Comunità di Vallata tra Chiesa Madre, Cappellanie e Regia Dogana - Sergio Pelosi — Il Tavoliere nel Regno di Napoli.

Capitolo I
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1.3 Il Tavoliere nel Regno di Napoli.

        Come riportato da La Mura7, il nome Tavoliere derivò dalle “Tabulae censuariae” o semplicemente “Tabulae” che re Alfonso D’Aragona, immortalato sulla facciata del Palazzo Reale a Napoli aveva tra le mani, perché tramite esse disciplinava l’uso del pascolo con i relativi diritti fiscali e lo stesso autore aggiunse che per poter meglio indagare quella vasta superficie del foggiano, occorreva raffrontarla con l’altra grande pianura campana del versante tirrenico perché solo così si poteva cogliere in pieno l’essenza della questione meridionale ritenendola fondamentale per capire avvenimenti e storie di vita del nostro territorio. Anche se non si è voluto entrare nelle cause politiche ed economiche degli avvenimenti di quell’epoca perché sono stati scritti interi trattati sull’argomento, una cosa è comunque sempre apparsa ben chiara dall’esame dei tanti documenti trovati e cioè che la storia per il possesso della terra nel Regno di Napoli fu sempre viva e palpitante, piena di patos e sofferenza umana che li ha legati indissolubilmente e, indipendentemente se si trattasse di un pastore, di un latifondista, di un minuscolo proprietario, di un quotista o semplicemente di uno zappaterra, è stato possibile cogliere sempre la stessa condizione. Uno sguardo sintetico della società dell’epoca ci è stata fornita dallo storiografo foggiano Colapietra8 che più di altri ha saputo correlare il mondo della Capitanata con quello di Napoli e ci riferì che nel 1632 la città di Foggia contava tremila e duecento abitanti, mentre nell’ultimo trentennio del 1600 gli abitanti arrivarono a tremila e novecento Dopo la rivoluzione popolare di Masaniello e la peste tanto distruttiva, ci fu una forte diminuzione dei fuochi(=famiglie) nelle singole Università che portò a seri problemi demografici a cui s’aggiunse un venticinquennio di vicereame austriaco mal sopportato dal popolo e fu una presenza ricordata anche nella città di Vallata. In quel periodo a Foggia cominciarono ad aggiungersi nuovi ceti nobiliari e commerciali che andarono ad intaccare una oligarchia feudale consacrata già dal 1500 e confermata nel 1600. Da ventiquattro reggimentari, si passò a quaranta soprattutto grazie ad alcuni Doganieri come Vaaz e Capobianco che vollero far assurgere a dignitari di corte, anche i massari ed i negozianti, come testimonianza di un mondo imprenditoriale capace di gestire soluzioni finanziarie più dinamiche e moderne. Il doganiere Capobianco previde pure che il fitto dei pascoli potesse rinnovarsi ogni triennio, emarginando ancor di più il sistema feudale che fin a quel momento si era basato sulle negoziazioni segrete della professazione (=dichiarazione d’animali posseduti) e della fida (=pagamento del relativo emolumento al regio fisco). Ma, a Napoli, coloro che detenevano il monopolio cerealicolo, congiuntamente ai detentori del potere politico, si rivoltarono per queste nuove misure che provenivano dal Tavoliere, ma anche gli Ordini come i Cappuccini e gli Osservanti di Gesù e Maria entrarono nel loro mirino, perché erano indicati come responsabili di un monopolio feudale che, in qualche maniera li salvaguardava. A quell’epoca, a Foggia, presso questi ordini si erano rifugiati il principe Filippo Brancia, il duca Pignatelli, il conte d’Egmont ed il Principe di Minervino, tutti congiunti dei maggiori allevatori e produttori cerealicoli del Tavoliere. L’intervento dei grandi mercanti napoletani fece traboccare ben presto la bilancia a favore della feudalità e seguì una repressione estremamente severa, vista la posta in gioco, culminata dall’evento della peste del 1656 che colpì quasi tutte le città del Tavoliere. Si tornò ben presto al sistema della professazione degli armenti con l’affitto dei pascoli che, vista anche la drastica riduzione demografica del capoluogo foggiano, ebbe l’effetto di attrarre un notevole numero di immigrati, principalmente operai e mietitori dall’Irpinia e dal Gargano, accomunati da antiche tradizioni sia sociali  che religiose. Intanto, s’iniziarono a Foggia i lavori di ammodernamento della Cattedrale, nel 1700 fu fondato il Conservatorio per le Orfane, nel 1711 la Confraternita dell’Addolorata, nel 1714 si rimodernava la Chiesa di Sant’Agostino, nel 1721 quella di S. Pasquale. Questa vivace socialità cattolica, come scritto dal Colapietra, rispecchiava un primo esempio di cittadino borghese in Capitanata, che