condannati a svolgere i lavori forzati a vita.
       Anche i componenti della famiglia Rago furono condannati e siccome la legge Pica, che prevedeva i lavori forzati a vita per coloro i quali davano sostegno ai briganti, ebbero da un minimo di 10 anni, ad un massimo di 20 anni di lavori forzati.
       Per gli abitanti di Calitri il brigantaggio fu più che altro un momento politico.
       La compagnia degli “sbandati” capeggiata da Angelo Maria Rapolla, ex soldato borbonico, dai fratelli Vincenzo e Michele Vitoamore e da Donato Simone,il !7 aprile 1861 avrebbe dovuto assaltare Calitri.
       La notizia, però, era trapelata e Calitri era stata assediata da una compagnia di soldati piemontesi che doveva fronteggiare i briganti.
       I briganti saputo ciò si portarono nel bosco di Lagopesole dove si incontrarono con Crocco che li fece unire alla sua banda.
       Tale concentramento, forte di 500 uomini, la notte tra il 7 e l’8 aprile 1861 invase Ripacandida, il 9 Ginestra ed il 10 Venosa, il 19 fu quindi a Monteverde, il 20 ad Aquilonia, il 21 a Calitri.
       Giuseppe Bourelly, che fu luogotenente dei carabinieri reali ci informa testualmente : “i briganti pernottarono in una masseria di Calitri e la mattina del 21 aprile 1861 entrarono in detto paese in numero di circa 300”.
       Secondo il Del Zio, Crocco addirittura avrebbe ricevuto l’invito di recarsi a Calitri presso Francesco Rapolla, rettore del seminario di S. Andrea di Conza, da Salvatore suo fratello e dal figlio Angelo Maria.
       L’entrata in Calitri fu trionfale, anche se durante la notte i signori Zampaglione, sviscerati borbonici, per paura o per non compromettersi, dopo aver murato la porta, si rifugiarono a Bisaccia presso la famiglia Rago.
       Altri, con a capo il cappuccino Fortunato Rabasca, avevano ben preparato le masse per attuare la “restaurazione borbonica”.
       I briganti irruppero nel corpo di guardia distrussero lo stemma sabaudo, l’effige di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi e quindi si sdraiarono in piazza.
       Intanto Crocco si portò (come egli stesso ricordò mentre si trovava nel carcere di Avellino all’On. Giuseppe Bozzoli ed al cugino di questi, l’allora quattordicenne comm. Francesco Zampaglione ) nel palazzo Zampaglione, buttò a terra la porta murata e rimase lì per due giorni.
       Il Battista presente agli avvenimenti e che per ragioni di ufficio condusse anche un’inchiesta sui fatti ci informa: “io mi taccio di Calitri dove si comportarono benignamente. Non commisero rapine, né saccheggi, né violenze, né irruppero nel monastero Benedettino, dove si erano rifugiate le signore delle più distinte famiglie per salvare se stesse e le ricchezze domestiche”.
       Nessun grave danno subirono quindi, la popolazione di Calitri, i “notabili” e nemmeno le suore, né d’altro canto poteva essere altrimenti, giacché quei briganti almeno per il primo periodo, erano solo dei “partigiani” o “guerriglieri” ed erano ben timorati di Dio.
       Infatti sui 5 o 6, che dopo qualche giorno, furono presi ed uccisi al ritorno verso Calitri da S. Andrea di Conza, gli furono trovati addosso “degli scapolari detti abitini”.
       Avevano da una parte il ritratto del Papa, dall’altra il motto “DAC ET SPERA” , ricamate in argento e una mano che brandiva il pugnale con sotto la scritta Viva Francesco II.
       I briganti, conservando ciò si guadagnavano,secondo il loro punto di vista, un posto in Paradiso.

