Comunità di Vallata tra Chiesa Madre, Cappellanie e Regia Dogana - Sergio Pelosi — Storia di una famiglia del 1600 a Vallata.

Capitolo VI
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6.1 Storia di una famiglia del 1600 a Vallata.

       
         La genericità del cognome che spesso apparve in numerose varianti (Peluso, Pelusi, Piluso, Peloso, etc) e la pochezza delle fonti hanno impedito una ricerca più approfondita sugli antenati risalenti a prima del 1600 ma, a Vallata, la presenza di questa famiglia fu ben radicata in tutto il XVII secolo, durante il quale ho avuto modo di incontrare nomi come Vito, Antonio, Domenico e Stefano. Così, ad esempio, nel 1620 Don Domenico Pelosi a Vallata sposò Donna Caterina Nufrio e di loro si sa che il 26 Aprile 1623 dichiararono la nascita di Nicola Pelosi, nato senza vita; poi, il 18 Gennaio 1654 da Don Vito Pelosi e Carmina Pavese nacque Vincenza, i cui testimoni furono Don Angelico Cataldo e sua moglie Fulgenzia Magaletta, mentre il 22 Gennaio dello stesso anno, cioè 4 giorni dopo, si tenne un altro battesimo, da Domenico Pelosi ed Anna Novia  nacque Francescantonio, i cui testimoni furono gli stessi. Ma, il 1° personaggio di famiglia che, in maniera continuativa, dette luogo ai miei parenti che sono attualmente sparsi su tutto il territorio nazionale, fu Don Antonio Pelosi nato a Vallata nel 1680 e sposato il 14 Ottobre 1698 con Lucia Cristina Malgieri, figlia di Don Bartolomeo. Ciò che si è riuscito a sapere di Don Antonio fu che si considerava un vallatese D.O.C. e che il 13 Gennaio 1713 ebbe la perdita del nonno che si chiamava come lui e che, a sua volta, il nonno era figlio di Stefano. Sempre anagraficamente si sa che Don Antonio aveva un fratello di nome Domenico che sia pur nato a Vallata, professava l’attività di notaio presso la local corte di Carife  e che morì a 33 anni per febbre molto alta contratta nel Tavoliere delle Puglie nel 1725 e che era sposato con Anna di Palo(= Pali) della sua stessa città natale, lasciandola vedova con due figli, uno di nome Stefano che visse a Carife ed un altro di nome Santo che rimase Vallata. Ma, Domenico Pelosi ed Anna Pali, il 26 Aprile 1723 ebbero anche un altro bambino di nome Nicolò che morì prematuramente ed anche se apparentemente possono sembrare dei nomi slegati in una storia poco organica, nel seguito ci aiuteranno a ricostruire quanto trovato.