andava lentamente affermandosi anche nel mondo creditizio, culminato con l’istituzione del Monte di Pietà, tanto combattuto da Vincenzo Maria Orsini il cui palazzo ducale sorgeva a Gravina di Puglia e sia pur brevemente, fu anche l’utile possessore di Vallata, prima di abdicare a favore del fratello. Questi, come raccontato dall’Arcipresbiter De Paola amava intrattenersi, specialmente durante il periodo estivo in quella città dell’alta Irpinia, nel Palazzo Ducale della sua famiglia che era annesso alla Cappella del Purgatorio e, da semplice domenicano, fece una sfolgorante carriera ecclesiastica, prima come arcivescovo di Manfredonia e San Giovanni Rotondo poi come Arcivescovo di Benevento e, una volta divenuto papa col nome di Benedetto XIII, non esitò a sopprimere i Monti di Pietà che trovava troppo aggressivi per istituire al suo posto il “Monte Frumentario”. Fu così che nel 1708, in una rinnovata atmosfera in cui la nuova classe patrizia aveva nella città di Foggia atteggiamenti aristocratici, fu fondato il CONSERVATORIO DELLE DONNE PENTITE  sotto il titolo di Santa Maria Maddalena penitente (Foto 4). All’epoca, la classe del baronaggio era un grande ostacolo allo sviluppo delle iniziative ed alla prosperità dei territori feudali perché questa aveva dei diritti sia sui sudditi sia sulle terre, se poi si aggiungeva il fatto che i feudi erano commerciabili, si può ancor più immaginare in quale stato di precarietà vivesse la popolazione. Se poi mancavano dei legittimi successori entro il quarto grado, i feudi ritornavano alla Corona. Alla morte del feudatario, il successore era tenuto a pagare il “Rilevio” che consisteva nella metà della rendita del feudo in un anno e, così facendo, riceveva dal re la nuova investitura.


        Dopo i Baroni, i grandi proprietari erano le Chiese, dotate anch’esse di diritti di esenzione e prerogative, come ad esempio, le decime, la quarta decima, le terze ed il diritto di terraggio per le Mense. Un povero contadino che viveva esclusivamente del proprio lavoro, per poter coltivare, doveva pagare le decime al Barone e le decime alla Chiesa, così che, a conti fatti, non gli rimaneva che la metà del raccolto, sperando che fosse abbondante, cosa che non avveniva quasi mai.
        I Nobili signori, totalmente assenteisti, preferivano vivere a Napoli, trascorrendo le giornate tra un teatro ed una giocata a carte tra i consimili ed i feudi erano nelle mani di esattori dalla dubbia moralità, vivevano di fitti(=arrendamenti), di fiscali, di decime e di censi, ma era ben lungi da loro la volontà di occuparsi dei propri feudi e venire a contatto con una pletora di miserabili lavoratori e l’unica preoccupazione era diretta a perseguitarli ed a spremerli il più possibile. Di tanto in tanto, la Chiesa faceva delle opere importanti con l’appoggio di qualche Barone più sensibile o più bisognoso di lavarsi la coscienza e, grazie all’appoggio di un ceto che pian pianino andava costituendosi come quello dei nuovi reggimentari, si arrivò a Foggia alla nascita di importanti opere di natura umanitaria. All’inizio, il Conservatorio delle donne pentite ospitò anche monache non consacrate e giovani orfane e, come altre istituzioni, vivevano di attività caritatevoli. Quelle Opere Pie o Congreghe di Carità che  riuscirono ad arrivare al 1890 e che avevano svolto un vero ruolo di protezione sociale furono dichiarate, con la legge Crispi, di interesse per lo Stato italiano ed inserite sotto il controllo delle Prefetture e quindi dello Stato. Allo stato attuale nella città di Foggia, quel Conservatorio nel quale affluivano tante donne dal Principato d’Ultra, affiancato alla Chiesa della Maddalena, dietro il Teatro Umberto Giordano, non esiste più. Danneggiato da vari terremoti fu chiuso nel 1834 per far spazio prima ad una Filanda e poi, dopo aver ospitato per due anni il Liceo- Ginnasio “Vincenzo Lanza”, fu definitivamente abbattuto negli anni settanta, nonostante fosse un’opera assai conosciuta e realizzata dal Vescovo napoletano Cavalieri che fu ordinato sacerdote dal Cardinale Pignatelli ed a cui, alla stessa epoca, fu offerta anche l’area attigua al Palazzo della Dogana delle Pecore, dove fu costruita la Chiesa dei Gesuiti con collegio annesso. Al posto del Conservatorio delle Pentite e della Chiesa, dopo un conflitto di competenze tra Curia e Comune di Foggia circa la proprietà del suolo, mai risolto, oggi c’è un parcheggio chiamato della Maddalena e, come dice l’attuale Arcipresbiter di Vallata, i cittadini prima o poi incontrano sempre un grande Molok (= burocrazia) sulla propria strada e spesso ne rimangono vittime.