 

LA SITUAZIONE IN BARONIA


       La presenza di Carmine Crocco ai confini dell’Irpinia fece sì che il brigantaggio arrivasse anche in Baronia.
       I Trevicani furono i primi a darsi alla macchia per la tensione sociale in atto tra contadini poveri e borghesia locale, e per l’estrema miseria delle frazioni e soprattutto di Scampitella e Vallesaccarda (oggi entrambi comuni indipendenti dagli anni ’50).
       La prima banda fu quella raccolta intorno ad un certo Antonio Boschi,emissario del comitato borbonico di Napoli, che associò tra gli altri Vito Paglia ed il soldato sbandato Egidio Addesa.
       Una vera e propria banda fu quella organizzata da Ciriaco Cerrone, che subito si collegò con Crocco ed Agostino Sacchitiello, rifugiandosi nei boschi di S. Pietro (Trevico – S. Agata) o di Castiglione quando era messo alle strette dalle forze dell’ordine. Formavano la banda elementi di Trevico e di Vallata, tutti soldati sbandati, braccianti e coloni. La banda si muoveva con estrema velocità da un comune all’altro, non escludendo quelli della vicina Daunia.
       A metà ottobre 1861 la banda Cerrone dal bosco di Castiglione si diresse verso la Baronia. Sul Formicoso il gruppo si divise: in circa 25 si diressero a Monteleone, Accadia e Candela, i Trevicani ed i Vallatesi si rifugiarono nelle masserie sparse nelle campagne di Trevico e di Vallata. Solo Cerrone si ritirò in paese nella sua abitazione.
       In novembre la maggior parte della banda fu catturata e passata per le armi. L’aveva consegnata alle forze di repressione lo stesso Cerrone.
       Alla banda Cerrone, in Baronia, subentrò quella di Ciriaco Lavanga, contadino di Trevico, detto Scipione o l’ Abate, per essere stato avviato agli studi in Seminario.
       Si era sconsigliatamente gettato in campagna perché disgustato con la famiglia per interessi. Punto di riferimento per i fuoriusciti di Vallata e della Baronia, la banda operava nelle campagne di Sturno, Frigento, Rocca S. Felice e Morra, da sola o in collegamento con altre bande.
       Le gesta del capobanda furono così riassunte nella requisitoria di un processo a suo carico:
       “Sin dal luglio 1862 si dava volontariamente a scorrere la campagna unendosi alla banda Schiavone(…). Si eresse poi a capo di una comitiva composta di circa 12 individui, scorrendo con questi le campagne di Trevico e di Vallata.
       Tra i crimini commessi sono notevoli l’omicidio consumato per solo impulso di brutale malvagità nella persona di Domenico Rotunno il 3 settembre 1862 e l’assassino di Antonio Fischetti di Vallata consumato il 28 novembre 1862.
       Sostenne moltissimi attacchi con la forza pubblica.”
       Alla banda erano associati tra gli altri Schiavone Aniello, De Gregorio Euplio, Lo Russo Giovanni, detto Ciriacone, Mercando Pasquale, Nuzzo Francesco, Bonavita Rocco, tutti di Trevico.

 

 

SENTENZA CONTRO LA FAMIGLIA RAGO:

“Complicità in brigantaggio”


       In Nome di S. M. Vittorio Emanuele II, per la Grazia di Dio e volontà della Nazione, Re d’ Italia,
       il Tribunale di Guerra di Avellino, nelle persone dei signori Ansubaldi Biscossi cav. Benedetto Colonnello; Presidente
       Ferrari D’Alessio_________ Maggiore Giudice
       Stellati Lobin Carlo_______ Maggiore Giudice
       Violante Luigi____________ Capitano
       Roger Andrea_____________
       Sordello Guido____________
       con l’assistenza del segretario infrascritto ha pronunciato la seguente sentenza delle cause contro
       - Rago Gennaro fu Gaetano, di anni 30 da Bisaccia, sacerdote detenuto dal 30 novembre 1864;
       - Rago Donato fu Michele, di anni 52 da Bisaccia, celibe, proprietario, detenuto dal 30 novembre 1864;
       - Rago Michele fu Gaetano, di anni 37 da Bisaccia, proprietario e luogotenente della Guardia Nazionale detenuto dal 30 novembre 1864;
       - Vitale Donata fu Raffaele di anni 60 da Bisaccia, vedova di Gaetano Rago, proprietaria, detenuta pure dal 20 dicembre 1864;
       - Rago Serafina, fu Gaetano, di anni 38 da Bisaccia, nubile, detenuta dal 20 dicembre;
       - Rago Antonia fu Gaetano, di anni 33 da Bisaccia, nubile, detenuta dal 20 dicembre;
       - Rago Elisa fu Gaetano, di anni 23 da Bisaccia, nubile, detenuta dal 12 gennaio 1865;
       - Luparelli Antonio fu Luigi, di anni 49 da Aquilonia, domiciliato in Bisaccia, proprietario e consigliere provinciale, detenuto dal 17 marzo 1865;

