Comunità di Vallata tra Chiesa Madre, Cappellanie e Regia Dogana - Sergio Pelosi — Mag.co U.J.D Don Carmine Pelosi..

Capitolo VI
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6.7 Mag.co U.J.D Don Carmine Pelosi..

        Con il Dottor Carmine Pelosi di Vallata, nella Locazione di Vallecannella, comincia una serie di personaggi di famiglia che diventeranno censuari della Posta di Monterocilo,  posta fissa che rappresentava un gran privilegio per l’epoca, perché si poteva avere l’opportunità di fiscalizzare le greggi di altri locati che facevano richiesta di svernare in quel luogo riparato dai freddi e dal vento. Quel privilegio veniva concesso raramente a persone che non fossero nobili, ma comunque, dovevano essere di massima fiducia presso la Regia Dogana e possedere un certo grado di istruzione perché avrebbero dovuto portare i conti al Regio Fisco e fare gli interessi del Real Patrimonio. Dopo la sua morte, gli subentrò come capo posta di Monterocilo il figlio Michele, poi fu passato quel privilegio a Bartolomeo, poi da questi fu passato al figlio Carmine ed infine lo acquisì  Gaetano. In quella Posta fissa di Monterocilio, Don Bartolomeo oltre alle normali richieste di censimento di erbaggi estivi(=statoniche), fece anche richieste relative al vernotico che normalmente in quella Locazione erano ad esclusivo appannaggio dei Cavalieri dell’Ordine di Malta. Quelle richieste di poter censire gli erbaggi estivi, cominciarono prima nella zona della cosiddetta Mezzana della Torretta, in comprensorio di Ascoli-Candela, che era una zona frequentata e conosciuta da suo nonno don Antonio che col cognato Don Carmine Malgieri, portavano la contabilità del duca di Pescolanciano, per poi successivamente, a fine del 1700 arrivare a farlo sui terreni siti a Torre Alemanna( = sulla strada per Cerignola) per far  pascolare le sue 4000 mila pecore che arrivarono a pascolare fin sulla Murgia barese nei pressi delle zone demaniali Comunali di Minervino Murge. Le prime indagini condotte presso l’Archivio di Stato di Foggia, mi hanno portato su varie cause che erano frutto di lotte familiari dovute a problemi di spartizioni di eredità e/o capitoli matrimoniali non rispettati ma in seguito, le cause ebbero un tenore completamente diverso e da queste traspariva quanto fosse importante stare vicino al potere sovrano, alla chiesa ed alle istituzioni in genere. Ma, contrariamente a suo padre Antonio che era stato un buon interlocutore dei regnanti di Vallata, don Carmine, dopo un primo periodo in cui condivise le idee del padre, finì col non sopportare la dinastia del duca di Gravina che erano gli Orsini, ed in maniera deliberata faceva di tutto per essere vicino ai signori e marchesi di Trevico, i Loffredo, ai quali riconosceva come anche ai Guevara di Bovino, ben altra caratura rispetto ai primi. E, a tal proposito, molte volte, il Marchese di Trevico, Don Carlo Loffredo lo aveva portato con se a Napoli cercando di coinvolgerlo in qualche modo nell’Ospedale dei Pellegrini di passaggio, opera nella quale il Marchese si era impegnato assieme ad altri nobili dell’epoca ma, quell’opera che non era piaciuta a suo padre Antonio, non piacque né a lui né ai suoi fratelli, anzi furono tutti contrari a quell’opera faraonica che secondo loro non portava a nulla di concreto sul piano sociale. 
        Nacque il 12 Settembre 1722 a Vallata e, si laureò in legge a Napoli dove suo padre gli aveva comperato casa vicino a Porta Capuana, vicino a quella comperata  per Nicolò che lo precedette di qualche anno negli identici studi. Sposò Donna Caterina Patetta, figlia del dottor fisico Don Alessio di Vallata e di Donna Rachele del Bufalo. Il suocero di Don Carmine fu uno dei locati più ricchi di Vallata che comparve negli Squarciafogli della Regia Dogana di Foggia e da questi ebbe le prime 50 pecore reali fisse, iscritte in locazione Vallecannella e, dal 1754 comparve ininterrottamente come locato della Dogana. Ma, non furono solo quelle 50 pecore ad essere il frutto dell’eredità della moglie, perché si aggiunsero centoventi vacche e 25 giumente, iscritte nel registro della numerazione “Inter Cives” che pascolavano sui terreni di proprietà dell’Università di  Vallata in contrada Valledonne e concessi a lui ad annuo censo. Il suo matrimonio avvenne nella Chiesa Maggiore di San Bartolomeo Apostolo congregato il 22 Novembre 1753, dopo che furono espletate tutte le pratiche relative e tese a verificare se ci fossero eventuali impedimenti, cosa che fu regolarmente fatta il giorno 21 Novembre e così i due ebbero l’autorizzazione dal Rev.mo Padre Vicario Generale Michele. I due testimoni e padrini del suo matrimonio furono l’ U.J.D Don Nicola Freda di Bisaccia, vecchio amico del padre Don Antonio e nipote di colui che fu Credenziere della Regia Dogana di Foggia, l’altro testimone fu il Dottor fisico Don Gaetano Mirabelli di Vallata, che in quel quadriennio 1752-1756 era il Sindaco di Vallata. Di quell’Amministrazione dell’Università di Vallata Don Carmine Pelosi fu il Capo eletto, (Foto 21) così come riportato da una fotocopia del catasto conciario di Napoli (Fascio 4902), ed a quell’epoca per entrare nell’amministrazione del buon Governo dell’Unità del Comune, occorreva possedere beni stabili e non essere forestiero. Gli altri amministratori erano Don Nicola Batta, Don Ciriaco Tanga e Don Ciriaco Netta, tutti graditi all’utile Possessore di Vallata, il cui garante a quei tempi era il Procuratore Dottor Don Giulio Gualtieri.
        Don Carmine, pur non essendo il 1°figlio, era considerato il “mediatore di famiglia”, uomo di fiducia di tutte e cinque le Cappelle Laicali a Vallata,  uomo dal multiforme ingegno che si prestava nei confronti di tutti, ma era anche molto astuto e sottile all’occorrenza, esponendosi o meno a fianco dei fratelli, a seconda dei casi e questo, a volte, fu il motivo dei contrasti tra loro che lo volevano più vicino e più altruista.
        A lui i fratelli affidarono i propri interessi, ma mai si prestò a cuor leggero ed in modo spontaneo, anzi era sempre pronto a farglielo pesare e per questo management pretendeva sempre la miglior parte, in un periodo in cui  non era molto sentita la proprietà del singolo individuo, bensì quella del clan familiare.
        Interessante fu un passaggio nel quale, in una controversia avuta alla Commissione Doganale di Foggia che lo interrogava, mostrò al giudice degli atti fatti dal Notaio Iorio di Napoli, nei quali si evincevano antichissimi diritti venuta alla famiglia Pelosi per servigi fatti ai Cavalieri dell’Ordine di Malta, ma in quell’atto da me trovato, non c’erano perché il processo fu trasferito per un ulteriore grado di giustizia a Napoli e quindi inviati a Santa Chiara dove bisognerebbe trovarli. Quello che mi è apparso visibilmente chiaro sin dall’inizio, fu che in tutti gli atti che ho trovato sul suo conto,  i suoi fratelli gli fecero sempre da scudo, riconoscendogli doti di opportunismo e di mediazione, anche se come detto la cosa non fu sempre reciproca, giungendo Don Pasquale il sacerdote, finanche a tenerlo fuori dalla sua eredità  per motivi di opportunismo quando nominò come beneficiari  i suoi figli e non lui perché impegnato in altre cause in cui avrebbe potuto avere la peggio.  Ma, nelle cause in cui era impegnato, non solo Don Carmine non ebbe la peggio, ma tramite quelle arricchì e non di poco il suo già cospicuo patrimonio. Risultò locato nella Locazione di “Valle Candela” o “Vallecannella” fino a quando fu in vita, ma la sua occupazione principale fu quella dell’esattore per conto del Marchese di Trevico e Conte di Potenza di ciò che dovevano i coloni del Feudo di Migliano(=odierna Scampitella) e, nonostante si occupasse delle Cappelle Laicali e delle sue proprietà, aveva anche tutto il tempo per essere presente come testimone in varie cause che si svolgevano a Foggia e di occuparsi degli interessi del Duca di Pescolanciano che nella zona tra Deliceto e Bovino, portava ogni anno migliaia di pecore.