        Tutti quegli eventi erano nuovi per Foggia, ma rispecchiavano l’esigenza di una rinnovata classe dirigenziale e fu così che si stabilì, in quegli anni, che i Decurioni potessero salire a 60, purché i cittadini avessero uno status sociale superiore a quello della maestranza artigianale. Fu in questo contesto di argomentazioni spese a favore o contro quella ipotesi, che nel 1731 fu edita “La Ragion Pastorale” che tratteggiava in modo colorito e dinamico la nuova aristocrazia dell’epoca. L’arciprete foggiano Calvanese, negli stessi anni, riferiva: ” La città cresce di giorno in giorno di abitatori forestieri i quali, fuggendo per così dire le terre ed i luoghi baronali intorno a Foggia, concorrono alla libertà di questa città mercantile”. Nel 1732 l’incremento demografico a Foggia era del 42% in più rispetto a sessant’anni prima, al terzo posto fra le province del regno dopo i due Principati, ma con differenziazioni interne molto significative, eccellente era la situazione sul Sub Appennino Dauno a confine con quello Irpino, negativa la situazione demografica di Lucera e Cerignola. Anche da Vallata giunsero molti lavoratori della terra e trebbiatori ma, a Foggia arrivavano anche molte donne che seguivano i mariti nel duro lavoro dei campi, altre facevano le cuoche o le donne di servizio presso le varie poste fisse come nella Posta Pignatelli o alla Masseria Giardino ed in seguito a Torre Alemanna. Il flusso s’interruppe per qualche anno dopo il 1731 per via del devastante terremoto che distrusse la città,  ma riprese tra il 1740 ei il 1758. In quel periodo, dopo quel terribile terremoto, i locati furono quelli che avendo maggiori disponibilità, intervennero in modo tangibile nelle contribuzioni di opere pie ed a favore dei poveri così, diedero “un tornese a peso di cacio” per la ricostruzione della Cappella dell’Icona Vetere all’interno della Cattedrale di Foggia. Dopo un po’, vi fu nuovamente il flusso di donne da redimere che erano inviate al Conservatorio delle Pentite a Foggia. Molti anni prima a Vallata, fu proprio la mamma di Benedetto XIII, la Duchessa Giovanna Frangipane della Tolfa a mostrarsi molto caritatevole sia verso i poveri, sia verso quelle donne che erano incappate nel peccato e che poi si erano pentite. Da vari documenti esaminati presso l’Archivio di Stato della Regia Dogana di Foggia, varie Chiese di Vallata a metà del 1700 come quella del S.Sacramento, di San Vito, del S.S. Rosario e di San Bartolomeo, inviarono denaro attraverso le Cappellanie a questo Conservatorio, potendosi considerare come frutto di speciali “raccolta fondi”, così come apparve nella Dg. II b. 285 f. 6479 : “Supplica ed istanza relativa al pagamento del Conservatorio delle Pentite di Foggia - Vallata 1755/58 “, perché esisteva un vero e proprio prezzario per ogni singola donna che veniva inviata in quella sede. Nel 1750, il costo di mantenimento era di 15 carlini/donna/anno, quando il carlino era d’argento e pesava dieci grammi e, per avere un’idea di quanto potessero valere quei quindici carlini a quei tempi, si potrebbe compararli al valore di un gruppo di una dozzina di pecore con relativi agnelli, quindi ad un valore assai cospicuo e certo non alla portata di tutti e così, per esempio, a Vallata, la raccolta avveniva per opera dei Priori di turno che gestivano le “Venerabili Cappelle” con i loro possedimenti e questi si rivolgevano principalmente ai locati che erano i ricchi del paese e che coincidevano con coloro che, avendo già beni stabili e consolidati, una carità del genere la dovevano proprio compiere perché erano anche i principali beneficiari dei beni ecclesiastici concessi in annuo censo, redimibili ed a volte anche di tipo perpetuo.
