Comunità di Vallata tra Chiesa Madre, Cappellanie e Regia Dogana - Sergio Pelosi — Don Gaetano Pelosi figlio di Don Carmine.

Capitolo VII
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7.4 Don Gaetano Pelosi figlio di Don Carmine.

        Nacque a Vallata il 23 Gennaio 1836, dall’U.J.D Don Carmine Pelosi e Donna Maria Caterina Gallicchio, unico maschio tra tante sorelle (Foto 29). Compiute le scuole primarie in loco, fu mandato da suo padre a studiare al Liceo per tre anni nel Seminario di Avellino e per 2 in quello di Ariano di Puglia, per attendere agli studi di filologia, filosofia e matematica. Questa informazione fu anche riportata sul frontespizio di un libro di latino che proveniva da Don Carmelo Pelosi, padre missionario che il 20 Marzo del 1803 dal Convento dei Padri  missionari di Lucera si recò in Africa e, da quello zio mai conosciuto, il libro passò a suo padre che successivamente, glielo consigliò vivamente per la sua formazione classica. Su quel libro a lui pervenuto e che si trova a Vallata ad un suo attuale discendente che porta il suo stesso nome c’e scritto “ex libris della famiglia Pelosi”, da Don Pasquale sacerdote a Don Giuseppe sacerdote, da Don Giuseppe a Don Carmelo padre missionario e, da quest’ultimo, all’U.J.D Don Carmine suo padre che fece la dedica al figlio. Così, leggendo alcuni dei libri trovati a Vallata, su uno di questi che riguardava la lingua latina, sulla prima pagina, c’era scritto come quel libro fosse arrivato a fino a Don Gaetano. Sopra c’era una data, 1638, apparteneva alla famiglia Malgieri, pervenuto da questa a Donna Cristina Malgieri, moglie del Razionale dell’annona, Don Antonio Pelosi, poi da questi ai 5 figli maschi tutti nominati, da questi 5 ai coniugi Carmine e sua moglie Donna Caterina Patetta, nipote dell’Arcivescovo di Bisaccia con giurisdizione su Vallata e tra parentesi (SS. Nunziata fondata nel 1421), poi passato a  Don Bartolomeo, da questi a Don Carmine ed infine a Don Gaetano, unico a dare discendenza le cui gesta avevano riempito le cronache dell’epoca e, come spesso accade per chi sta in politica, ebbe molti detrattori e molti ammiratori. In realtà il personaggio fu assai singolare, l’eredità morale lasciata dal padre Carmine ed ancor di più dal nonno Bartolomeo, ebbe sicuramente un peso troppo grande su di lui. Ebbe una breve vita, ma molto intensa, perché il ruolo che gli era stato riservato dalla vita era stato tracciato dai suoi avi e lui, sentendone tutto il peso, qualche volta commise degli errori dovuti alla giovane età ed al fatto che non ebbe dei fratelli per condividere talune preoccupazioni.  (Foto 30 e Foto 31).
        Questo personaggio fu proprio un prototipo dei tempi che attraversò; infatti, è bene ricordare che, in quel periodo, si respirava un’aria di totale fallimento delle passate promesse napoleoniche relative alla fine delle leggi della feudalità, rientrarono i borboni, ma le cose non cambiarono per quanto riguardò la proprietà di quelle vaste estensioni di terra che furono dei baroni, della chiesa e dell’università. I Comuni tra cui Vallata, ebbero con la legge del 24 gennaio 1864 n.1656 dei diritti statonicali e tutte le promiscuità e gli usi civici sulle terre del Tavoliere, furono convertiti a loro favore e si incominciò a distribuire molti terreni in piccole quote ai poveri contadini dietro il pagamento di un canone annuo; ma il più delle volte, questi non avevano neanche i soldi per pagare quel canone che era una cartella fondiaria. Così, anche a seguito dell’abolizione della Dogana delle Pecore, contrariamente alle attese, quelle terre vennero trasformate in proprietà private, anche se fu posta la restrizione che quelle quote non potevano in alcun modo essere vendute o ipotecate per lo spazio di dieci anni ma, i poveri contadini, sapevano pure che la legge diceva che le quote non potevano essere abbandonate, pena la riacquisizione