accusati di complicità in brigantaggio
in udienza pubblica

       Udita la lettura dell’atto di accusa,
       Sentiti il P. M. , la difesa e gli accusati i quali insieme al loro difensore hanno avuto per ultimo la parola. Ritenuto che al pubblico dibattimento alla lettura dei documenti inseriti in atti dalle deposizioni di molti testimoni esaminati sarebbe risultato:

  1. Che le notti dal 20 al 30 nov. dal Comandante il Presidio di Bisaccia, veniva accertato per mezzo di un dispaccio del Gen. Pallavicini, che in casa degli imputati Donato, Gennaro e Michele Rago, vi si trovassero ricoverati i famigerati capibanda Agostino e Vito Sacchitiello, la loro druda Giuseppina Vitale e il brigante Francesco Gentile,nonché Maria Giovanna Tito, druda di Crocco;


  2. Che il Rago Michele, il quale quella sera, come luogotenente della Guardia Nazionale, si trovava a coadiuvare la truppa nel perquisire le case dei sospetti dei manutengoli dei briganti in Bisaccia, da lui stesso indicate, interpellato dal maggiore comandante il Presidio se in casa sua vi si trovassero i briganti, in sulle prime stette sulla negativa, ma poscia, incalzato dal maggiore il quale lo dichiarò in stato di arresto, confessò che nella casa di suo zio Donato, stavano nascosti Sacchitiello e comitiva e nella casa della madre Donata Vitale, la druda del famoso Crocco, asserendo però che questa era gravemente inferma;


  3. Che portavasi la forza a circondare la casa dei Rago, in quella dei Rago si rinvennero effettivamente nascosti il Sacchitiello e compagni, in una specie di pozzo secco situato in un magazzino da grano nel quale si discende per una botola che dà precisamente nella camera del coaccusato Gennaro Rago;


  4. Che portatosi poi a perquisire la casa della Donata Vitale vedova Rago, nella medesima si rinvennero più né questa né le sue figlie, Elisa e Teresa, ne tampoco la brigantessa Maria Giovanna Ttito, druda di Crocco, che il Michele Rago asseriva gravemente malata;


  5. Che saputosi, però, dove si trovassero ricoverate, la madre e le figlie Rago, dopo molta esitanza si ottenne che la Elisa Rago accompagnasse il dr. Bellina e il delegato di pubblica sicurezza di Andretta nel sito dove si trovava la suddetta druda di Crocco e la facesse così cadere nelle mani della giustizia. Ritenuto che venne a risultare come la casa ove venne sorpresa la banda Sacchitiello, fosse abitata da Donato, zio della Clementina sua sorella e da Gennaro, Serafina, Antonia e Modestina Rago, loro nipoti che i briganti ivi si trovassero da più di un mese e non da solo otto giorni, come tentarono di far credere gli imputati.