        In quel Conservatorio delle Pentite, finirono non solo donne di strada ma anche donne di briganti o mogli che non si erano sottomesse al volere dei mariti e pertanto venivano confinate lì per continuare nella loro “miserabile sorte”, fino a quando non si fossero redente dal loro comportamento. Spesso, per incutere loro un certo timore,  la possibilità di inviarle per la redenzione veniva solo aleggiata ed un caso del genere fu quello di Donna Giuseppa Amalia Iacovangelo di Padova  (Dg. II, b. 297 f. 6691)  che si era trasferita con sua madre Aurelia  nella città di Trevico e qui nel 1752 sposatasi con Mag.co Don Antonio Patetta, figlio del medico Don Alessio di Vallata, non lo volle assolutamente seguire. Ma Don Antonio aveva i suoi interessi con i fratelli ed il padre gestendo una notevole proprietà terriera e molte “morre di pecore, vacche e giumente” ma, nonostante tutto ciò, la moglie non si trasferì a Vallata, spalleggiata dalla madre che trovava Trevico una città di rango più elevato. Allora, Don Antonio che fu anche il rappresentante dell’Università di Vallata(=Sindaco) ed era un locato che pagava la fida per gli animali a Foggia, si rivolse alla Regia Dogana affinché, in maniera coattiva sua moglie si decidesse a trasferirsi a Vallata, altrimenti poteva pensare di mandarla a redimere nel Conservatorio delle Pentite. Ma le minacce non ebbero mai alcun seguito, anzi, avendo trovato altri atti civili sul suo conto quando entrò in contrasto con i suoi due cognati, l’U.J.D don Carmine Pelosi e l’U.J.D don Nunziante Pavese, si apprese che fu lui “volontariamente” a seguire la moglie a Trevico, perché Vallata era un luogo inospitale. Nel 1760, la retta da pagare per ogni donna dimorante presso quel Conservatorio a Foggia aumentò sensibilmente, passando a 5 ducati al mese. Su quell’ambiente umano e sociale, come riferito da Colapietra e Vitulli9, s’abbatté poi la spaventosa crisi di mortalità del 1763/4, determinata dalla drastica riduzione delle superfici imposta dal succedersi di pessimi raccolti, preceduti da notevoli siccità che aveva finito per avere riflessi negativi anche sulla pastorizia con conseguente carestia, mentre a Vallata, come riferì l’Arciprete dell’epoca Don Donato Zamarra sui registri parrocchiali, tra deceduti per fame, per morbo e quant’altro, trovarono la morte 560 persone. Nel Tavoliere delle Puglie, al contrario di ciò che è avvenuto ai nostri tempi, Cerignola era demograficamente considerata modesta, a differenza di Ascoli e Sant’Agata dove regnava anche un notevole equilibrio tra sistema feudale ed entrate per fitto derivante dai pascoli, grazie alla lungimiranza dei Pignatelli. Anche la colonizzazione delle aziende gesuitiche, alla fine del 1700, trovò il più clamoroso dei fallimenti, la cattiva gestione delle stesse e l’andamento dei raccolti contribuirono non poco ad un fermo o al massimo ad un poco rilevante incremento demografico. Occorrevano opere di Bonifiche e lavori di sistemazione dei terreni non più procrastinabili, mentre necessitavano annualmente 20 mila mietitori che nella città di Foggia non esistevano. Sulla scarsezza di manodopera Galanti10 nel 1791 azzardava considerazioni pessimistiche ma che erano solo il frutto di una fotografia reale dell’epoca mentre, specialmente dopo il soggiorno della Real Corte a Foggia per il matrimonio austro-napoletano avvenuto a palazzo Dogana, i nuovi aristocratici foggiani come i Celentano, i Filiasi, i Freda ed i Saggese cominciarono a strutturarsi come la nuova classe dirigente specialmente in vista dell’affrancamento delle terre del Tavoliere che si verificherà qualche anno dopo. Nella Capitale del Regno, a Napoli, nel 1751, Carlo III si preoccupava molto del suo popolo e pensò che per tutti quei mendicanti che infestavano le strade e che vivevano di espedienti, senza un lavoro e senza una fissa dimora, potesse in qualche modo servire l’ALBERGO DEI POVERI. Questo fu considerata un’opera