delle stesse da parte del Comune per la rassegnazione ad altri cittadini, laddove per terre abbandonate s’intendevano le terre lasciate incolte per tre anni. Fu così che molti assegnatari, non avendo i mezzi per coltivarli, non riuscendo ad anticipare le spese per le sementi e quant’altro, né tantomeno avendo di che pagare il canone annuo, si rivolgevano ai proprietari di sempre, restando ostaggi nelle mani dei cosiddetti “borghesi galantuomini” che cominciarono, con il tempo, a vederle libere da servitù d’uso e dal pedaggio degli usi civici prima esistenti. Così, in quello scenario, i ricchi proprietari terrieri ed i grandi allevatori, come Don Gaetano, per mantenere immutati i propri privilegi, al fine di ostacolare, insabbiare e rinviare le operazioni di smantellamento del patrimonio demaniale, cominciarono a capire che era necessario far politica nelle civiche amministrazioni, cosa che lui fece puntualmente, a cominciare dall’inizio dell’Unità d’Italia. Per quel suo comportamento che, a mio giudizio, fu comune a tanti altri galantuomini che da borbonici divennero unitari essenzialmente per curare i propri interessi, Caruso29 lo definì “discusso Sindaco di Vallata”, anche perché ebbe tutta una serie di traversie personali tra il 1853, ancora non maggiorenne, ed il 1873. Poi, quando divenne Sindaco di Vallata nel 1881, usò spesso il “pugno di ferro” il che gli arrecò non pochi problemi ma, nonostante tutto, conseguì anche il suo nuovo mandato nel 1884 che all’epoca consisteva in un secondo triennio, che non portò a termine perché la morte lo colse la notte di Capodanno, quando fu trovato nel suo letto privo di vita all’alba del 1886, quando tutta la famiglia era a Flumeri a festeggiare l’arrivo del nuovo anno a casa Melchionna.
        Tra le cronache dell’epoca su Don Gaetano ci sono interi sermoni sulla “Sentinella Irpina”, sulla “Gazzetta di Avellino”, sul “Giornale di Avellino” .
        Come già detto, ebbe diverse sorelle, una era Teodora, con la quale andava molto d’accordo, un’altra era Costantina che si era sposata ad Anzano di Puglia (Foggia) con Don Nicola Frieri, che gli diede ospitalità e rifugio durante un periodo particolare della sua vita. Il suo amico di sempre, oltre che parente fu Francesco Netta del fu Don Ciccio che divenne erede anche dello zio Don Vincenzo che, ad un certo punto, interruppe i buoni rapporti avuti con lui fino a quel momento e gli mosse contro una causa (Intend. Capitanata, doc. N°4834 del 1857 relatore Consigliere Dr. Cortese) in cui Don Gaetano ci rimise molti soldi, oltre a perdere il possesso dell’affitto della Posta di Monterocilo. Il fatto fu che don Gaetano, essendo diventato da poco maggiorenne ed essendo stato responsabilizzato da molto tempo da suo padre, gestiva lui quella Posta ed in virtù di rapporti antichi di amicizia e parentela con i Netta, concesse verbalmente l’affitto della Posta per più di sei anni al padre di Francesco, Don Ciccio, e questi, in sede di giudizio rimarcò proprio quell’aspetto relativo all’evasione fiscale che Don Gaetano commise nei confronti del regio fisco della Corona. Fatto sta che effettivamente quel comportamento fu ritenuto gravissimo dalla Regia Corte di Foggia e, a Maggio 1857,  Don Francesco Netta riuscì ad avere lui la censuazione della Posta che era stata ininterrottamente per 3 generazioni ad appannaggio dei Pelosi, nell’ordine che fu riportato dal seguente documento:  1)Don Carmine, 2)Don Michele prima e Don Bartolomeo dopo 3) Don Carmine 4) per arrivare infine a Don Gaetano che a quella data dal 1857 la perdette, oltre ad essere condannato a pagare una somma notevole per sottrazione d’imposta al Regio Fisco. Fu così che don Gaetano in modo inopinato e, per mera vendetta, perdette la censuazione di quella Posta sita vicino la città di Ascoli che avrebbe, di lì a poco potuto divenirne enfiteuta, come fece per i terreni di Aquilonia e Rocchetta