  6. Che ivi i briganti, vivevano liberamente ed in pieno accordo, con tutta la famiglia, la quale procurava loro tutto quanto era necessario per il loro sostentamento, con larghi compensi;


  7. Che il rifugio dato a Sacchitiello in quella casa ove era pur anche a conoscenza Michele Rago, il quale, come luogotenente della Guardia Nazionale, come impiegato comunale e come intrinseco cogli ufficiali della truppa distaccata a Bisaccia, poteva somministrare a quegli assassini il maggior aiuto ed appoggio;


  8. Che delle donne in quella casa dimorate, quella che maggiormente si distingueva nel somministrare ai briganti quanto loro occorreva, quella che era la moderatrice e direttrice morale della famiglia, era donna Serafina;


  9. Che le altre due, cioè Antonia e Modestina cooperavano anche quale più, quale meno nell’infame opera perpetrata d’accordo con tutta la famiglia, partecipando anch’esse ai grossi compensi che se ne traevano;


  10. Che quanto alla casa di Michele Rago, la medesima era abitata dalla vedova di lui madre, Donata Vitale, dal Pasquale, dall’Elisa e Teresa, fratelli e sorelle Rago;


  11. Che quella casa da più tempo era il rifugio delle bande dei malfattori;


  12. Che ivi nel settembre e ottobre 1863 venne accettata la Filomena Pennacchio, druda del famoso capobanda Schiavone, ora fucilato ed ivi tenuto ricoverato per circa otto mesi, durante quel tempo venne pure ricoverato lo stesso Schiavone, per circa un mese e probabilmente nel gennaio 1864 venne accettata e ricoverata Maria Giovanna Tito, la quale era ben lungi dal trovarsi gravemente malata;


  13. Che particolarmente la Elisa fu quella che nella sera del 29 novembre onde evitarla alla ricerca della forza portò nella casa della coaccusata Di Gianni Antonia, che non volle accertarla, come asseriva Michele Rago;


  14. Che la Elisa fu quella che mancò e cooperò onde far arrestare la stessa brigantessa;


  15. Ritenuto quanto al Luparelli Antonio che venne veduto nel 1862 in casa sua a sortirne il brigante Nunziatiello, stato poi fucilato nel novembre dello stesso anno e poi anche Agostino Sacchitiello;


  16. Che non può mettersi in dubbio la fede dei testimoni che ciò deposero nella deposizione scritta venne indicato l’anno 1863 invece del 1862, essendo naturale che i contadini poco possono badare all’accertamento delle date, circostanza d’altronde rettificata all’udienza e poiché inoltre venne provato come buona fama godono nel paese tali testimoni e siano meritevoli di ogni fede;


  17. Che in una notte del luglio o agosto 1863 fu veduto il Luparelli con gente armata e sconosciuta unitamente a Michele e Gennaro Rago, nelle quali occasioni non risposero alle chiamate ripetute della sentinella del posto di Guardia Nazionale;


  18. Che in casa del Luparelli furono varie volte veduti il padre e più la madre del brigante Sacchitiello in segreto colloquio col Luparelli tanto prima la loro partenza che dopo il ritorno;


  19. Che il Luparelli da più tempo frequentava la famiglia Rago assiduamente, e specialmente la casa del Donato ove abitava la damigella Serafina, che tale assiduità ebbe singolarmente ad aumentare da due anni a questa parte e si noti come il Luparelli andasse in tal casa sin oltre due volte al giorno e come alcune volte usasse circospezione nel portarvisi onde non essere veduto. Che in tale casa nulla si faceva senza la sua approvazione;


  20. Che la pubblica opinione di Bisaccia, la quale vedeva quella straordinaria frequenza ed ingerenza del Luparelli in detta casa, l’attribuiva dapprima a tresca amorosa che potesse esistere con la nominata Serafina, ma dopo la scoperta dei briganti non esitò ad attribuirla alla ingerenza che il Luparelli avesse avuto nel dare ricovero ed aiuto ai briganti;