        Da sua moglie Donna Caterina il 24 aprile 1756 ebbe  un primo figlio che fu fatto nascere dalla mammana di loro maggiore fiducia, Anna Rosata che chiamarono Giuseppe, regolarmente battezzato da Don Donato Zamarra, il quale sul registro di quell’anno appuntò che i testimoni furono il Dottor Don Nicola Freda di Bisaccia e sua moglie Donna Maria Antonia Barra di Avellino e, per l’occasione giunse anche la procura del Duca di Gravina ed utile Possessore di Vallata inviata tramite il suo agente Dott Vegano ma, all’età di 4 mesi il bimbo morì. Donna Caterina, donna molto devota alla Madonna e religiosa assidua, fece parecchi voti affinché avesse la grazia di un figlio sano e senza alcun problema di salute e, partecipò assieme alla sorella gemella, alla mamma Donna Rachele e ad altre donne di Vallata al pellegrinaggio organizzato da suo cognato Don Pasquale che prevedeva un viaggio a tappe, la prima alla Madonna dell’Incoronata, poi, una visita alla Chiesa di Santa Maria di Siponto, per poi procedere verso il convento di San Matteo in territorio di san Marco in Lamis, per giungere infine a visitare la Grotta dove apparse l’Arcangelo Gabriele a Monte Sant’Angelo. Lì, Donna Caterina rimase colpita dal misticismo del luogo e dalle carovane di pellegrini che venivano penitenti a chiedere le grazie più disparate e, quando le arrivò un maschio il 15 aprile 1758, decise di battezzarlo con il nome di “Michael Archangelus” e, con identica procedura del primo figlio perso, comparve analoga procura del Duca ed identici padrini di battesimo. Questi fu il primogenito di Don Carmine a cui furono sempre riservati maggior oneri ed obbligazioni rispetto agli altri. Il 28 Maggio del 1773 era una domenica  di festa a Vallata perché riservata alle Comunioni ed alle Cresime e, assieme ai compari, Don Ciriaco Mirabelli e Don Nicola Freda, Michele Pelosi ricevette quei sacramenti nella Chiesa di San Bartolomeo assieme al cugino Vito, figlio di Nicolò e Vittoria Novia.
        Come per Michele, anche per Vito comparve la procura del Duca di Gravina che inviò la procura tramite il suo agente Dottor Giuseppe Bartilomo ed è facile immaginare che un gran banchetto concluse quella giornata di festa.
        Quando il Dottor Don Carmine lasciò la vita terrena era il 29 Agosto 1782, all’età di sessant’anni e la moglie Donna Caterina aveva ancora 2 figli minori, Giuseppe e Bartolomeo. Il primo era nato il 10 Ottobre 1765 ed aveva diciassette anni, il secondo nato il  6 Maggio del 1770, ne aveva dodici. Il grande rammarico di Don Carmine che spirò tra le braccia della moglie fu quello di non essere riuscito a salutare per l’ultima volta il primogenito Michele che, avendo avuto seri guai giudiziari, era rinchiuso presso le carceri Doganali di Foggia, ma ebbe modo nel suo testamento nuncupativo di lasciargli scritto le sue ultime volontà. A fine del 1782, a Vallata risultavano già deceduti 3 figli di Don Antonio Pelosi, Amato, Pasquale e Carmine, ma fino a che fu in vita don Carmine, pagò la sua “professazione” presso la Regia Dogana con una precisione inappuntabile, così come apparve chiaro sia nel Documento del Libro Maggiore, sia nel relativo Squarciafoglio. Poi, grazie a delle cause che si svolsero presso la Regia Dogana perché locato del Tavoliere, tutte sostanziose e voluminose, è stato possibile avere un’idea abbastanza chiara su un personaggio chiave di famiglia.
        Nella Dg. II b. 294 f. 6639 il 15 Maggio 1756 il Dottore Don Carmine Pelosi intentò causa contro due dei suoi quattro cognati, figli del Dottor fisico di Vallata Mag.co Don Alessio Patetta, suo suocero, che a quella data risultava già deceduto. Quei due cognati, contrariamente agli altri due, furono citati da lui perché ritenevano che quegli impegni matrimoniali, a suo tempo presi da loro padre, erano troppo onerosi e fecero di tutto per non onorarli. Per quella loro posizione intransigente, Don Francescantonio e Don Nicola Patetta, dovettero anche disattendere ai desideri della loro madre, Donna Rachele del Bufalo che al contrario, desiderava accontentare sua figlia Donna Caterina, dandogli quanto promesso dal defunto marito, ma i due figli su menzionati, sapevano pure che accontentando Don Carmine Pelosi, automaticamente si sarebbe aperto il contenzioso anche con il Dott. Don Nunziante Pavese che aveva sposato la gemella di Caterina. Gli altri due cognati Don Giuseppe e Don Arcangelo erano, invece, dello stesso parere di Donna Rachele, loro madre, tanto che , per la loro parte, liquidarono quanto dovuto al Dottor Don Carmine  Pertanto, quest’ultimo, non ebbe altra via che presentarsi il 15 Maggio 1756 avanti al Governatore Generale della Regia Dogana di Foggia, nonché Presidente della Doganella D’Abruzzo, Miles, Don Giulio Cesare D’Andrea ed al Signor Don Silvestro Buonocore, Uditore e Giudice della causa, ed  al segretario Don Andrea Sanseverini, ed innanzi a tutti loro espose le sue ragioni, mostrando copia degli atti matrimoniali fatti da suo padre il Maestro razionale dell’annona Don Antonio Pelosi e da suo suocero il Dottor Fisico Don Alessio Patetta. Oltre tutta una serie di corredali ad otto ad otto, argenteria e quant’altro, al Dottor Carmine furono promessi 700 Carlini d’argento, di cui 100 gli furono dati subito, altri 300 furono soddisfatti dai due altri cognati, ma avanzava altri 300 carlini, e questo fu il motivo del contendere con i due cognati. L’accordo fatto nei capitoli matrimoniali fu che quando gli fossero serviti dei soldi, non più di 100 carlini l’anno, avrebbe potuti ritirarli presso “il Monte d’Alessandro ad Ascoli Satriano” che era un’opera pia che svolgeva prestiti indirizzati verso quella specifica materia dei maritaggi, ma questo doveva avvenire nel mese di Dicembre; ma, morendo il suocero, i cognati si opposero a prestare ulteriori fideiussioni per lui. Così leggendo gli atti si venne a conoscenza che il matrimonio tra Don Carmine e la moglie Donna Caterina fu celebrato in modo solenne il 22 Novembre 1753 con una speciale dispensa perché quel giorno era Domenica e venne a celebrar messa a Vallata il vescovo di Sant’Agata dei Goti, Ecc.mo Don Urbano Sarno, conoscente della famiglia Loffredo di Trevico che concelebrò assieme all’Arcipresbiter Don Donato Zamarra. Il 21 Novembre sera, invece, ci furono tutte le altre formalità di rito che prevedevano le eventuali cause d’impedimento che furono espletate presso la Chiesa del Purgatorio. Il 22 Novembre la funzione si svolse nella Basilica di San Bartolomeo ed i padrini furono il Mag.co Dottor Don Nicola Freda “civitatis Bisacciae” ed il Mag.co Dottor Fisico Don Gaetano Mirabella di Vallata. Pertanto, Don Carmine, memore di tutto ciò che avvenne e consapevole del mancato rispetto dei capitoli matrimoniali, nominò suo procuratore nella causa contro i cognati proprio il vescovo Don Urbano al quale aveva spiegato tutta la vicenda alla quale non rimase estraneo sicuramente il Marchese di Trevico. Fatto sta che l’Ecc.mo Don Urbano Sarno venne più volte alla Regia Dogana di Foggia per perorare le ragioni di Don Carmine perché, così era scritto nella procura, questi era impegnato nell’esazione dei fitti del Feudo di Migliano per conto dell’Ecc.mo Marchese Don Carlo Loffredo. L’atto di procura al vescovo fu fatto in data 3 Ottobre 1756 dal Notaio Francescantonio Gallo che faceva il notaio a Vallata, ma che si definiva cittadino di Montefusco. I due testimoni dell’atto di procura furono il Mag.co Don Michelangelo Cataldo e Mario Garruto. I due cognati, Mag.co Don Francescantonio e Mag.co Don Nicola Patetta, fecero la procura, tramite il Notaio Iambrenghi di Napoli, a Don Pasquale Furia di Vallata, affinché questi li rappresentasse a Foggia. Nell’incartamento presentato alla Regia Dogana, nel giudizio pendente, comparve anche un attestato dell’Arcipresbiter Don Donato Zamarra della Chiesa di San Bartolomeo ed in un latino non maccheronico, ma fluente e ben scritto, raccontò che rinvenne un foglio del 1753 dove c’era un’annotazione rinvenuta al foglio 220, precisamente tra la XXI e la XXII settimana,  in cui furono trovò scritto che, per quei due sposi, furono redatti