Sant’Antonio. Come tutti i proprietari terrieri dell’epoca, anche Don Gaetano era filo borbonico ma non soltanto durante il governo borbonico  come tanti altri proprietari, ma lo continuò ad essere come lo fu suo padre anche nei primi tempi dell’unità d’Italia, tanto che nel 1860 fu accusato di associazione di malfattori e manutengolo di briganti che lo portò ad essere detenuto per 8 mesi nel Carcere di Avellino (Corte d’Assise di Avellino 13.33.60). Quei primi anni dell’unificazione d’Italia, furono anni molto turbolenti per il mezzogiorno d’Italia;. Don Gaetano, se da una parte capì che doveva prendere le distanze, dall’altra, conosceva bene tutti quei personaggi  che gli servivano anche a fini politici, infatti, fu accusato di aver coperto e protetto Giovanni Lo Russo, detto Ciriacone, ex soldato borbonico sbandato ed appartenente alla banda Lavanga, che stava a casa sua dove lavorava come suo attendente, ma questo fu anche come il caso di Loffa Onofrio, Michele Cirillo fu Giovanni, Del Campo Carlo e Vella Pietrantonio. L’unificazione d’Italia ed in particolare l’armonizzazione Nord-Sud costò, come Cavour scrisse prima della sua morte, di fatto, quanto una guerra contro l’Austria. Infatti, basti pensare al lungo conflitto (1862-64) che oppose l’esercito regolare italiano alle bande di contadini ribelli che erano presenti soprattutto nell’entroterra campano, lucano e pugliese. Ma, come è noto, il brigantaggio era la spia di un fenomeno ben più profondo e complesso che riguardava l’estraneità delle classi contadine al moto risorgimentale. Insomma, i grandi bisogni delle masse contadine meridionali non avevano trovato alcuna risposta nei programmi e nelle scelte economiche del nuovo Stato. Quelle masse di poveri contadini pensarono che le loro rivendicazioni rivolte ad ottenere i diritti d’uso sui terreni demaniali e ad un’applicazione della tanto sospirata riforma agraria, stessero finalmente per essere realizzate, ma così non fu. Nel 1862 Don Gaetano ricevette estorsioni da parte sia di Agostino Sacchitiello che da Domenico d’Errico(Archivio di Avellino 13.33.62), ma i Garibaldini prima e la Guardia nazionale dopo non seppero dare altre risposte che la fucilazione in massa dei tanti contadini insorti, e ciò non fece altro che scuotere le coscienze di coloro che s’erano avvicinati ed avevano  aderito ai moti liberali. Così, nel 1862 a Vallata fu passato per le armi Angelo Colicchio, sua vecchia conoscenza, che faceva parte della banda di Sacchitiello, mentre in quella zona operava anche la banda Schiavone. Il 7 settembre 1861 (Processi politici dell’Archivio di Stato di Campobasso, busta 139, fasc. 11) in Contrada Maggiano nel tenimento di Vallata 12 malfattori, tra cui Giovanni Cornacchia, Angelo Colicchio, Pietro Vito Cardillo, Michelantonio Tanga di Nicola di Vallata e Giuseppe Melillo di Bisaccia, alias Gioia, assieme ad altri ignoti, “tutti soldati sbandati, vestiti alla contadina con cappelli sulla testa ed armati di fucili, appropinquatisi alla masseria di Don Gaetano sotto finto nome si diressero verso il guardiano Rocco Negro richiedendo subito un cavallo ed una giumenta, ma questi negò di avere animali in sede perché li aveva condotti altrove, ma con minacce e violenze entrarono nella stalla e trovarono e sottrassero una giumenta bianca del padrone del valore di ducati 40 pari a 182 lire e, prima di andarsene uno degli altri forestieri unitisi nel frattempo ai primi 4 di Vallata, riconosciuto come il Sergente Giuseppe Melillo detto Gioia, di Bisaccia, gli consegnò una lettera anonima da consegnare a Don Gaetano, contenente la richiesta di 4000 ducati, pari a 17mila lire, sotto minaccia d’incendio della campagna e, da lui guardiano pretesero la biada per i loro cavalli”. Nel dibattimento del processo Don Biagio Gallicchio, cugino di Don Gaetano, fece mettere a verbale che gli stessi paesani avevano commesso gli stessi reati nella stessa zona di Maggiano, nella sua masseria ed erano sbandati sin dal settembre 1860; da quel momento in avanti andavano in comitiva commettendo ogni tipo di delitto e di reato e tutti loro s’erano uniti alla banda di Agostino Sacchitiello; allo stesso modo testimoniarono pubblicamente altre persone che sapevano dei loro reati e delle ruberie commesse e lo fecero mettere a verbale; i testimoni furono Don Pasquale Stanco, Raffaele Cornacchia, Gaetano Nigro e Don Tommaso Pavese.  