  21. Che è provato come il Luparelli fosse avverso all’attuale ordine di cose, sparlandone continuamente con quelli che credeva potessero fidare tanto che, eletto due volte a capitano della Guardia Nazionale, mai volle procurarsi l’abito inerente a tale grado, e nemmeno volle rivestire mai il berretto e anzi rimproverò uno dei testimoni che tale abito si era procurato, dicendo che il governo attuale non poteva derubare;


  22. Che ciò spiega quindi come esso, ricco di censi ed in posizione elevata, abbia dato mano a coordinare orde di assassini che infestano da molto tempo queste province;


  23. Che per la sua posizione, pei sospetti che sapeva già essersi levati sul suo conto, non va errato chi crede, ed il tribunale ne ha la profonda convinzione, che il Luparelli sia stato quello che dopo aver ricoverato presso di sé i briganti, li intromise nella casa Rago,ove esercitava una decisa e grave influenza, ed ove per le molte giovani donne, delle quali tale famiglia era composta, per le cui condizioni, nessuno avrebbe mai potuto credere avesse ricoverato tali malfattori e la pubblica opinione nel ciò ritenere si è ampiamente ed energicamente pronunciata. Che tale risulterebbe infine come il Luparelli fosse quello che tenesse e tenga tuttora presso di sé i denari dei briganti, frutto delle rapine e grassazioni da essi commessi, onde poi somministrarli ai loro parenti e ai briganti stessi secondo i loro bisogni;


  24. Che è notorio avere il Crocco, Sacchitiello e Schiavone, con un numero imponente di armati, scorso dal 1864 in poi questa provincia spargendovi il terrore e la desolazione per le grassazioni, assassini, incendi, ed altri crimini che andavano consumando;


  25. Che mentre tutti gli abitanti di Bisaccia vennero durante il suddetto periodo di tempo danneggiati nelle loro persone e proprietà, le sole famiglie Rago e Luparelli mai ebbero a soffrirne danno, da parte delle orde brigantesche;


  26. Che i testimoni a discarico prodotti dal Luparelli, invece di favorire la sua condizione, servirono anzi ad aggravarla perché pregiudicati la maggior parte per la loro condotta e per le loro antecedenti aderenze col Luparelli;


  27. Che a nulla valse il certificato prodotto all’udienza dalla difesa del Luparelli, perché destituito di autenticità, e se le testimonianze delle persone che in detto certificato si vedono firmate, doveva presentarli come testimoni a discarico e farli esaminare alla pubblica udienza;


  28. Che non merita, poi, alcuna considerazione la favola inventata dal Rago che essi intendessero fare presente i briganti trovati in loro casa e che anzi, avessero tentato di avvelenarli, poiché smentita da tutte le risultanze del pubblico dibattimento, si ha che a rifletter che il Michele Rago, luogotenente della Guardia Nazionale, in stretta relazione con l’ufficiale dell’esercito stanziato in Bisaccia, avrebbe potuto, facilmente, o far presentare i briganti o farli arrestare, rendendo così un eminente servizio al paese. Considerato pertanto non esservi dubbio a fronte dei fatti sopra esposti come gli accusati Rago e Luparelli soprannominati, dal 1861 in poi sino al novembre 1864 somministrato scientemente e di libera volontà ricovero, viveri, notizie ed aiuti in ogni maniera, a bande armate scorrenti le pubbliche vie e le campagne, commettendo crimini e delitti di ogni genere per cui sono evidentemente incorsi nel reato in complicità in brigantaggio. Che non v’ha dubbio, abbiano ciò operato di libera e spontanea volontà, perché abitanti in un paese munito di Guardia Nazionale, avrebbero potuto benissimo senza alcun danno esimersi dal prestare soccorso a quegli assassini, e quantunque fosse provato che Schiavone avesse spedito un biglietto di ricatto ai Rago, come questi asserisce, ciò che non è tal fatto non costituirebbe ragione che valga a cancellare o diminuire il grave reato di cui i Rago sono accusati.

           Il foglio è strappato e si interrompe così. I Rago, uomini e donne, ed i Luparelli furono condannati a vari anni di lavori forzati a causa della cessazione della legge Pica.