i capitoli matrimoniali. La causa a Foggia, s’arricchì di nuovi documenti, e l’Uditore Don Silvestro Buonocore il 18 Giugno stabilì, dopo aver visto tutte le carte e, dopo “aver cerziorato le parti”, che restavano da dare all’U.J.D Don Carmine Pelosi, 300 ducati. Dopo aver notificato a Vallata quell’atto ai fratelli Patetta, questi in data 7 Luglio fecero pervenire “una lettera promissoria” con la quale s’impegnavano entro 30 giorni a liquidare le spettanze ma, al nove di Agosto, Don Carmine sentendosi preso in giro, pretese che fossero mandate, con rapidità dagli alguzzini, le lettere di esecuzione ai due cognati. Allora, i due fratelli Patetta, cercando di difendersi al meglio, fecero pervenire un atto dalla Diocesi di Bisaccia, redatto dal Dottore Teologo Don Antonio Manerba che era uno “speciale delegato” della Diocesi anche di Sant’Angelo dei Lombardi, nel cui atto ricordò la  storia delle proprietà della Diocesi, disposte dal Santo Padre il Papa Benedictus XIII Vincenzo Maria Orsini, e per mezzo di lui, affidate nella zona di Vallata al Dottor Teologo Joseph Patetta, Presbyter Loci Vallatae, così che le rendite ricavabili da quei beni fossero destinate ai poveri. Questi, essendo il fratello del Mag.co Dottor Don Alessio Patetta, il censo che costituì, lo fece a favore dei suoi figli, quindi, allo stato dei fatti, avendo avuto un supporto anche dalla Camera di Santa Chiara, chiese che il Dottor Pelosi  Carmine : “non arrecasse molestie per istanza dei suoi crediti”. L’atto fu redatto in copia e trasmesso al Giudice Buonocore ed al segretario Fabbricatore che aveva sostituito Sanseverini, mentre l’originale era nello studio del Notaio, Francescantonio Gallo. Ma, tutto ciò, diede più vigore al vescovo Don Urbano Sarno, procuratore di Don Carmine e, recatosi a Foggia a Ferragosto(= giorno decimo quinto di Agosto), chiese che venisse soddisfatto quel credito fatto a suo tempo al Dottor Don Carmine, così come riportato nell’istrumento fatto a suo tempo dal Mag.co Don Alessio Patetta. Ma, i due figli di quest’ultimo, il Mag.co Don Francescantonio ed il  Mag.co Don Nicola, continuarono ad opporsi strenuamente nel dargli i trecento ducati, e presentarono un altro atto di procura, sfiduciando il loro primo procuratore che era Don Pasquale Furia, reo di essersi ammorbidito nei confronti del Dottor Pelosi e nominarono il Mag.co Don Nicola Belmonte, noto proprietario nella città di Candela ma, il Giudice Buonocore, non fu minimamente interessato da quel nuovo atto e, dopo aver prodotto l’atto di esecuzione(=le lettere esecutoriali) ed averlo ”ostentatur prius per dias duas”, lo inviò a Vallata tramite il Mag.co Notaio Michele Rosa, alla presenza dei seguenti testimoni: Mag.co Don Arcangelo Magaletta, U.J.D Don Giuseppe Silla e Rocco Cirillo. Sull’atto c’era scritto che bisognava procedere al sequestro delle robe (=robbe) che si sarebbero trovate in casa e dei beni stabili per un valore di 300 ducati in Capitale, con un editto che fu affisso in pubblica piazza. Riporto integralmente tutto ciò che fu sottoposto a sequestro giudiziario: “Territorio di tomoli quarantasette sito vicino all’oratorio ed al seminario nel luogo detto L’aluano”, “i seminativi a grano in Valle di Carienzo nella città di Trevico, confinante con la Difesa di Farullo ed altri”, “ tomoli quattro a Li Pastini , vigneti di primo impianto, nelle pertinenze del complesso cementato fatto per il grano, sempre vicino alla difesa di Farullo”, altri “tomoli tre nel luogo detto Lo bosco della fica” nel tenimento di Trevico, dove passa una strada pubblica sotto; altri “tre tomoli nel luogo detto La Caprareccia”, sempre nelle stesse pertinenze; altri “sette tomoli nel luogo chiamato Lo Ponticiello”. Poi, continuando a fare il sequestro di altri beni che dovevano essere lasciati liberi dai due fratelli Patetta, gli alguzzini di Castel Baronia si resero conto che alcuni cittadini li detenevano, apparentemente in modo regolare, perché furono mostrati degli atti formali di compravendita, e quei cittadini erano Don Biase Gallicchio, Giuseppe ed Angelo Grasso, Don Geronimo Domenico Pelosi, Giovanni Lillo, Giovanni Antonio Colicchio e Mario Garruto, ma constatarono pure che ce n’erano tanti altri che detenevano terreni senza alcun titolo. Allora, per quel giorno del 25 Agosto 1756 si continuò solo con il sequestro di tre giovenche indomite di pelo lombardo e con le corna a spatola, situate in un terreno confinante con Ciriaco d’Attino, “attuale tavernaro di questa terra”, e non essendo stato ritrovato nessuno a cui consegnarli, furono temporaneamente consegnati a Mario Garruto che ne fece istanza, assieme ai fratelli Cologno di San Sossio. Intanto, il Presidente della Regia Dogana di Foggia, Don Giulio Cesare D’Andrea, essendo stato informato dagli alguzzini di quegli atti di compravendita “a dir poco sospetti” da parte di alcuni cittadini, inviò loro le lettere ingiuntive affinché si presentassero per chiarire la loro posizione. Così, messi alle strette, asserirono che quei beni l’avevano acquistati con atti inventati dal Notaio e fu così che il Presidente li invitò nel giro di due giorni a presentare la domanda di nullità degli atti. Poi, avendo saputo che la situazione era piuttosto ingarbugliata perché c’erano anche tanti fittavoli che li avevano avuti senza atti formali e registrati e che non contenti di ciò li avevano pure passati in subaffitto a molti sacerdoti del clero locale, invitò tutti a depositare testimonianza a Castel Baronia. Contemporaneamente, informò i Fratelli Patetta che a seguito di quel sequestro di 300 ducati in conto capitale a favore del cognato, avrebbero dovuto pagare anche tre anni di maturati interessi e, per quell’ulteriore aggravio di lavoro ed intralcio per la giustizia che vedeva interrogati tanti sacerdoti a Castel Baronia, avrebbero dovuto immediatamente pagare agli alguzzini latori di quell’atto notificato, “25 once(=ongie) d’oro”. Notevole fu l’imbarazzo da parte di quei fittavoli e sub fittavoli che dovettero recarsi alla presenza dell’Ufficiale Doganale a Castel Baronia e tutti si dichiararono ignari di quanto stava succedendo e si rimisero alla volontà del Tribunale. Per la cronaca, questi erano: Padre Carluccio Cornacchia, Padre Andrea Bortone, Don Matteo Giangrieco, Don Giuseppe Cornacchia, Padre Domenicantonio di Stefano, Padre Paolo Villano, Padre Domenico Pilone, Don Michelangelo Bortone, Padre Carmine Colantuono, Padre Giulio Gallo, Padre Michelangelo Muriello, Padre Francesco Crincolo, Padre Giuseppe e  Bartolomeo Grasso, Padre Bartolomeo d’Errico. Altri tre cittadini, Crescenzio Majore, Nicola Coppola e Domenico Biancamano tutti di Vallata, con un atto pubblico del Notaio Pagliarulo di Trevico, si consegnarono spontaneamente alla giustizia, asserendo di aver avuto due vigne e diversi animali pecorini da Don Francescantonio e Don Nicola Patetta e che questi erano a disposizione degli alguzzini. Poi, non contenti di quello che avevano fatto fino ad allora gli alguzzini, avendo saputo che i Patetta avevano un mulo di pelo morello scuro lo andarono a sequestrare, ma i due fecero istanza al giudice Silvestro Buonocore, facendo mettere agli atti questa frase :  ”quel Buffone del Dottor Pelosi, dovrebbe sapere che noi siamo locati e questo mulo ci serve per andare a controllare gli armenti e nessuno ce lo potrà mai confiscare”. Ed il Giudice Buonocore diede loro ragione e decretò l’insequestrabilità del mulo, con atto scritto dal segretario Sanseverini che aveva ripreso le sue funzioni al posto di Fabbricatore. Quando quell’atto di insequestrabilità del mulo fu recapitato al Dottor Pelosi, (fasc.6578 bis) questi preparò una nota per i fratelli Patetta, che il messo doganale prima disse di non poter recapitarla, ma quando Don Carmine disse che quella era, chiaramente a sue spese e che occorreva solo che andasse a Trevico dove abitavano Francesco Antonio, Nicolò e Arcangelo, riportò di suo pugno: “Ringraziate il Padreterno per come vi è andata ed in virtù che siete Amministratori della Cappella del Glorioso San Vito, ancor oggi e fino al 1766 potrete gestite ancora la Masseria La Matella”.