Ma, anche quella che in seguito rappresentò un’arma di ricatto per l’opposizione politica, fu una di quelle azioni che era da considerare “normale” per quei tempi  perché non furono pochi quelli che aiutarono i briganti offrendo loro denaro, viveri, luoghi di rifugio ed informazioni, nonostante che il generale La Marmora avesse fatto affiggere il 29 Agosto 1862 il seguente manifesto: ”Sarà considerato connivente al brigantaggio, e come tale punito, chiunque sia trovato portatore di munizioni, armi, viveri, vestiario e qualunque altra cosa destinata ai briganti”; inoltre, come raccontato da Procaccini 30, per entrare ed uscire dalle città occorreva una carta di passo e le panetterie fuori dai centri abitati, essendo la principale fonte di alimento per i briganti, furono chiuse. Tra i molti personaggi insigni dell’epoca, ad esempio, ci fu il Conte  Pavoncelli di Cerignola, accusato degli stessi suoi reati, cioè di convivenza con il capobanda locale Nicola Morra cui fu anche attribuita l’accusa di connivenza nella fuga dal carcere di Cerignola di Carmine Crocco, con la complicità anche di componenti della nobile famiglia Ceci di Andria. Così, anche Don Gaetano, come la maggior parte dei proprietari terrieri dell’epoca, solidarizzò ed aiutò i briganti, essendo rimasto filo borbonico e riottoso verso lo Stato unitario e gli stendardi sabaudi, pensando che le innovazioni potessero giocargli contro i privilegi fin li ottenuti, e non furono rari i casi in cui per sfuggire ai sospetti della guardia nazionale, alcuni proprietari finivano per chiedere ai briganti di colpire le loro stesse proprietà, per far credere che non erano amici dei briganti, mandandoli a commettere qualche danno. Nel 1867 Don Gaetano lo ritrovammo come consigliere comunale a Vallata ed in tale veste, il 7 Agosto di quell’anno ebbe un “Attestato di Socio Promotore e Benemerito della Scuola Dantesca Napoletana” per aver contribuito alla diffusione ed alla promozione della Cultura Popolare. Nell’anno successivo fu insignito del Titolo di Cavaliere, esattamente come il padre e come il nonno, mentre il 29 Marzo 1883 ricevette un Diploma per meriti letterari ed umanitari dall’Accademia “La Nuova Italia”, tutte attestazioni che gli piacevano molto poiché ne collezionò parecchie e le teneva in bella mostra. Dal punto di vista politico Don Gaetano trovava che l’inasprimento delle leggi ed il nuovo ordinamento dello Stato italiano non erano adatte a quelle popolazioni che lui conosceva intimamente e che si traducevano in limitazioni delle libertà personali e presagiva che quelle innovazioni, col passare del tempo, avrebbero portato ad un diverso modo di concepire la vita e le relazioni tra le persone. Lo Stato unitario, in realtà, dovette far fronte a tante emergenze nell’ex Regno di Napoli, il primo dei quali, fu quello di una mentalità pregiudizialmente ostile nei suoi confronti ed il personaggio di cui si sta parlando ne era un prototipo; così, ad esempio, di fronte al problema dei demani comunali non riuscì a risolvere nulla e, come letteralmente riferito da Guido Dorso:
        ”I borghesi, impadronitisi della rappresentanza politica delle province, posero ogni specie di ostacolo all’azione antifeudale, impedirono che le riforme legislative si risolvessero in beneficio delle classi umili. Così gli usurpatori divenuti grandi elettori stroncarono ogni azione rivoluzionaria diretta contro il loro dominio”.