SOMMOSSA DI AQUILONIA IL 21 ottobre

IN OCCASIONE DEL PLEBISCITO


       Era l’alba del 21 ottobre 1860 e si festeggiava, nelle nostre province e nei nostri comuni il giorno del plebiscito: il giorno che univa per sempre l’Italia Meridionale a tutto il resto di essa.
       A parecchi soldati sbandati ritornati in Carbonara, si unirono nelle prime ore del mattino, numerosi contadini e lavoratori, i quali a gruppi schiamazzanti, urlando, si avviarono al corpo della Guardia Nazionale. –C’erano pochi soldati, ma il capitano Maglione li esortava a tener fermo. Questi si posero infatti, in attitudine di respingere l’aggressione, la plebaglia si allontanò. Di lì a poco, quella malnata turba ingrossata da migliaia di contadini si avvia alla casa dei principali proprietari che avevano fama di liberali, e che erano i signori Stentales Gabriele ed Isidoro, Giurazzi, Tartaglia, Maglione. – Venite giù – grida la plebe - quelli esitano , vedendo quei brutti e minacciosi ceffi, tra i quali donne che sembravano furie. Ma vedono che devono cedere e scendono.
       Vengono messi in mezzo e menati, fra un baccano d’inferno, al corpo di Guardia Nazionale imponendo al signor Stentales di spiccare dal muro i ritratti del Re e di Garibaldi.
       Il pover’uomo sale su una seggiola per eseguire l’ordine, ma non giunge col braccio all’altezza dei quadri, allora i villani lo battono, lo ingiuriano, gli strappano i peli dal mento, gli si dà quindi una mazza e gli si fanno cadere i quadri che si sono ridotti in frantumi. –Alla chiesa – si grida poi – andando alla chiesa a cantare il Te Deum - .
       Si avviano e giungono alla chiesa.
       Le persone civili e liberali sono fatte entrare mentre la plebaglia rimane alla porta dove due sbandati sono di guardia e due altri montano di sentinella all’altare maggiore.
       Intanto che quei disgraziati cantano quell’inno che per essi si rassomiglia al “Requiem dei morti” fuori la chiesa si tiene un conciliabolo sul modo di trucidarli.
       Alla fine decidono di portarli alle ripe. Terminato il Te Deum, i liberali escono dalla chiesa, sono circondati dalla plebe e la processione comincia.
       Un uomo di nome Scapecchio porta le immagini di Francesco II e Maria Sofia e le fa portare in testa alla processione. Il sindaco Giurazzi è fatto mettere accanto ai quadri, in prima linea; seguono sbandati e terrazzani, armati di schioppi, ronche, scuri, quei poveri galantuomini credevano quivi rientrare.
       No, no alle ripe, un angusto spianato all’ultimo dell’abitato che da un lato è limitato da una fila di case compatte, né spezzata da alcuna contrada; dall’altro è in fondo ad un abisso; donde l’occhio spaurito si arresta. Nessuna via possibile di scampo. Qui la processione si arresta. “Oggi la carne deve andare a tre grani il rotolo” urla una furia in forma di donna. Così ha inizio la strage. La turba si scaglia sulle vittime. Cade prima il D’Annunzio, poi gli Stentales colpiti da zappe e scuri.
       Il capitano della Guardia Nazionale fugge,ma Pasquale Marengo gli tira una fucilata e lo atterra. Luigi Caprano gli è addosso e lo finisce a colpi di scure, facendo schizzare il cervello.
       Il Tartaglia è colpito da Vincenzo Romano con la zappa e sembra morto. Ma più tardi Serafina Penna vede che la vittima respira ancora e si scaglia addosso ghignando ferocemente – ah, ah, sei vivo ancora, hai mangiato il sangue mio!- grida e con la zappa colpisce il cranio del moribondo. Un giovane di casa Stentales di 12 anni è infilzato da una baionetta e presentato come ludibrio al popolo.
       Seguono rapine e saccheggi.
       Nel settembre 1863, per molti giorni, il primo circolo della Corte di Assise di Avellino è rimasto occupato per il lungo ed interessante dibattito a carico di 56 individui imputati di questa rivolta, sostenendo la requisitoria il P. G. sig. Vincenzo Sartorio, il quale dopo tre giorni di arringa, che se per molti non domandava la pena di morte era solo per risparmiare novello sangue.
      