rivoluzionaria anche da parte di molti benestanti, un’idea finanche bizzarra che però rispecchiava l’anima e la mente illuminata del Re di Napoli che la realizzò per entrambi i sessi e per ogni età, oltre che aperta alla collaborazione di quanti specialmente tra professionisti ed artigiani volessero dare il loro contributo. Al suo interno fu istituita una medicina sanitaria per gli anziani, per gli inabili ed ai giovani fu impartita una qualifica professionale con l’avvicinamento al mondo del lavoro; molti nobili dell’epoca fecero delle donazioni al pari degli Enti Religiosi e furono così acquisite proprietà private ed ecclesiastiche a cui contribuì con i suoi gioielli anche la regina, raccogliendo in poco tempo la somma di un milioni di ducati. I feudatari dei vari territori del regno di Napoli si  comportavano come dei sovrani assoluti su scala un po’ più ridotta e svolgevano sui sudditi una vera e propria azione giurisdizionale, perché come governatori e possessori delle terre, oltre che impartire gabelle, esazioni e giudizi civili, amministravano anche la giustizia criminale ed un classico esempio nella città di Vallata avvenne con l’arresto di Don Carlo del Sordi (A.S.FG Dg II, b. 662 f. 13709) che, senza colpe ed in gravi condizioni di salute, fu rinchiuso nelle carceri della sua città ben conosciute in tutto il circondario perché considerate di massima sicurezza. L’unico obbligo che avevano le corti locali era di decidere le cause secondo i riti della Vicaria. Il governatore, un mastrodatti (=segretario di cancelleria e responsabile d’archivio) ed un attuario (=contabile) rappresentavano già una corte locale. Poi, i feudatari avevano il diritto di destinare un giudice di appello dalle loro corti a quella più importante di Napoli e, quelli più potenti come gli Orsini,  poterono averne anche due ed attorno alla metà del XVIII secolo, i due giudici vallatesi nominati furono Don Nicolò Pelosi e Don Nunziante Pavese. Molte volte il feudatario affidava la sua Corte ad un suo amministratore di fiducia che diventava di fatto il Governatore di quella terra, anche se con sole funzioni di supplenza; altre volte, affidava l’ufficio della Mastrodattìa al miglior offerente e, come vedremo in seguito, gli abusi divennero infiniti ed ogni occasione fu buona per ricavare ingenti somme di denaro da estorcere a tanta povera gente. Era evidentissimo che nei feudi c’era un’aria di avidità ed estorsione che giovava a pochi e danneggiava i più. In questa pesante situazione essere dei locati significava sottrarsi alle loro grinfie e la rabbia del feudatario era ancora maggiore quando percepiva che intorno a loro esisteva un mondo produttivo estraneo ai suoi interessi. L’ostilità massima da parte dei feudatari fu quando i locati, durante il periodo della professazione volontaria, trovarono oltremodo vantaggioso affittare i propri erbaggi e le loro greggi ad altre collettive di pecorai o ad altri soggetti interessati, lucrando enormemente tra il dare al fisco e l’avere da questi fittavoli. Quelle rimostranze, come riportato da Muscio et al.11, i Baroni le fecero presenti molte volte, adducendo come motivazione che c’era un enorme pregiudizio dei reali interessi e, anche nel 1770, l’avvocato fiscale De Dominicis in carica presso la Regia Dogana di Foggia, come referente dello stato del fisco, lo riferì tramite corpose relazioni al Re di Napoli ma, questi resistette parecchio prima di trovare un altro sistema, preferendo che fossero i locati a svolgere quel compito di mediazione che invece, fino a quel momento avevano fatto i suoi cortigiani. Aver creato un tribunale come quello di Foggia che potremmo definire un vero e proprio “Tribunale delle Libertà Civili” per una categoria come quella dei proprietari di animali, voleva significare da parte del Re, infliggere un duro colpo a quei baroni che aveva beneficato fino ad allora di tanti privilegi e fu così che quelli dei locati furono estesi