        Anche Antonio Salandra, esponente del Partito dei conservatori dovette ammettere: “Si è compiuto il ciclo fatale dell’appropriazione della quota da parte del capitalista e del grosso proprietario....e mi constano casi non rari nei quali la quotizzazione non era stata che una parvenza promossa dal proprietario o del capitalista, nelle cui mani è passata la maggior parte del demanio, dopo modeste gratificazioni ai contadini” . Anche il Franchetti che faceva parte della Commissione di studio il 4 Maggio 1884 sul discorso delle quote fu abbastanza chiaro:” Le usurpazioni più importanti per estensione e per valore, sono state fatte dalle famiglie più influenti dei paesi, da quelle dalle quali sono stati scelti gli amministratori del municipio, che non hanno dovuto sforzarsi molto a difendere le terre usurpate. Infatti, questi conoscono il terreno e conoscono la storia dal 1806 in poi di tutte le particelle del demanio usurpate o meritevoli di esserlo, hanno per lunghi anni potuto preparare col possesso materiale, con transazioni private, col modo in cui sono stati trattati e considerati i terreni demaniali negli atti amministrativi del Municipio, titoli apparenti i quali hanno una grande importanza in questa materia, nella quale lo stato di possesso, anche indirettamente provato, ha preponderanza così decisiva…..”  E Don Gaetano Pelosi, da come risulta dagli atti del Comune di Vallata del 10.01.1869 e quelli del 15.04.1869 aveva compiuto importanti usurpazioni per quello che riguardava l’erbaggio Mezzanella, Regio Tratturo, Stradella, Padula, Carrara, Maggiano. Assai interessante ed illuminante per avere più chiara l’idea dei tempi che furono e degli episodi che si manifestarono può essere l’interrogatorio di Carmine Crocco (Cfr.SASL,Corte d’Assise, Fondo Brigantaggio, b. 3, f.26) che al giudice che gli chiedeva  perché mai, se il suo scopo era politico, la sua banda aveva colpito anche proprietari di fede borbonica, questi rispose:..”se qualche volta io mi sono trovato implicato in simili reati in pregiudizio di coloro che appartenevano al partito borbonico, ciò è avvenuto perché essi stessi, per allontanare ogni prevenzione a loro carico, per far credere al mondo che non erano amici dei briganti, mi mandarono più volte a pregare di commettere qualche danno sulle loro proprietà”.
        In realtà Don Gaetano Pelosi aveva amicizie in tutti gli strati sociali, era amico personale del Barone Luigi Grella di Sturno, del Sindaco di Lacedonia Michele Cerchione, di quello di Grottaminarda Federico Troyse, ma non ebbe mai problemi di sorta col trattare con i “cosiddetti briganti”, con i quali ebbe sempre buoni rapporti anche di lavoro, a cominciare proprio da Ciriaco Cerrone che formò una sua banda collegata a quella di Carmine Crocco, o come tanti altri contadini che avevano lavoravano con lui nelle sue masserie o ex soldati sbandati e braccianti, come Domenico Zingariello, Antonio Cardinale, Alfonso Cerullo, Pasquale Travisano, tutti passati per le armi nel Novembre 1861. Quella banda, in particolare, come anche quella di Angelo Colicchio, Don Gaetano le conosceva bene perché operavano a Vallata ed in particolare avevano la propria base logistica proprio in quelle zone dove lui aveva una sua masseria in contrada Maggiano, li dove faceva il guardiano e salariato Rocco Negro a cui Don Gaetano voleva un gran bene.