        Nella Dg. I b. 176 f. 4056, il Mag.co Dottor Don Carmine il 28 Maggio 1758 venne a Foggia presso la Regia Dogana e chiese ai due scrivani del Real Patrimonio Sig. Felice Tonnani e Sig. Domenico Vulturale di verificare se ci fosse il suo nominativo inserito tra coloro che detenevano pecore reali nella locazione di Vallecannella ed avendo appreso che non esisteva in nessuna delle 23 locazioni, esibì un estratto dell’atto originale, a firma del Notaio Michele Rosa di Vallata, nel quale facendo un rapido excursus di ciò che avvenne il 17 Giugno 1753, dichiarò che a Bisaccia quel giorno convennero da una parte, il Mag.co Dottor Don Alessio Patetta medico con il fratello accompagnati dal loro notaio di fiducia Don Biagio Sabotino di Avellino, e dall’altra il Magister rationalum Don Antonio Pelosi di Vallata, suo padre, con il suo notaio di fiducia Don Fabio Magaletta, per redigere i capitoli matrimoniali per Donna Caterina Patetta che avrebbe sposato lui in quell’anno a Novembre. Tra le tante cose, come i 700 ducati, vari beni stabili, il corredale ad otto ad otto, c’era anche la promessa di 160 pecore di razza gentile e 45 pecore reali. In virtù di quell’atto presentato, il Dottor Don Carmine, a quella stessa data, fece domanda per essere ammesso in Locazione Vallecannella e, dopo tre giorni, i Deputati della Locazione gliela accordano, con un atto firmato dal Notaio Don Nicola Rossi di Trevico, il quale scrisse di suo pugno: “Oggi, 31 maggio, ero solo di passaggio qui a Foggia perché accompagnavo mio fratello Callisto che è uno dei tre deputati della Locazione di Vallecannella ed essendo stato chiamato, certifico che le firme apposte al documento dagli altri due deputati Mag.co Don Saverio Colameta di Trevico e Mag.co Dottor Fisico Don Domenico Testa di Frigento, sono originali”. Per corroborare il processo intrapreso a Foggia, arrivò da Vallata un atto dal quale si attestava che già dal 4 Giugno 1755 il Dottor Carmine aveva 300 pecore, delle quali 160 dategli dai cognati fratelli Patetta, grazie all’intercessione del Rev.do Padre Don Giuseppe Patetta, mentre altre 140 pecore, 7 giumente e 30 pecore erano le sue, così come comparve “dal libro della numerazione degli animali fatto da li contatori eletti in pubblico parlamento, a tenore de li Regali Interessi”. Firmato, il Sindaco Francescantonio Zamarri, capo eletto Dottor Fisico Don Giuseppe Cataldo, eletto Giovanni Cannone, eletto Vito Garruto, eletto Carmine Francescantonio Ciriello. Il cancelliere era Silla Nicola e, il timbro dell’Università di Vallata fu quello del timbro a secco e non ad inchiostro, a mo’ di un fiore con tanti petali. Il Notaio che fece l’atto fu sempre Don Nicola Rossi di Trevico, ma abitante nel casale di S.M. d’Anzano. Il Presidente della Regia Dogana Don Antonio Belli, il 6 Novembre 1758 comunicò che dopo visto gli atti del Notaio Michele Rosa di Vallata ed il giudizio positivo del Giudice Fiscale, “dispongo che il Dottor Pelosi scribatur in Regia Dogana per 45 pecore reali in perpetuum et obligavit se ipsum  e per i suoi eredi a tale pagamento”. Lo scrivano Signor Fragola comunicò a Vallata che il Dottor Carmine Pelosi avrebbe dovuto presentarsi entro il 31 Dicembre di quell’anno nella sede della Regia Dogana per ricevere la sentenza e per effettuare il relativo pagamento, ma questi inviò un atto con il quale si dichiarava impossibilitato a comparire in quella data, perché si trovava in terra di Delicato influenzato ed inviò un atto con il quale nominò suo procuratore il Sindaco di Deliceto, notaio Don Angelo Bonassisa che si autocertificò l’atto con i testimoni che furono Don Francesco de Caprariis e Don Stefano di Carlo. Poi, sempre davanti allo stesso notaio, Don Carmine s’impegnò per se e per i suoi eredi ed eventuali altri successori, a pagare la fida per quelle 45 pecore e firmò alla presenza di due testimoni che furono Don Carlo Monte e Don Antonio Vitale. Poi, in un altro atto che riguardava proprio quei due testimoni che mi colpirono per essere di Bisaccia ma che si trovavano entrambi nella città di Deliceto alla fine dell’anno, scoprii che il Dottor Don Carmine Pelosi in quel periodo era vero che stava a Deliceto, ma non era influenzato come dichiarò ma, assieme a quei due testimoni dell’atto, Don Carlo Monte e Don Antonio Vitale che erano due vaticali, sovrintendeva alla valutazione del bestiame dell’Ecc.mo Duca di Pescolanciano Don Nicola D’Alessandro che in quella zona, portò 800 ciavarri, 1500 capre, 200 giovenche e 4000 pecore.
        Nella Dg. II b. 317 f. 7070 nel 1759 un gruppo di “Particolari  Cittadini” di Vallata mossero causa al Dottor Don Carmine Pelosi ed al Dottor Don Nicolò Cortese, procuratore dell’Ecc.mo Marchese di Trevico e Conte di Potenza che lo rappresentava in questo specifico atto. All’epoca dei fatti,  Don Carlo Loffredo, oltre che Marchese di Trevico e Conte di Potenza era anche il 2° Principe di Migliano, ed avendo sposato la Principessa Maria Giuseppina di Soriano al Cimino, passava tutto il suo tempo o nella capitale del Regno o a Roma dove aveva vari possedimenti ed aveva perciò affidato al Dottor Don Carmine Pelosi l’esazione del Feudo di Migliano. La causa fu lunghissima perché ci furono tutta una serie di prove testimoniali a favore e contro di loro, ma dall’analisi dei documenti si evidenziò che il Dottor Don Carmine doveva riscuotere  l’esazione degli estagli dei seminativi per 12 carlini il tomolo, oltre che provvedere alla riscossione degli estagli per l’attività del legnatico(=attività di tagliare la legna) che alcuni coloni sistematicamente avevano l’abitudine  di compiere annualmente nel Bosco burgensatico del Feudo di Migliano. Quegli estagli, ad un certo punto, nel 1755, anno seguente la nomina del Proagente Dr. Don Carmine Pelosi, non furono più pagati da alcuni coloni che, invece decisero di portarlo in giudizio assieme “ all’Ecc.mo Principe e suo padrone”, come fecero scrivere i coloni. Quell’ incarico di esigere gli estagli, il Dottor Don Carmine Pelosi, avrebbe dovuto svolgerlo fino al 1758 ma, dopo che per un anno riscosse gli affitti, quei coloni che non avevano pagato, lo accusarono di aver proceduto ”vi armata (=con la forza), a riscuotere i  canoni d’affitto enon contento di ciò, collocò 12 guardiani che impedivano a noi coloni di passare sulla strada, né potevamo portare il vettovagliamento nelle case delle masserie in questo vasto appezzamento”.  Seguirono le prove testimoniali dei seguenti cittadini di Vallata: Crescenzio Furia, Vito Giordano, Giuseppe Loffa, Pasquale la Villa, Domenico Chiavuzzo, Antonio Cicchetti, Domenico Magaletta, Benedetto Colicchio, Leonardantonio Batta e Michelangelo D’Errico e tutti loro diedero la Procura al Mag.co Don Isidoro Simone. Questi, quale procuratore di quei cittadini, come prima cosa, si recò presso la Corte Ducale di Vallata il 12 Luglio dello stesso anno per chiedere giustizia, esplicitando il fatto che il Dottor Pelosi si prese il grano dalle aie con autorità e, sempre lui, ribassava anche il prezzo e diceva di essere autorizzato dal Marchese. A volte, il valore che gli dava era di 8 oppure 9 carlini il tomolo, quando questo, per la scarsezza veniva pagato fino a 18 carlini. Poi, il Mag.co Don Isidoro Simone aggiunse che il Dottor Pelosi doveva essere rimosso da quell’incarico, anzi i suoi assistiti avrebbero mosso contro di lui anche querela criminale perché non ebbe una buona condotta e poi fece anche preghiera a che qualcuno di quella Ducal Corte intervenisse a favore dei coloni di quella terra di Vallata affinché fossero rimossi quei guardiani ai confini del Feudo di Migliano che non facevano avvicinare nessuno, a meno che non si fosse provveduto a pagare. Ma, la Corte di Vallata, si dichiarò incompetente in materia e poiché nello specifico caso, s’intendeva muovere azione contro l’Erario dell’Ecc.mo Marchese di Trevico, si inviarono tutti gli atti ed i documenti alla Regia Dogana a Foggia. A quell’epoca, in quella sede, c’erano l’avvocato Prisco Fragola e l’Uditore giudiziario Dottor Valletta. Il 1° ad essere ascoltato fu  il Procuratore del Marchese, il dottor Cortese che raccontò “ Io sono stato il reggente dell’Ecc.mo Marchese nella città di Trevico per gli anni 1754-1756, e prima che il Dottor Pelosi si occupasse di quegli estagli, se n’erano occupati il Dottor Don Nunziante Pavese e Don Emanuele del Sordo, entrambi vallatesi. Furono questi due che risolsero con il Marchese, di affittare quei terreni di quel vasto comprensorio, per 25 anni e loro due comunicarono anche chi dovessero essere i coloni