         Così, Don Antonio, di cui conservo il testamento nuncupativo fatto in punto di morte il giorno precedente alla sua dipartita, avvenuta il 5 Agosto 1755, ebbe otto figli, cinque maschi e tre femmine e, dopo che il 10 Aprile 1725 gli morì un bimbo di nome Giuseppe nato nella città di Ascoli dove spesso si tratteneva con sua moglie per curare gli interessi dell’Ecc.mo Don Tommaso de Rinaldo, l’anno successivo, al 5° ed ultimo figlio, diede il nome di Domenico, in ricordo del fratello di Carife deceduto in Puglia. Da una sua testimonianza ad un processo fatta nel 1729 si apprese che era un uomo di legge che svolgeva funzioni di tipo amministrativo-contabili a Napoli, dove spesso e con una certa regolarità si recava a Castelcapuano dove partecipava a delle riunioni tra colleghi e tutti erano dipendenti della Corona napoletana e ricevevano uno stipendio dall’Amministrazione Reale per verificare e riferire se sul territorio loro assegnato non vi fossero abusi relativi al mercato dei cereali, del tabacco, del sale e soprattutto se i commercianti locali non facessero abusi sui pesi ed anche se il feudatario si comportasse in modo da non eccedere con pesi e gabelle sui suoi sudditi. Da un altro documento relativo ad una causa ereditaria tra i figli, lo si definì “addetto alle entrate” che si ricavavano dai diritti dei pascoli e dei dazi ed in particolare sorvegliava il prezzo dei prodotti naturali quali biade per gli animali e grani per l’alimentazione umana che venivano portate al mercato. Nel 1735, dall’Amministrazione Reale, fu incaricato di fare da cassiere e portare in sede a Napoli i conti sulle pecore e sulle greggi d’animali di grossa taglia per quanto riguardava l’esazione della “Mena delle pecore rimaste”, conosciuta come la Doganella di Ariano, ma ricadente nel territorio di Flumeri, in Valle Ufita. Quindi, quel lavoro lo rese vicino anche ai feudatari di Vallata che erano gli Orsini con i quali l’intesa era totale, tanto che il suo primo figlio Nicolò grazie all’intervento degli Orsini fece il giudice alla Sommaria per 4 mesi all’anno. All’epoca, il suocero di Don Antonio era Don Bartolomeo Malgieri, conosciuto come noto commerciante di prodotti legati all’agricoltura ed alla pastorizia, il cui figlio Don Carmine fu locato della Regia Dogana in Locazione di Feudo d’Ascoli, persona di fiducia del Capitolo della Sant.ma Annunziata di Vallata e rappresentante dell’Amministrazione del Buon Governo di quella città. Questi, fu colui che introdusse Don Antonio nel meccanismo fiduciario di quell’importante Cappellania di Vallata. Pertanto, il nome Carmine a casa Pelosi fu mutuato da casa Malgieri perché quando nacque il 4° figlio a Donna Cristina ed a Don Antonio pensarono di chiamarlo come il padrino di battesimo, quello del cognato Carmine. In questo dipinto esistente nell’Abbazia di Montevergine risalente a metà del seicento, è possibile notare la presenza di quel sacerdote in basso che si chiamava Antonio Peluso e faceva parte del Monastero. In occasione della festa della Madonna del Carmine del 1647, questo sacerdote dava una mano a quella gente che, durante la Rivoluzione di Masaniello a Napoli, si ribellava per l’abolizione delle gabelle ingiuste ed  auspicava il ripristino dei privilegi concessi da Carlo V e la storia vuole che non fossero pochi i sacerdoti che si esposero in quel frangente.
         E sul perché penso ci siano delle connessioni con i Pelosi di Vallata, lo si può dedurre dal fatto che, a quei tempi, per attendere agli studi più alti, occorreva andare presso o all’Abbazia di Montevergine, posto più vicino in assoluto a Vallata, oppure alla Badia di Cava. Da alcuni documenti ritrovati, i Pelosi, i Gallicchio ed i Pavese di Vallata,  avevano delle antiche proprietà risalenti a benefici concessi dalla Venerabile Cappella di Montevergine, i primi, in particolare, a Carbonara (=odierna Aquilonia), e sul testo del Giustiniani, alla lettera C dice che Carbonara faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia di Montevergine ed approfondendo la lettura del “Regesto delle Pergamene” di Mongelli21 che era un archivista benedettino, tra le cui opere s’annovera l’inventario di quell’archivio, ho trovato che nel 1695 un chierico di nome Antonio Peluso studiava dottrine giuridiche e mi è subito sembrato che quell’indicazione potesse essere la più rispondente, logica ed in linea con quanto avveniva all’epoca e cioè che potesse essere stato proprio quel sacerdote dell’Abbazia a far studiare dei nipoti o dei suoi familiari. Comunque sia, o in quella sede o altrove il chierico Pelosi Antonio, dopo aver atteso agli studi di prassi, dovette conseguire quell’abilitazione prevista per quell’epoca perché in un documento della Dg. serie I, busta 149 fasc.1696, si appellò come “dottore delle Pandette”.