ESTRATTO DEL VERBALE DI INTERROGATORIO
reso da
CARMINE CROCCO
nelle carceri giudiziarie di POTENZA
Il 3, 4 agosto 1872


       “L’anno 1872 il dì 3 del mese di agosto nelle carceri giudiziarie di Potenza all’ora una pomeridiana, noi cav. Alessandro Fava Presidente della Corte Ordinaria di Assise con l’assistenza del Vice Cancelliere sig. Oreste Masci, in seguito alla pervenienza degli atti del relativo procedimento sul conto del detenuto Crocco Carmine Donatelli, il quale con sentenza di questa sezione di accusa e di quella di Napoli e Trani, legalmente notificate, venne per vari reati rinviato alle assise, volendo interrogarlo, lo abbiamo fatto condurre avanti a noi, nella camera degli esami, dove con l’assistenza dell’infrascritto Vice Cancelliere interrogato sulle generalità ha risposto:



































 

Carmine Crocco Donatelli
Alessandro Fava
Oreste Mascia (vicecancelliere)

BIBLIOGRAFIA

       FONTI ARCHIVISTICHE :
       Archivio di Stato -Potenza- Processi politici 124/2-6;128/6-7;
       Atti di Prefettura Basilicata. Gabinetto 26/17; 27/31;
       Archivio di Stato Avellino,atti di Gabinetto(Brigantaggio 1861-76)fasc. 14;
       Archivio di Stato Avellino, Corte di Assise, busta 26
       Archivio Comune di Bisaccia, Brigantaggio F. 13, 27 .

       FONTI GIORNALISTICHE :
       Gramsci A. : L’ordine Nuovo 1919-20 Torino 1954;
       Valagra G. : Il Brigantaggio in Irpinia,“IRPINIA” 1931numeri 7-8-9.

       FONTI BIBLIOGRAFICHE :
       AA. VV. -Il Brigantaggio fra il 1799 e il 1865 Movimento criminale Politico o rivolta sociale? Napoli,2000
       Battista C. – Reazione e Brigantaggio in Basilicata nella primavera del 1861. Potenza 1861
       Bourelly G.– Il brigantaggio nelle zone militari di Melfi e Lacedonia dal 1860 al 1865. Napoli 1865
       Crocco – Come divenni brigante. Manduria 1965
       De Jaco C. – Il brigantaggio meridionale. Roma 1969
       Del Zio B. –Il brigante Crocco e la sua autobiografia. Melfi 1903
       Del Zio B.–La reazione nel melfese:il brigantaggio. Melfi 1905
       De Rosa C.–Storia di Calitri. Lioni 1975
       De Rosa C.-La questione meridionale. Napoli 1970
       F. A.–Memorie. Torino 1865
       Fortunato G.–Il Mezzogiorno e lo Stato italiano. Bari 1911 Gramsci A.–Il Risorgimento. Torino 1951
       Massari G.–Relazioni alla Camera per il brigantaggio. Milano 1863
       Molfese F.–Storia del brigantaggio dopo l’Unità. Milano 1964
       Perrone A.–Il brigantaggio e l’Unità d’ Italia. Milano 1963
       Sereni E.–Il capitalismo nelle campagne. Torino 1947
       Valagara G.–Un episodio del brigantaggio politico in Irpinia. Napoli 1935
       Vacuolo P.Il volto del brigante:avvenimenti briganteschi in Basilicata 1860/1877. Galatina 1985
       Villari R.–Il Sud nella storia d’Italia. Bari 1974

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