provenienti dalla loro terra ma, entrambi, furono rimossi perché non erano riusciti a portare che 500 ducati al Marchese, che conoscendo l’abilità del legale dottor Pelosi, gli affidò l’incarico”. Il Dottor Cortese continuò la sua deposizione facendo mettere a verbale che: “ il legale Dottor Don Carmine Pelosi, al primo anno di incarico, a fine Agosto, portò 1000 ducati, dopo aver chiamato degli agrimensori ed aver fatto bene le parti tra bosco assegnato e grano da ricevere per l’estaglio che, per prassi, doveva essere pagato in Agosto”. Poi, il dottor Cortese concluse dicendo che il dottor Pelosi, nonostante molti coloni avevano degli atrazi, si comportò, invece, in modo liberale perché li fece seminare nel 1755 nuovamente, ed ora come tutta risposta questi non volevano pagare neanche l’anno in corso. Intanto quei cittadini procedettero a querela criminale contro il dottor Pelosi presso la Corte Ducale di Vallata che l’inoltrò a Montefusco perché lo accusarono di essere un esattore doloso e fraudolento, denunciandolo di riscuotere 13 carlini a tomolo e per impedimento al libero trasporto delle vettovaglie a Migliano(=odierna Scampitella). L’atto fu firmato da quei cittadini con il segno della croce, dal mastrodatti Sebastiano di Gennaro e dal Notaio Michael Rosa di Vallata, nonché dal “Gubernator et Judex civitatis Vallatae” che, in quell’anno era Don Giuseppe Antonio Palombo. Quella querela, la sede di Montefusco, l’inoltrò alla Gran Corte della Vicaria a Napoli, dove arrivò una dichiarazione del Notaio Martinez Novia che riportando uno stralcio dell’atto originario del Marchese di Trevico, esplicitava che i 13 carlini erano la sommatoria di 9 carlini, più 4 carlini per la legna proveniente da cerri ed aceri e non certo per la legna secca, selvatica e quella infruttuosa, che faceva parte da sempre degli usi civici degli abitanti di quella zona. Anche il dottor Cortese fu chiamato alla Gran Vicaria a Napoli per deporre e confermò che il dottor Pelosi fu autorizzato a fare quel lavoro di esattore dal Marchese di Trevico e Conte di Potenza, “anzi fu proprio lui a mandarlo ante tempus a vedere il grano prodotto sulle aie e a recarsi in loco con la forza armata”. Quella dichiarazione fu subito sottolineata dal Giudice Gennaro de Ferdinando che volle accertare subito se corrispondesse a verità e convocò il 9 Agosto l’Ecc.mo Marchese. Questi, resosi conto della gravità dell’affermazione del Dottor Cortese, lo sostituì immediatamente con il Mag.co Don Michele Ricciotti. Poi, presentandosi a Napoli, chiese che tutto il processo dovesse essere portato in quella sede o alla Sommaria, e che la sede di Foggia, non poteva essere competente per giudicare un Nobile Cavaliere Napoletano da sempre vicino alla Corona. Quella sede, dopo averlo ascoltato per la causa criminale contro il dottor Pelosi, tentò di togliere le competenze alla Regia Dogana di Foggia, ma non vi riuscì. Lì, alla Vicaria, il Nobile Cavaliere Napoletano disse che il dottor Pelosi aveva goduto sempre la sua stima e che non fece mai alcuna malversazione ai coloni di Vallata che lui conosceva tutti e sapeva pure tutti gli atrazi, tutti i sotterfugi ed i cavilli messi in scena da quelli, pur di non pagare. Per quanto riguardava poi l’uso della forza armata, questi così si giustificò: ”quei guardiani sono i miei alguzzini di San Sossio e di Trevico, miei dipendenti che dovevano sorreggere l’azione del mio legale”. Alla fine di tutto il processo, il Dottor Don Carmine se la cavò con un ammonimento su di un verbale della Vicaria dove c’era scritto di “astenersi per il futuro da quegli eccessi, anche se i coloni risultano debitori, e se così non fosse gli verrà inflitta, sub pena, la condanna al pagamento di 500 ducati di fideiussione”. Il processo civile, invece, continuò a Foggia, dove davanti all’avvocato fiscale Fragola ed all’uditore Valletta, il Procuratore dell’Ecc.mo Marchese, il Mag.co Don Michele Ricciotti, disse che occorreva ascoltare quei coloni che avevano mosso l’elemento del sospetto per coprire la loro morosità, dando sfogo a tutte le loro lagnanze, ma al di la di tutte le considerazioni, il Dottor Pelosi rappresentava solo un pretesto per colpire il Nobile Cavaliere Napoletano per cui: “ il 13 di Agosto sarà qui a Foggia il Giudice del S.R.C, Don Gennaro de Ferdinando per un contraddittorio con questa Corte” per le competenze della causa. Puntuale quel giorno arrivò il Giudice de Ferdinando da Napoli, che disse espressamente che era stato inviato lì dall’Ill.mo Marchese di Trevico e Conte di Potenza ma, fece mettere a verbale che circa le competenze di quella causa, non si trovò alcun accordo in merito. Allora, si continuò nel giudizio e furono autorizzati a depositare le testimonianze i singoli coloni di Vallata, nella sede dell’ufficiale doganale di Castel La Baronia, il cui responsabile era Don Salvatore Romano. Il 1° a presentarsi fu proprio il Dottor Pelosi che disse che lui quel lavoro del Proagente l’avrebbe fatto fino al 1758 e che il Conte essendo molto contento di lui gli affidò anche altri coloni del Feudo di Migliano, quelli di Carife, di Bisaccia e di Guardia dei Lombardi, e che per quanto riguarda quelli di Frigento se ne sarebbe occupato Famiglietti assieme a suo fratello Don Nicolò. A Castel la Baronia si recò nuovamente l’Ill.mo Conte di Potenza e Marchese di Trevico Don R.A. Loffredo che confermò tutta la storia degli alguzzini e degli estagli. Poi, intervennero a depositare i coloni di Vallata, alcuni per la verità assai sconsolati ed afflitti perché si erano resi conto che la causa non volgeva a loro favore e soprattutto perché non c’erano margini di risparmio o di sopravvivenza per una famiglia come la loro. Il 1° dei coloni che si presentò fu Crescenzio Furia che disse che il dottor Pelosi quell’azione contro di lui l’aveva fatta come frutto di pignoramento perché era già debitore di del Sordo, fin dall’anno precedente, quando questi era esattore al suo posto; poi, fu il turno degli altri e parve subito chiaro che la disperazione e la povertà era tanta per cui, tutto ciò che potevano raccontare era solo una legittima guerra per la sopravvivenza. Alcuni di loro, come Chiavuzzo e la Villa chiesero: “ perché mai  in questo dominio feudale di Migliano esistono tante leggi e tanti vincoli; a valle ci sono gli estagli per il grano, a monte ci stanno gli estagli a 4 carlini il tomolo per la legna, mentre il pascolo per le pecore può essere esercitato solo dal 1o Marzo al 4 di Ottobre mentre, per i buoi aratori può essere esercitato dal giorno dopo Natale al 4 di Ottobre ? ”, mentre un altro colono, Antonio Cicchetti fece rilevare : “ per i mesi di Novembre e Dicembre quei pascoli sono finanche riservati ai maiali neri allo stato brado del Marchese, di ritorno dai pascoli della Puglia, ma mai sono stati lasciati liberi per noi!!!” Allora, tramite il Procuratore che li rappresentava, tutti i coloni chiesero a Foggia di tornare al sistema antico degli estagli, come avevano già fatto con Pavese e del Sordo, cioè se potessero pagare ad Ottobre anziché ad Agosto, perché, al momento non c’erano le condizioni. A Foggia, dal Doganiere fu risposto che quella richiesta non poteva essere accolta perché quelle erano le regole fissate dal Marchese tramite i Notai ma, l’avvocato Valletta, giudice napoletano nella Regia Dogana, chiese al Presidente in modo insistente una dilazione dei pagamenti. Ma, non solo questa non fu accolta ma, il Cavaliere Napoletano, tramite il suo procuratore chiese in modo implacabile le “provvidenze di giustizia(=le condanne) per quei coloni che erano in ritardo con i loro estagli”. Ma, si registrò che uno dei due ufficiali doganali di Castel La Baronia, Don Antonpietro Torelli che portò le notifiche, fece verbalizzare scrivendolo sugli atti, che lui aveva eseguito, come per legge, le lettere esecutoriali, ma bisognava a quel punto che si arrestassero tutti i coloni di Migliano, perché nessuno risultava a posto con gli estagli, e non solo quelli che provenivano da Vallata, e così, con quest’azione di disturbo, si sospesero le esecuzioni e, si arrivò così al 1763, ma la causa non era ancora risolta;  poi nel 1764 arrivò un altro anno di grave carestia e, nel 1766 il sacerdote e scrivano della Regia Dogana di Foggia, Melanconico, scrisse al Governatore di Trevico queste parole: “ dopo tutte queste carestie e morti per epidemie e fame, la situazione è tragica e, pro bona pacis, mi appello alla sua benevolenza ed a quella Curiae Trevici che interponga i suoi uffizi perché questa causa habet finem”. E, così avvenne.