        E’ utile ricordare che verso la fine del 1862 vi fu un serio confronto parlamentare sulla questione del brigantaggio, e fu fatto notare da molti deputati meridionali che la durezza della politica del governo e l’azione repressiva dell’esercito aveva avuto l’effetto di alimentare la nostalgia per il vecchio regime. Il governo Rattazzi messo in seria difficoltà dagli oppositori, chiese al generale La Marmora un dettagliato rapporto sulle cause del brigantaggio nel meridione d’Italia ed una Commissione formata da autorevoli personalità tra cui Sirtori, Castagnola, Nino Bixio, Massari, Saffi etc., fu inviata a Napoli il 10 Gennaio 1863. Il 30 Gennaio la Commissione da Ariano Irpino giunse a Foggia, ma di briganti non vi fu traccia, tranne una cinquantina di uomini della banda Schiavone che si erano avvicinati più per curiosità dovuta all’imponente scorta composta di cavalleggeri e guardie nazionali, che per aggredire; furono anche inseguiti nei pressi dello Scalo di Bovino, ma senza successo dalle truppe di scorta. Il brigantaggio, la Commissione lo conobbe solo attraverso i resoconti ed i documenti prefettizi dell’epoca. Il 3 e 4 Maggio 1863 la Commissione d’inchiesta riferì in Parlamento e le relazioni furono estremamente caute nel toccare la questione sociale nel Mezzogiorno, non poterono ignorare i gravissimi squilibri sociali, la miseria, le ingiustizie subite dal ceto proletario, le usurpazioni dei galantuomini, ma soprattutto si soffermarono sulle colpe del malgoverno borbonico, dal quale erano venuti i mali che aggiungendosi alla povertà, causa predisponente, avevano prodotto il brigantaggio. Secondo tali relazioni, le plebi meridionali avevano perso la cognizione del giusto per opera del dominio borbonico e, prima ancora per aver subito l’avvicendarsi di regnanti stranieri e la violenza del sistema feudale. Il provvedimento legislativo che ne derivò fu la Legge Pica che stabilì che nelle province dichiarate infestate dal brigantaggio, le competenze passavano ai Tribunali Militari. Fucilazione e domicili coatti furono le armi di tale legge, ma rivolte per lo più verso le classi contadine, mentre i latifondisti ed i proprietari armentizi, non solo mantennero inalterato il loro potere economico, anzi lo accrebbero quando nel maggiore dei casi, entrarono a far parte della Pubblica Amministrazione dedicandosi alla politica. Infatti, le usurpazioni e la divisione dei beni demaniali da parte dei proprietari terrieri si consolidò a danno proprio di quelle classi del proletariato che fino ad allora  avevano in qualche modo usufruito dei beni civici comuni.
        Anche Don Gaetano entrò allora a far parte di quel meccanismo al pari di tanti altri proprietari terrieri dell’epoca ed il suo comportamento non fu meno riprovevole, anche se inquadrato in quei tempi ed in quel contesto. I briganti, invece, furono principalmente espressione della popolazione rurale (contadini, pastori o braccianti) che si sentì defraudata dal nuovo ordine sociale anche di quelli che erano gli usi civici comuni che fino ad allora avevano potuto esercitare su quei terreni demaniali passati ad altri possessori e non ebbe altra scelta che  ”o fare i briganti o fare gli emigrati”.
        Così, in questo contesto tanto degradato, si faceva difficoltà da parte del nuovo Stato unitario a capire come andava gestito l’ordine pubblico e dove poggiare i cardini di uno Sato che fosse realmente basato sul diritto e l’eguaglianza tra i cittadini. Così,   Don Gaetano Pelosi, conosciuto a Vallata e paesi vicini come un possidente ricco e figlio di una famiglia che gli aveva dato tutto, il 6 Dicembre 1869 fu arrestato perché commise un omicidio nei confronti di Rocco Fortunato che, a seguito di un ferimento grave provocatogli con la parte superiore di un uncino per le pecore, spirò dopo tre giorni di agonia. Rocco Fortunato di Montella era uno dei massari di pecore di Don Gaetano che si trovava al momento dei fatti in tenimento di Ascoli con il suo gregge. Allertato dai pastori di ciò che accadeva tutte le notti, quando il massaro, tramite una canna di bambù, allo scopo preparata, si recava a rubare il latte dai bidoni di raccolta, la sera del 16 Maggio 1869, dietro uno dei bidoni comparve Don Gaetano che così lo redarguì: “E’ brav’ lu mariuolo nuost” e quello di rimando : “Ma tu chi t crir’ d’esse, io so Montellese”  e così Don Gaetano, con la parte superiore dell’uncino lo colpì tra capo e collo; Rocco Fortunata stette in agonia