         Da ricerche fatte nell’Abbazia di Montevergine, è risultato che quel sacerdote del dipinto era originario della terra di Ospitaletto, vicino all’Abbazia di Montevergine e, leggendo qualcosa sulla lunga storia di quel Monastero e della sua Congregazione, era ben nota, sin dalla metà del 1200, della sua totale esenzione da ogni vescovo e della sua indipendenza dalla Santa Sede e, i vari papi che si succedettero, confermarono sempre i beni ed i possedimenti di quell’Abbazia, anche di quelli che avrebbero avuto nel futuro, svolgendo la sua influenza su vasti territori mediante le sue Diocesi. Così, ad esempio, a  Vallata quell’importantissima Abbazia, si serviva della Chiesa di San Giorgio facente parte della Diocesi di Trevico, con le case, i redditi ed i possessi, mentre in zona Castel Baronia, come riferito da Longarelli16  , si serviva della Chiesa di San Giovanni dell’Acquara. Inoltre, i Papi diedero la possibilità di ricevere nell’Abbazia i chierici e laici, così come stabilirono che nessuno poteva intromettersi nell’elezione dell’Abate ”nisi quem fratres”.  In seguito il Monastero di Montevergine ebbe giurisdizione nel 1376 anche sulla Chiesa di Santa Maria presso Carife ed infine nel 1519 su quella di San Sebastiano, fuori Vallata. Questa digressione può aiutare a capire quanta importanza potesse avere per una famiglia avere un sacerdote in casa, poteva pensare alla salvezza dell’anima, ma poteva anche servire per scopi più materialistici. La potente e nobile famiglia dei Caracciolo, ad esempio, era assidua frequentatrice e benefattrice dell’Abbazia ed è facile poter immaginare come, con l’aiuto di un sacerdote di quel clero e la benevolenza tipica di qualche famiglia nobiliare, ci sia stato qualcuno che possa averne ricevuto non pochi benefici. Nel Vol. 5 dell’inventario dell’Abbazia ho rinvenuto un singolare documento per tutte le connessioni appena raccontate in cui vi è un atto, il N° 4997 del 1551, in cui un tal Peluso Gerardo vendette a Donna Sveva Caracciolo un pezzo di terra, in parte arbustato ed in parte piantato a nocciuole con 2 casette di legno ”coopertis scandolis”, della capacità di circa dodici moggi, nelle pertinenze di un luogo chiamato “lo Toro” in Ospitaletto (=odierna Ospedaletto),  luogo sempre stato in contestazione se facesse parte o meno dell’Abbazia di Montevergine, per una somma di 130 Ducati(XVIII,34). Nel documento successivo, il N° 4998 dello stesso anno, Donna Sveva Caracciolo di Napoli, contessa di Conza e di Torella, lo donò all’Abbazia, a condizione che dopo la sua morte, i Padri di Montevergine, celebrassero una Messa la settimana per la sua anima (XVIII,32).