        Nella Dg. II, b. 464 f. 9836 l’U.J.D Don Carmine Pelosi nel 1764 fu denunciato da un’ azione civilistica promossa dai coniugi Biagio Bortone e sua moglie Santa Cannone di Vallata, davanti alla commissione della Regia Dogana, perché aveva comperato un territorio ed una vigna da Don Felice Malgieri e da sua moglie Donna Andreana di Netta a cui loro l’avevano venduta il 10 Ottobre 1763. Nel dibattimento della causa i due coniugi furono invitati a giustificare come mai non avessero esplicitato il prezzo che adesso loro riferivano essere stato di 45 ducati  e, si giustificarono asserendo che si trattava di una permuta di quei due appezzamenti uno sito alla Contrada Chiusano, l’altro in Contrada Marzano, con un altro completamente vuoto e, mostrando l’atto del  Notaio Marcellino Pagliarulo, evidenziarono che c’era anche la promessa che entro dieci anni l’avrebbero potuto ricomprare. Il Giudice chiese perché mai l’atto fu concepito in tal modo ed i due, messi alle strette confessarono che fu fatto così per evitare l’azione del congruo(=diritto di prelazione) che avrebbe finito per favorire il Dott. Don Nunziante Pavese e la defunta donna Elisabetta  di Netta, entrambi confinanti con tutti e due i terreni ma con i quali non avevano avuto mai buoni rapporti ma, alla luce di come sono poi andate a finire le cose, fecero mettere a verbale che sarebbe stato meglio che fosse andato in quel senso. Infatti, quando a Gennaio 1764, l’atto fu pubblicato sull’albarano, si scoprì la simulazione di quanto era avvenuto, poiché più che di una permuta, avvenuta tra i coniugi Bortone e Don Felice Malgieri, fu evidenziato che trattavasi di un regolare contratto di compra-vendita nel quale il Notaio Pagliarulo di Trevico si era servito anche di due testimoni di un certo spessore, del Mag.co Don Giovanni Petrilli ed del Mag.co Don Timoteo Pagliarulo. E fu allora che il dottor Don Carmine Pelosi, riuscì ad intromettersi in quella vicenda, pur essendo ad essa totalmente estraneo e, confidando che Don Felice Malgieri era suo zio, fratello di sua madre, comperò entrambi i terreni per una somma di gran lunga inferiore a quanto loro qualche mese prima l’avevano venduti.  Infatti, il Dottor Pelosi approfittò che era venuta a mancare Donna Andreana di Netta, moglie di suo zio Don Felice Malgieri, che aveva un solo figliolo di nome Angiolo che non fu affatto informato che dovesse subentrare all’eredità della madre poiché il padre fece tutto lui garbandogli così e poi perché approfittò che i prezzi erano molto ribassati per via della terribile carestia che si stava verificando nel 1764. Ma, Don Biagio Bortone asserì pure che, a parte quelle considerazioni, quei due terreni erano beni dotali di sua moglie Santina Cannone e non potevano essere venduti, perché il padre di Santina, Giovanni Cannone li aveva comprati sin dal 15 Maggio 1758 per darli a lui come marito, come dimostrava l’atto dei capitoli matrimoniali redatto dal Notaio Don Nicola Rossi di Trevico che esibirono in copia. Ma, nonostante tutto,  Don Felice Malgieri li vendette al Dott. Don Carmine Pelosi nell’anno della penuria che fu quello del Marzo 1764, per la somma di 29 ducati, cioè ben 16 ducati meno di quelli che l’aveva comprato, pur avendo una clausola del contratto esplicitato che poteva esserci l’azione di ricompera da parte loro. Allora, i due coniugi conclusero dicendo e facendo mettere a verbale che qualcuno ci deve dare una ricompensa, perché ” noi siamo persone probbe e di tutta buona fede e non capaci affatto di mentire o commettere anche piccolissime cose in pregiudizio di chicchessia e, all’incontrario, il Dott. Don Carmine Peloso è uomo di mala fede e che è ritenuto nu’  mal  suggett’  e porta cattivo nome fra le genti di detta Terra di Vallata e dei luoghi convicini”. Allora, la loro richiesta fu quella, o della ricompera dei terreni o di una ricompensa. A Foggia, la causa durò molti anni ed infine, il 13 Gennaio 1774 il Giudice Bonocore spedì la sua sentenza a Vallata con la quale stabilì che occorreva interrogare prima i coniugi Bortone se fossero stati intenzionati a ricomprarli e, solo se questi avessero rinunciato, i due terreni, uno a Marzano, l’altro a Chiusano, avrebbero potuto ritornare al Dottor Pelosi. Questo fu quanto notificato dall’ufficiale doganale di Frigento Santandrea e dall’alguzzino Ciriaco Ciriello di Vallata che, recatisi con l’atto nella casa del Mag.co U.J.D Doctor Don Carmine Pelosi, glielo notificarono “in eius propiis manibus, presentibus pro testibus Evangelista Pavese et Michelangelo Brescia”. Ma, Don Biagio Bortone, interrogato in merito, in modo formale, dallo stesso ufficiale doganale Santandrea, avendo da poco affrontato le spese del funerale della moglie Santina, ed essendosi impegnato nell’esborso di molte messe sia piane che cantate per lei, non fu in grado di ricomperarli “et ita retulerunt manum Doctoris Pelosi”.
        Nella Dg. II, b. 412 f. 8780, l’U.J.D Don Carmine Pelosi nel 1769 citò in giudizio il notaio Don Fabio Magaletta di cui tante volte si era servito, e Sebastiano di Gennaro di Vallata. Il fatto prese spunto dal fatto che, con un atto d’imperio, il Dott. Don Bartolomeo Cataldo, propriore della Venerabile Cappella del S.S. Sacramento, per volere proprio dell’Ecc.mo Duca di Gravina, alienò il 22 Febbraio di quell’anno una casa  davanti al luogo detto “Il Purgatorio”  consistente in una sala, due camere ed un padiglione, con tre sottani, dei quali 2 davanti al largo del forno di basso ed un altro sotto dette case, il tutto facenti corpo unico tra soprani e sottani e confinanti dalla parte di Levante con lo studio dei fratelli Patetta, suoi cognati ed ora venduti a lui ed a Ponente con la strada pubblica e gli altri due sottani situati sotto lo studio. Ma, di quella scelta ricaduta sul Dottor Pelosi, il Duca non fu affatto contento perché trovava che quegli fosse: “troppo pieno di se e poco o nient’affatto deferente nei suoi confronti”. Così,  Don Fabio Magaletta che stipulava gli atti presso la Ducal Corte, si accordò sia con Vito Pasquale d’Errico, sia con Sebastiano di Gennaro che detenevano i due bassi e cercò in ogni modo di entrare in conflittualità con colui che divenne il suo nemico personale ed un giorno, davanti a casa sua fece un gran fosso, arrecandogli gran pregiudizio, perché lì il largo è di perfetta quadratura; ma i due proprietari dei bassi non reclamarono affatto e, al contrario, sostenevano che Don Fabio ed il figlio avevano il pieno diritto di poterlo fare perché potevano vantare un antico diritto perché unici eredi di un loro antenato, tal Don Fabio Florianello che a suo tempo era stato persona assai vicina all’utile possessore di Vallata nonché esattore dei Guevara di Bovino ed abitava proprio lì. In virtù di ciò, il notaio ed il figlio si sentirono autorizzati ad erigere delle mura per costruire una casa sul marciapiede, la qual cosa fece andare su tutte le furie Don Carmine che, a quel punto,  ignorando da chi potesse derivare quella macchinazione nei suoi confronti, fece ricorso e denunciò l’accaduto presso la local corte del Duca Orsini, adducendo tra le motivazioni che, dall’altra parte del muretto dove Magaletta aveva costruiti le mura, c’era la strada pubblica e di fronte c’erano : Cirillo Francesco Saverio figlio della vedova Strazzella oltre ad Elena ed Emanuele Cicchetti, dopo la cui casa, c’era anche il forno dell’Ill.mo Possessore. Don Carmine nonostante avesse chiesto che quel ricorso fosse esaminato con una certa urgenza, dalla corte di Vallata non ottenne nessuna soddisfazione ed allora ricorse al Giudice ed al Governatore della Regia Dogana a Foggia e così scrisse:  “tutti coloro che ho già nominato hanno il sacrosanto diritto a non vedere costruire di fronte alla loro abitazione un’altra casa, senza parlare di quelli che abitano di fronte dall’altra parte, dove ci sono le case dotali di Don Pasquale Crincoli, figlio di Antonio, sposato con Caterina Malgieri, figlia del quondam Don Carlo, oltre a quella di Alessandro La Quaglia, di Domenico Giangrieco e quella del Mag.co Don Crescenzio Cuoco, pertanto, chiedo che sia fatta un’immediata ricognizione dei luoghi, e chiedo che tutti gli atti siano trasmessi in questa sede perché a Vallata il comportamento della local corte è sospetto nei miei confronti”. Così, il Presidente del Tribunale di Foggia stabilì di assegnare il compito di verificare lo stato dei luoghi ad un Regio agrimensore di Vallata, Diego Villani. Don Carmine, andò poi dal Giudice che tutelava gli interessi dei locati come lui, e si dichiarò soddisfatto per quella scelta, ma fece questa istanza : ”Chiedo che la perizia sia immediata per accertare gli abusi e desidero che vengano ripristinate le cose così come stavano prima, e poi, colgo l’occasione per dire che c’è la scalinata che si estende sino al Largo Fontana e nella parte di sotto c’è sempre stato un marciapiede, perché già l’ho comprato così e chiedo che nessuna carrozza o mezzo di trasporto si possa fermare lì davanti, perché quello è uno spiazzo privato“.(Foto 22).