a tutti i loro familiari ed a coloro che erano addetti alla conduzione ed al governo delle greggi, ai garzoni ed ai servi  per il tempo che questi si trattenevano alle loro dipendenze ed in seguito, in quella categoria rientrarono numerose altre figure, come gli artigiani, i negozianti ed i piccoli commercianti ritenuti tutti necessari all’esercizio della pastorizia come ad esempio i barbieri, i commercianti di cacio, a cui si aggiunsero i massari, gli affittuari di terre salde, gli scrivani, gli impiegati della Dogana ed i dipendenti doganali, compreso i panificatori. Al Doganiere, termine che restò fino al XVII secolo per poi trasformarsi subito dopo in Presidente, nelle vesti di responsabile del Tribunale dei locati di Foggia era il Procuratore del Sovrano ed amministrava la giustizia con un contratto oneroso ed obbligatorio con i proprietari degli armenti nel momento che gli animali scendevano in pianura;al contrario, assumeva con loro l’obbligo di fornire un pascolo abbondante e sufficiente durante il periodo invernale oltre alla dovuta quiete e tranquillità occorrente nella transumanza. Alle dipendenze del Doganiere c’erano i compassatori ed i pesatori di lana, mentre era affiancato nelle stanze della Ruota dal “Credenziere” che era l’avvocato procuratore del fisco che curava il registro degli animali professati e dall’ ”Uditore” con funzioni di Giudice sia civile che penale, oltre al segretario o cancelliere chiamato “Mastrodatti”. Il Doganiere era colui che assegnava personalmente i pascoli alle greggi che da Settembre a Novembre si riunivano sui cosiddetti “riposi” ed era lui che decideva su quali locazioni ed in quali poste avrebbero dovuto trascorrere l’inverno. Dopo queste operazioni si procedeva alla numerazione dei capi presenti in ciascun gregge e così si poteva calcolare l’importo della fida che veniva riscossa a Maggio, in occasione della Fiera e, comunque prima che le greggi ritornassero ai pascoli estivi d’Abruzzo. Le greggi più numerose erano dei nobili e degli stessi principi della casa regnante, i quali le affidavano ai “gargari”, cioè a pastori loro dipendenti, altre greggi erano, invece, formate da collettive di pastori che l’affidavano ad un “capo collettiva” e poi c’erano i ricchi allevatori, detti locati che all’interno della locazione loro assegnata eleggevano i “deputati di locazione”. Alcuni locati di Vallata svolsero egregiamente il loro compito divenendo, con l’aiuto del feudatario di turno, anche censuari di Poste Fisse, come comparve sui Libri delle Passate. I primi a diventarlo furono i Cristiano che censirono la “Posta dei Porcili” in locazione d’Ascoli, seguiti dai Del Bufalo e dai fratelli Patetta, Giampietro ed Alessio(Dg. II b. 500 f. 10619); successivamente i Pelosi ottennero la censuazione della “Posta di Monterocilo” ed i Pavese quella di “Posta Salvetere”, in locazione Vallecannella, a cui in seguito s’aggiunsero ed a volte gli subentrarono i Travisano e di Netta. L’avvocato fiscale De Dominicis, scrisse che le poste fisse si potevano occupare solo per concessione della Regia Camera della Sommaria di Napoli e:  “normalmente sempre allo stesso locato perché questo possa costruire un abitazione padronale ed altre case per il ricovero dei pastori ed altri ancora per gli attrezzi agricoli e per gli animali e collocare lì dei fornelli per fare il formaggio; per queste poste fisse la professazione è volontaria, per quelle ordinarie le case sono fatte con ramoscelli e paglie palustri ed il ricovero per gli uomini e per le pecore è minimo durante l’inverno”. Il primo ad ottenere quel gran privilegio fu Don Giovambattista Cristiano di Vallata che fu segnalato alla Sommaria dal Feudatario Marulli di Ascoli; subito dopo, per uguale intercessione l’ottenne Don Alessio Patetta, dottor fisico(=medico), entrambi consuoceri di Don Antonio Pelosi, il primo della famiglia dell’autore di cui si ebbe notizia, che era un maestro razionale dell’annona(=uomo