per 3 giorni ed il 4° essendo morto, si dette alla latitanza con Rocco Negro, suo guardiano salariato e Cirillo Michele, di condizione fabbricatore. Secondo quanto riferivano i Carabinieri, in un loro referto in data 21 Luglio 1869 : “la forza pubblica è in continuo moto per poter assicurare alla giustizia il latitante Pelosi Gaetano, ma finora gli è stata sempre favorevole la sfuggita sia per le spie in quantità, come per la velocità del cavallo....Seguono armati l’omicida Pelosi i nominati Loffa Onofrio, Del Campo Carlo e Vella Pietrantonio”. Ma, nonostante l’arresto avvenuto per opera dei due carabinieri Pasquale Bertolucci e Alfonso Cosci nella Stazione ferroviaria La Starza, nei pressi di Ariano Irpino, mentre scendeva da un convoglio proveniente da Napoli, dopo sei mesi di latitanza, su mandato di cattura eseguito del Giudice Istruttore di Lucera, rimase in carcere per poco tempo, grazie all’intervento dell’Avvocato On. le Pasquale Stanislao Mancini, suo strenuo difensore e grazie all’intervento del sottoprefetto di Ariano Irpino Dottor Antonio La Mola che così riferiva al Prefetto di Avellino in data 11 Agosto 1870 “ Non è mai esistita associazione criminosa. A dare luce sull’origine di tale voce convien ricordare che il Pelosi, ricco proprietario, latitante e ricercato di arresto, mal potendosi determinare ad abbandonare poderi ed affari, non voleva allontanarsi da Vallata e dintorni. In questo concetto, avendo una sorella maritata ad Anzano, riparava colà nella di costei casa dove, ammalatosi, fece pure trattenere seco il Cirillo, muratore ed antico conoscente di casa. Con costui, a vari intervalli ed in momenti creduti opportuni, accostavasi ai suoi fondi. In tale circostanze stava, com’è naturale, sull’avveduto: metteva vedette per non essere sorpreso, fra le quali il proprio guardiano Rocco Negro, e tenevasi sempre pronto a fuggire. Fu in una di queste occasioni che, trovandosi nella sua Masseria denominata Maggiano venne inseguito dai Carabinieri e poté sfuggire sopra un cavallo che teneva all’uopo preparato………però,  non risulta si facessero atti di resistenza alla forza pubblica. E’ probabile che da tale fatto sia sortita la prima idea di associazione a scopo di resistenza.” Durante la sua latitanza e prima del suo arresto il 6 Dicembre 1869, non mancarono denunce di avvistamenti di squadre brigantesche nei tenimenti di Bonito, Melito e Grottaminarda e Don Gaetano che era già famoso perché amico di vari briganti ed associato a loro anche per le sue gesta oltre confine, ebbe una fama smisurata anche presso la Compagnia dei Carabinieri di Avellino che più volte tranquillizzò i denuncianti che : “se vera quella voce, avrà potuto essere il Pelosi di Vallata, coi suoi guardiani che sfugge sempre per via di quei cavalli trottatori tanto veloci che nessuno riesce a tenergli il passo” (Archivio di Stato di Avellino nota 4598 del 18 Agosto 1869). La campagna denigratoria verso questo personaggio continuò anche successivamente ed una delle accuse che fu rivolta a Don Gaetano dagli oppositori come il notaio Del Campo e l’avvocato Gerundo, era di essere una cariatide borbonica, ma proprio quelle sue mai sopite simpatie, lo portarono ad una grande popolarità. La moglie di Don Gaetano era Donna Erminia Araneo di Melfi, conosciuta per essere una donna di rara bellezza, di grande umanità e bontà a cui però non mancava doti di austerità e severità manifestate prima nei confronti di Teodora Maffia, moglie di 1° letto del figlio Vincenzo, seguite poi, ulteriormente, anche nei confronti della 2.a moglie Immacolata Di Pasquale, (Foto 32) al punto tale che si trasferì a Flumeri dove tutti la conoscevano con il diminutivo e vezzeggiativo di “Mamminia in cui, ad esempio, il figlio Vincenzo le inviò gli auguri di Pasqua il 20.3.1923 (Foto 33).
        Ma, nonostante i problemi giudiziari ed economici che dovette affrontare fu Sindaco di Vallata dal 30 Ottobre  1881 al 2 di Gennaio 1886, data della sua morte e, dopo un anno di “vacatio” quella poltrona fu occupata dal figlio maggiore, Don Carmine Antonio che la detenne dal 1887 al 1896. Infatti, a quell’epoca esisteva il triennio di elezione ed il secondo mandato sarebbe dovuto scadere l’anno successivo alla sua dipartita. L’autore irpino Di Dato, già precedentemente citato, riportò : ” che a quei tempi, il mercato della terra a Vallata era dominato da 2 personaggi: Don Biagio Gallicchio e Don Gaetano Pelosi che detenevano anche l’attività creditizia”.