        Tutti gli atti prodotti che portarono alla richiesta della perizia tecnica nel 1769 furono redatti dal Notaio Giovambattista Branca di Vallata, ma la causa durò fino al Maggio del 1774, anno in cui la perizia fu conclusa e fu ripristinato lo stato dei luoghi.
        E, non appena terminata a suo favore quella causa, gliene mossero contro un’altra Dg. II b. 500 fasc.10629  nello stesso anno, il 25 Giugno 1774, sempre sapientemente orchestrata dal suo ex amico il notaio Don Fabio Magaletta, anche se non apparve mai come attore. Infatti il 22 Febbraio 1769 era proprio lui che aveva redatto il famoso “Decreto di Expedit ” (= atto di vendita) tra Don Carmine Pelosi ed il propriore della Venerabile Cappella del S.S. Sacramento e sapeva benissimo il contenuto di ciò che fu scritto ed in particolare che quella somma concordata di 526 ducati e grana 15 dovesse essere così suddivisa: i primi 45 ducati avrebbero dovuto esser pagati solo nel mese di Novembre del 1769, e poi ducati 50 all’anno sempre nel mese di Novembre, senza alcun interesse e così fino alla fine del pagamento, poi, se non avesse pagato qualche rata, avrebbe dovuto essere calcolato l’interesse del 5% su ciascuna di essa e soprattutto che tutto veniva lasciato all’arbitrio dei successivi priori che avrebbero fatto valere le ragioni della Venerabile Cappella, ed infine tutte le case sottane e soprane che erano state fin lì fittate e le cui pigioni venivano pagate entro l’8 Settembre alla Cappella del S. S. Sacramento, dopo quella data, non sarebbero più state fittate a nessuno e che tale provvedimento fatto dal propriore e dai suoi deputati si rese quanto mai indispensabile perché c’erano continue infiltrazioni d’acqua e la Cappella doveva sempre riparare quelle case senza alcun beneficio, ed allo stato delle cose, essendo stata quella casa, in un primo momento, assegnata ai fratelli Patetta, ma risultando a quella data ancora insoluta, lui, il Dottor Don Bartolomeo Cataldo, fece scrivere al notaio don Fabio Magaletta : “ desidero pure che non ci sia da parte della Cappella nessun ius o patto di ricompera e dispongo che il Dott. Don Carmine Pelosi la prenda intera, così come si conviene alle persone di un certo livello”.  E fu così che dopo che il Dottor Don Carmine pagò solo i primi 45 ducati ed entrò in possesso di quella casa, per ben 4 volte saltò il relativo pagamento dei 50 ducati, ed essendo cambiato priore, poiché nel 1774 fu nominato Don Vito Berardi, coadiuvato da  Sebastiano e Mauro di Gennaro, fu da costoro citato e richiamato a rispettare gli impegni presi innanzi all’Avvocato fiscalista della Regia Dogana di Foggia Don Francesco Nicola De Dominicis. Innanzi a lui comparvero il 3 di Agosto i relativi procuratori, il Mag.co Don Vincenzo di Salvia per la Venerabile Cappella ed il Mag.co Don Nicola Colabianco per Don Carmine. Così l’avvocato De Dominicis concesse 6 giorni per provvedere al pagamento dei 200 ducati che il procuratore di Don Carmine portò a Foggia assieme agli interessi ed alle spese processuali e, quando si presentò al credenziere ed allo scrivano disse : “ Sono lo stesso Procuratore che porto avanti la causa tra il Dottor Pelosi e Don Biase Bertone della terra della Rocchetta iscritta in ruolo il 15 agosto 1774”.
        Studiando altri atti relativi al figlio primogenito del Dottor Don Carmine, ho scoperto che quei risentimenti e liti tra personaggi dell’epoca, si abbatterono sui figli, se addirittura non furono prioritari in quelle vicende processuali, poiché suo figlio fu sempre innamorato della figlia del notaio Don Fabio Magaletta, ma quel matrimonio Don Carmine lo ostacolò sempre e, solo dopo la sua morte il notaio Don Michael Pelosi, notaio, in seconde nozze sposò Vit’Antonia  Magaletta.
        Ho anche scoperto che l’Ecc.mo Duca di Gravina ed utile signore di Vallata, ebbe modo di litigare con Don Ciriaco Bartolomeo Cataldo che era anche l’Arcipresbiter di Vallata, perché non voleva che Don Carmine Pelosi fosse favorito serbando, invece, un profondo risentimento verso di lui che trovava molto furbo perché spesso, confidava nell’appoggio dei Loffredo, feudatari di Trevico e talvolta anche dei Capobianco, feudatari di Carife.
        Dall’esame dei documenti effettuati nella Regia Dogana, ho notato che a Foggia la prima volta che comparve Don Carmine fu il 1752, quando venne per pagare la fida del Marchese di Trevico e Conte di Potenza, l’anno successivo, nel 1753 venne il 23 Marzo in Fiera con i suoi fratelli e con il nipote Saverio, per partecipare alla fiera zootecnica dove comprò animali di vario genere, nel 1754 comparve  per vendere i prodotti della pastorizia, pur non essendo ancora un locato, perché si appoggiò ad un suo amico di Vallata, Don Nicola Rinaldi, figlio di Carmine. Nel 1755 comparve come locato e, nel 1759 già dichiarò di possederne 1349 capi ovini, e tale numero variava di anno in anno, cosa che succedeva normalmente anche per altri locati, perché in quegli anni ci furono morie invernali di massa per troppa rigidità, per malattie da rogna o da schiavina, come accadde, ad esempio, nel 1764.  Le ultime pecore che dichiarò nel 1781, cioè l’anno prima di morire, furono 609. Quindi, Don Carmine fu locato della Dogana per molti anni; il suo amico Don Nicola Rinaldi pagò la fida per due anni consecutivi dopo la sua morte e, dal 1785 comparve il suo 1° figlio, Michele e, solo dopo qualche anno, cominciò a farlo il figlio Don Bartolomeo.
        Nella Dg. II b 654 f. 13540 della Dg. II, a Novembre del 1782 il sacerdote Rev.do Padre Don Vito Cataldo citò in giudizio Michele, Giuseppe e Bartolomeo Pelosi, figli del Dott Don Carmine da poco deceduto, nonché la loro madre Donna Caterina Patetta circa le controversie ereditarie che riguardavano il testamento fatto da suo zio il Dott. Don Carmine Pelosi. Il Rev.do Padre Don Vito Cataldo espose che suo zio prima di passare a miglior vita, in un determinato e ben specifico item con relativo codicillo, gli lasciò un territorio sito in località detta SERRA MAMONE con il peso derivante, cioè che dall’usufrutto di detto territorio lui avrebbe dovuto celebrare tante messe per la sua anima, alla ragione di 3 carlini l’una. Ma, “come dice il testamento di mio zio, quel terreno deve essere sottoposto a perpetuo fedecommesso a mio beneficio e non si può vendere”. Il sacerdote continuò che: ” la buonanima dello zio Carmine volle che in alcun modo fosse alienato quel territorio, come ora vorrebbero gli eredi ed anche se questo deve rimanere in loro potere, questi, al momento mi devono dare ogni anno 15 ducati, nelle mie proprie mani, così come dice espressamente il codicillo nel testamento dello zio che qui in questa Regia Dogana fornisco in copia”. Il sacerdote Don Vito Cataldo continuò riferendo al giudice che i 15 ducati dovevano servire per le 50 messe piane che lo zio desiderava in suffragio della sua anima e ripeteva, in maniera ossessiva, come se volesse dimostrare tutta la sua rabbia, che doveva riceverli dai suoi eredi e solo dopo, il frutto di quanto ricavabile da quel territorio, chiamato  peso, avrebbe dovuto passare agli altri loro successori ma, sempre nello stesso senso, con l’ impegno del perpetuo fedecommesso per celebrare altre messe. Ma, : “oggi, mi trovo costretto a muovere atti civili contro questi eredi più la madre perché non lo fanno ancora e me li negano, allora, così come aveva scritto mio zio testatore nelle sue ultime volontà, poteva essere lecito impossessarsi di quel territorio”. Così continuava il Rev.do Padre Don Vito Cataldo nei confronti del giudice: “adesso, mi chiedo, da fine Agosto che lo zio non c’è più, sono state soddisfatte le messe per i primi tre mesi, ma adesso… e,  per l’anno che verrà, mi soddisferanno con gli altri 15 ducati?”. “Se non ne hanno intenzione, chiedo, Signor Giudice, di entrare in possesso di detto territorio e mi rivolgo a questa Regia Dogana dove mio zio era un nobile ed antico locato per far rispettare il suo testamento”. Seguì, poi, una procura firmata dal notaio Martinez Novia a Novembre 1782 in cui il Rev.mo Padre affermò che non potendo presenziare la successiva udienza a Foggia perché legittimamente impedito e confidando nella fede ed integrità di Don Alessandro Sorrentino, lo invitò a presenziare e a fare tutte le comunicazioni agli eredi del Dott. Carmine Pelosi relative al legato testamentario ed in particolare che vigilasse che quei 15 Ducati dovuti, gli fossero dati quanto prima per le Sante messe.