di legge) che si recava per lavoro a Castel Capuano presso la “Magna Curia Rationalum”. Successivamente, quando Don Nunziante Pavese fece il giudice per quattro mesi/anno presso la Camera della Sommaria, ebbe la censuazione della Posta di Salvetere sempre nella stessa Locazione di Vallecannella, conservata da suo figlio Don Francesco ed anche perché sposò la figlia del Dottor Don Alessio Patetta che aveva ugual privilegio nella “Posta di Monterocilo”. Al Dottor fisico Don Alessio Patetta di Vallata, subentrarono prima i figli e poi, per via giudiziaria il cognato l’U.J.D Don Carmine Pelosi. Ma, anche altri locati di Vallata come i Garruto ebbero importanti postazioni in tenimento di Rocchetta Sant’Antonio dove alcuni di quella famiglia rimasero in pianta stabile; altri ancora come i Gallicchio, i Sauro, i Travisano, i di Netta ed i (della) Quaglia ebbero il privilegio di portare le mandrie di pecore presso importanti poste situate strategicamente lungo il percorso del regio tratturo Pescasseroli-Candela, come la “Posta di Santa Maria” , la “Posta di Alvano” e la “Posta di Canestrello” fino a giungere dall’altro versante a quella detta dell’ “Antiposta Pignatelli” o quella di “Torre Alemanna”, (Foto 5) nella Locazione di Cornito vicino Cerignola e tutti riuscirono a ritagliarsi uno spazio considerevole in un periodo come quello feudale, in cui era assai difficile emergere. Quindi, si può affermare che tutti coloro i quali vollero intraprendere quell’antica arte della pastorizia e dell’agricoltura, dovettero prima capire le regole disciplinate dalla corona napoletana e poi, affrontare le regole della globalizzazione del momento, ovverosia, portarsi con le loro greggi fuori dal circondario in cui erano nati, sia pure in posti che oggi potremmo definire assai vicini a Vallata, cioè ad Ascoli, a Candela, a Rocchetta,(A.S.FG. Dg. I b. 128) dove, sul Regio Tratturo che l’attraversava, passavano fiumane di greggi dei locati abruzzesi ed irpini (Foto 6).


        L’ordinamento della Dogana durò fino al 1806, ma il regime particolare del Tavoliere, che sottraeva agli agricoltori la libera disponibilità dei fondi, continuò ancora per mezzo secolo fino al 1865, data in cui fu consentito l’affrancazione dei canoni sulle terre del demanio pastorale, venendosi così ad incrementare la proprietà privata. Da quella data, per iniziative dei privati, sorsero delle masserie molto belle, a volte fortificate e con delle aie interne molto ampie che divennero dei veri e propri centri operativi idonei per quella difficilissima operazione di dissodo delle terre salde ed si cominciò, con idonei lavori di bonifica con prosciugamento delle acque stagnanti, grazie a Riforme agrarie successive ed al contributo di Stato, ad impiantate le prime vigne, i primi oliveti e  moderne stalle per una razionale zootecnia. A Foggia, nel 1823 fu istituita formalmente la Fiera di Santa Caterina, anche se in precedenza era fatta in maniera più informale ed i giorno 25 novembre, festività della Santa, coincideva con l’antica data che dava diritto ai locati di entrare nei pascoli della Dogana, ed a Foggia da allora non si commercializzò più solo lana e formaggi, ma divenne, come riferì  Magno12, anche fiera zootecnica dove avvenivano scambi ed approvvigionamenti autunnali di animali. Visto il grande successo della Fiera di Santa Caterina, ancor oggi molto sentita nella città di Foggia, l’intendente di Capitanata del tempo, Don Biase Zurlo prese l’iniziativa di una seconda fiera annuale nella stessa città, conosciuta come Fiera Internazionale dell’Agricoltura e della Zootecnia ed il re Ferdinando I fu contentissimo di concederla ed inaugurarla perché lui stesso era abituato a venire in città a Foggia, “vestito alla cavallara e con la frusta” a controllare ed a vendere personalmente i cavalli trottatori allevati nelle sue proprietà di Tressanti e La Cecilia.

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