        Tra i vari episodi scritti da quell’autore  si riportò : “Vi è il caso di Saverio Rauseo di Trevico, proprietario, che avendo preso in affitto da Don Gaetano Pelosi un comprensorio di ettari 61, are 61 e centiare 38, per l’annuo estaglio di ettolitri 86 e litri 66 di grano ed essendosi verificato un arretrato e non avendo i mezzi per pagare, attende il prossimo raccolto, ma, qualora alla data stabilita non fosse compiuto il pagamento dovranno aggiungersi, fino al saldo del debito, gli interessi del 10%”(Archivio Notarile Distrettuale di Benevento- 13 Ottobre 1871) .
        Ma, a testimonianza del grande patrimonio che i suoi avi gli avevano tramandato, Don Gaetano, sempre lo stesso giorno, stipulò altri contratti con i Signori Venanzio Andreotti, Vito Chiavuzzo e Felice Steriti, tutti contadini e domiciliati a Trevico. Quei contadini, non avendo mezzi per seminare i terreni di proprietà di Don Gaetano, prendevano in prestito da costui ettolitri 20 di grano, ettolitri 5 di orzo ed ettolitri 44 di avena, del valore complessivo di lire 533 e centesimi 34, secondo il prezzo che correva in piazza” i debitori s’impegnavano a pagare la somma ricevuta nel giro di un anno e mezzo senza interessi ma qualora non si fosse rispettata la data prestabilita scattavano gli interessi alla ragione del 10%”. Negli atti notarili dell’epoca, come quello fatto a Vallata il 4 Novembre 1872 dal Notaio Novia, ci sono anche forme arcaiche del tipo di quelle fatta da Vita Antonia Chiavuzzo che non potendo più lavorare a causa della sua pessima salute aveva deciso di alienare il suo bene a Don Gaetano Pelosi, un seminativo erborato dell’estensione di are 42 e centiare 70.  Don Gaetano comprava il fondo per far una cortesia alla sua compaesana e la pagherà ogni anno a durata di costei vita, tomoli 6 di grano di buona qualità pari a ettolitri 3 e litri 34 (Archivio notarile distrettuale di Benevento - Notaio Novia, 13/9/1867). Ebbe diversi figli, ma soltanto tre sopravvissero dando luogo alla discendenza conosciuta, il primo fu Carmine Antonio, mio bisnonno, il secondo fu Vincenzo ed una femmina di nome Marietta che andò sposa a Don Enrico Araneo, figlio di don Vincenzo Araneo, sposato con Giovanna Alicchio, che era solito intrattenersi a caccia con Don Gaetano nel basso-Ofanto, sulle cui sponde c’erano  vegetazione ripariale e boschi a querce fino Melfi, ideale per ricchi bottini di cacciagione. Quindi, con quel matrimonio della figlia Marietta con Don Enrico Araneo, vi fu una doppia parentela con gli Araneo di Melfi, tramite sua moglie e tramite il matrimonio della figlia Marietta con Don Enrico. Una delle sorelle della moglie, Donna Elisabetta, aveva sposato Don Giuseppe Pali di Vallata, con ingenti proprietà a  Rutigliano, vicino Bari, mentre le altre due sorelle, cioè le sue cognate erano Anna Maria, sposata con il Dott. Don Alessandro Del Bene e Grazia sposata con Don Francesco Guerini che vivevano a Melfi. Gli altri suoi cognati di Melfi furono Don Andrea, Don Giovambattista, Don Teodoro, Don Gaetano, Don Emilio e Donna Berenice. Ma, Don Gaetano curò anche gli interessi della sorella Costantina sposata con il Dottor Federico Frieri che rappresentò anche in una causa che iniziò il 1°Luglio 1878 contro un tal Pietro Bracuti di Pescopagano che le doveva la somma di circa tremila lire a titolo di danni ed interessi legali per non aver pagato la fida di 240 animali vaccini nel pascolo vernotico alla Difesa dei Cugni in quel di Melfi, dopo aver redatto un contratto di fitto dal 1874 al 1877. Un discendente di don Pietro Bracuti, nel 1932 fino al 1934 fu anche podestà di Vallata prima del cav. Gino Laurelli (Foto 34 e 35) che si trasferì a Vallata per sposare donna Michelina Cataldo.

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