         Comunque siano andate le cose, ritornando a Don Antonio Pelosi di Vallata, agli inizi del 1700, assieme a suo fratello il notaio Domenico, aveva diverse proprietà rappresentate da beni stabili come case e terre costituiti da seminativi  ed appezzamenti alberati con diversi fruttiferi e soprattutto vigne, mentre un altro fratello di nome Cesare, viveva a Trevico e faceva parte, come piccolo proprietario di pecore, di una grande collettiva armentizia di proprietà del Mag.co Don Carlo Verdoglia passata poi a suo figlio, il Mag.co Dottor Don Antonio Verdoglia di Trevico. Ma le cose a Cesare Pelosi non andarono bene come al fratello Antonio e presero una cattiva piega e, sia pur abitando in una bella casa in piazza nella città più alta della Baronia, fu costretto a trasferirsi a Pescopagano, poiché gli fu sequestrata nel 1753, per aver contratto dei debiti che non potette onorare. In quella occasione suo fratello Don Antonio di Vallata non fece nulla per aiutarlo direttamente, deducendo che tra di loro non esistevano buoni rapporti ma intervenne tramite il suo secondo figlio Pasquale, che proprio in quell’anno prese i voti per divenire sacerdote presso la Chiesa di San Bartolomeo. L’occasione per aiutarlo fu creata da Don Pasquale che, intercettando sua cugina Aurora che frequentava la chiesa, le ricordò che poteva occuparsi dei poveri e degli ammalati della città di Vallata, cosa che fece di buon grado e per questo fu nominata nel suo testamento All’epoca, attorno alla loro Corte locale a Vallata esisteva una classe di media borghesia che andava affermandosi sempre più come quella appartenente a professionisti e proprietari terrieri medi e piccoli che cercavano di farsi spazio tra quelle maglie feudali soffocanti ed avvilenti per la maggior parte della popolazione. Figure di spicco erano: Memoli, del Bufalo, Hippolito, Mirabella, Patetta, Capuano, Cataldo, Pavese, Novia, Gallicchio, Sauro, Tanga, Zamarra, Pelosi, Pali, Netta, di Netta, Batta, Crincoli, Cirillo, Travisano, Magaletta etc. Così, essendomi immerso in carte e vecchi documenti, dislocate anche in città d’Italia a volte molto distanti dal luogo d’origine della famiglia rinvenni una notizia che riguardava il clan Pelosi e cioè che il figlio di Don Antonio Pelosi, il giudice Don Nicolò (=a volte compariva come Nicola), suo 1° figlio, sposato con Donna Vittoria Novia, aveva servito l’esercito di sua maestà il Re ed era conosciuto per essere stato “tenente di cavalleria dei legionari”, partecipando alla guerra contro gli Austriaci nella città di Galluccio. Don Nicolò combatté sotto lo stendardo degli Orsini in una delle più cruente battaglie che la storia ricorda perché  fu in quella battaglia che il diciottenne Carlo III, alla testa di un’armata spagnola muovendo da Parma, conquistò l’Italia meridionale e con l’entrata in Napoli diede inizio alla dinastia dei Borboni che durò fino all’Unità d’Italia. La prova definitiva l’ho trovato quando a casa Pelosi a Vallata, su un libro che parlava degli austriaci a sulla prima pagina c’era scritto questa intestazione: “ Nicolò Pelosi 1734, Galluccio”.
         Il testamento nuncupativo di Don Antonio del 4 Agosto 1755, dimostrò che era una persona equilibrata, un gran credente e tutti i suoi figli, negli atti rinvenuti, vennero indicati, come antichi e nobili locati della Regia Dogana di Foggia nella locazione di Vallecannella e quell’ indicazione, sperando che fossero tipi litigiosi, mi ha permesso di risalire a dei contenziosi che, unitamente a tanti altri documenti e ricordi personali, mi hanno consentito di ricostruire un quadro dell’epoca a Vallata. Oltre ai suoi 5 figli maschi legittimi, pensò anche al nipote Santo, figlio del defunto fratello Domenico, che trattò sempre come un figlio e che gli diede molte soddisfazioni. Poi c’era la sua figlia adorata Donna Isabella, che definì “luce dei suoi occhi”, ma non trascurò le altre due figlie naturali, Janta(=dim. Giacinta) e Fatima, e tutti furono sempre preceduti dagli appellativo Magnifico o dal Don, concordando con quanto scritto da Di Dato22 che rammentava che il Don iniziale esprimeva la condizione civile, mentre per le altre  figure si riportava il titolo, come il notaio, il farmacista, il contadino, il prete, il colono etc. ed anche se l’appellativo di don  significava signore o signora, a quell’epoca era comunque un modo per distinguerli dal volgo e considerarli ricchi.

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