        Quindi, Don Alessandro Sorrentino portò a Foggia il testamento nuncupativo di Don Carmine Pelosi, fatto nelle mani del notaio Andrea Sauro, affinché il giudice ne prendesse atto e decidesse in merito a quel codicillo. Così, il notaio Andrea Sauro, marito della nipote di Don Carmine scrisse di essere accorso sul posto, a quello solito dove abitava il testatore, in località detto della Fontana, assieme al giudice a contratto e ad altre due persone che facevano da testimoni. Tutti loro entrarono nell’abitazione e lì ritrovarono il Mag.co U.J.D Don Carmine giacente nel letto con infermità di corpo, ma per grazia di Dio ancora sano di mente e, considerando lo stato assai fragile della natura umana e la caducità della vita, con l’incertezza dell’attesa, ma con la certezza della prossima morte, anche se si poteva dubitare che fosse passato immediatamente da questa all’altra vita, ha deliberato, in punto di morte, di fare il testamento nuncupativo con le clausole codicillari. Anche in questo caso, seguono tutta una serie di preghiere ai Santi ed alle loro anime, a quelle del Purgatorio, fino a che nominò suoi eredi generali ed universali sua moglie Donna Caterina e tutti e tre i figli suoi Michele, Giuseppe e Bartolomeo e tre avrebbero dovuto succedergli immediatamente, dopo la sua morte, su tutta la sua eredità, su tutti i beni stabili, mobili, emolumenti, annue entrate, oro, argento ed utensileria varia;
        - Voglio che mia moglie Donna Caterina e mio figlio Michele debbano mandare a scuola nel Seminario i due, Giuseppe e Bartolomeo, sino a che non si Dottoreranno e saranno pronti e, specialmente il chierico Giuseppe, mio secondo figlio, lo desidero prete e Dottore, mentre Bartolomeo almeno Dottore.
        -Voglio che mia moglie Donna Caterina e mio figlio Michele debbano rivestirsi di autorità e preminenza e controllare e verificare la buona condotta dei miei figli Giuseppe e Bartolomeo, entrambi legittimi figli ed anche minori.
        -Voglio che mia moglie sia rispettata e ben trattata da madre come anch’io durante la mia vita ho fatto, purché conservi il lutto vedovile, ed in questo caso vada pure a lei anche l’eredità che fu di mia madre, al contrario, se passerà a seconde nozze lei dovrà avere solo l’usufrutto di tomoli 32 di territorio, quelli che hanno cioè una masseria di fabbrica in località detta Stradella e non di tutti gli altri che io, con il tempo ho avuto modo di comprare e riscattare in altri siti nelle vicinanze, così come pure quelli situati alla Torretta nella vicina città di Ascoli.
        -Se, invece, si comporterà da vedova e da madre, nessuno le deve arrecare disturbo ed a lei sia data pure la rendita di ducati 90 di capitoli assegnatimi in dote e da me girati alla cappella del Santissimo Sacramento in conto del prezzo della casa.
        -Voglio altresì che alla mia figlia naturale Rachele Pelosi, se partorirà dei figli dal suo stesso corpo, le siano dati ducati 200 pagabili però quando i figli daranno giunti all’età di 10 anni, ma per costei c’è già una promessa dotale, la cui ricevuta è nelle mani del Notaio Martinez Novia; così anche per l’altro mio figlio naturale Erberto, gli devono dare 400 ducati.
        - Poi, voglio anche che il Formaggio che sta in casa giù negli stanzini sotto la casa in piazza della fontana, sia ben custodito e chiuso con i chiavistelli, metà si venda e si facciano cantare messe piane prima che morirò, per l’altra metà del ricavato, mi rimette allo zelo di mia moglie Caterina e di mio figlio Michele.
        -Desidero poi che il territorio sito in località detta Serra di Mamone rimanga sottoposto a perpetuo fedecommesso in beneficio di mio nipote Don Vito Cataldo, intanto che giunga allo stato sacerdotale qualcuno dei miei figli o loro discendenti; allora il beneficio dell’usufrutto dovrà passare a questi. In difetto dei miei eredi “edificandi sacerdotes”, in tal caso, voglio che succedano i figli sacerdoti di mia sorella Isabella sposata con il dottor fisico Alvino di Andretta, ed in difetto di questi, i figli sacerdoti dei fratelli collaterali, con l’istesso frutto e con il peso derivante, ma nessuno l’alieni perché c’è sempre lo stesso vincolo del fedecommesso. Ma, al momento, i proprietari saranno sempre i miei tre figli, l’usufruttuario mio nipote che comunque non potrà avere una somma eccedente 15 ducati, perché questi possa celebrare per la mia anima 50 messe piane al prezzo di tre carlini l’una.
        -Ma dispongo che, se questi miei tre figli non pagheranno i 15 ducati annui, il legatario Don Vito Cataldo, mio nipote, potrà diventare proprietario e ritirare il frutto del territorio per le messe piane e per il beneficio di quelle anime designate e scritte nel Testamento.   
        -Voglio che tutti i beni stabili rimangano per ora e per sempre sottoposti a perfetto fedecommesso, senza che nessun erede possa alienarne minima parte.
        -Dopo che anche Giuseppe e Bartolomeo saranno giunti a 18 anni, a tutti i miei eredi siano dati 40 Ducati, ma solo dopo che sarà fatta la divisione dei beni; ma, se non si possono dare i 40 Ducati, si potrà stabilire un rimborso in grano o con il prezzo delle vacche e dei bovi, oltre che con la metà del prezzo dell’Annicchio(=annicchiarico) del Glorioso San Vito perché saranno passati tre anni e c’è una promessa di vendita a me o ai miei eredi;
        -Voglio poi che il mio studio composto di molti libri, raccolta di leggi e testi giuridici, provenienti anche da mio padre alla mia morte, i legittimi eredi li dovranno riporre dentro una cassa e darli poi ai figli che devono ancora diventare Dottori, ed in particolare dovranno andare a chi di loro due figli minori, farà ed applicherà la Legal Professione paterna, ma non si dovranno mai vendere, perché anch’essi sottoposti al perpetuo legato, così come viene espresso qui in questo testamento e che si affida per l’esecuzione al Sacerdote Dott.Don Giuseppe Pali e a Don Alberto Pavese, dando a questi la facoltà di fare al riguardo quanto scritto ed ordinato in questo testamento.
        - Poi, io notaio, ho domandato se intendeva lasciare qualcosa al Regal Albergo dei Poveri che si stava costruendo nel Borgo di Sant’Antonio Abate nella città di Napoli ed il Dotto Carmine ha risposto che non aveva da lasciare cosa alcuna perché aveva a carico maggiori obbligazioni ET HANC DIXIT ESSE SUPREMAM ET ULTIMAM VOLUNTATEM  PRO QUIBUS OMNIBUS SIC PER ACTIS PREFATUS.
        Nell’incartamento rinvenuto c’era pure l’origine dei beni derivanti al Dottor Don Carmine, tra cui, oltre a quelli della sua famiglia, dal padre e dalla madre Cristina Malgieri, quelli derivanti dalla situazione patrimoniale dei beni della Famiglia Patetta, tutto scritto in latino, con il sigillo della chiesa di San Bartolomeo. Il Dottor Don Alessio Patetta e figli, noti locati di Vallata in locazione di Vallecannella e Cornito, erano ricchi proprietari terrieri e con molti beni stabili e consolidati al loro attivo, con un numero di pecore che oscillavano tra i 2800 e 3000 capi reali che dichiaravano, annualmente, presso la Regia Dogana di Foggia, oltre a centinaia di vacche e giumente, ed erano assegnatari della Posta fissa di Monterocilo di cui erano anche i fiscali per conto di quell’istituzione che li portò a godere di una posizione di grande  preminenza in quella città dell’Alta Irpinia.

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