Comunità di Vallata tra Chiesa Madre, Cappellanie e Regia Dogana - Sergio Pelosi — L’autore, il dott. Sergio Pelosi.

Capitolo VII
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7.8 L’autore, il dott. Sergio Pelosi.

        Credo di essere passato una volta, massimo due da Vallata nella mia vita, ma dal momento che ho deciso di scrivere qualcosa circa le persone ed i luoghi degli antenati, ho pregato mio padre Alberto, classe 1922, di accompagnarmi da qualcuno che abitasse sul posto e, con dispiacere, appresi che non c’era rimasto più nessuno se non Maria Infante, moglie del quondam Vincenzo ed il 22 Novembre 2006 sono entrato per la prima volta in una parte dell’ex Palazzo Pelosi per incontrarla assieme a Gaetano, suo figlio, per cercare non so precisamente cosa. Mi guardavo attorno alla ricerca di un riscontro di un passato di cui sapevo già qualcosa, ma ero distratto ma felice di aver fatto la loro conoscenza. Non ero mai entrato in quella casa, né oggi la conosco nella sua interezza, divisa in diverse parti tra gli eredi e snaturata nella sua originaria bellezza per via delle varie ricostruzioni post terremoto ma avvertivo chiaramente che era una casa che aveva visto aggirarsi al proprio interno molti personaggi di famiglia, ultimo tra i quali nonn’Andrea che, prima di essere spedito al Collegio di Badia di Cava, respirò l’aria di una casa dove si alternava la caccia all’amore per i cani, la dedizione allo studio alla passione per gli allevamenti zootecnici e per i cavalli trottatori, tanto che diventare medico veterinario, dopo aver frequentato come ufficiale la Scuola di Cavalleggeri di Pinerolo. Questi, dopo aver abitato e lavorato ad Ariano, i suoi interessi economici lo portarono a Flumeri, in Valle Ufita, lì dove suo padre, a partire dalla fine del 1800, riconvertì la sua quota ereditaria consistente nella vendita di terreni e case a Vallata, per investire in terreni situati ai “ Piani”  al “Campo” ed al “Pilone” che già appartennero al Barone Grella di Frigento ed alla famiglia de Juliis di Sturno. L’altra azienda agricola, quella più bella dove vissero i miei nonni nella “città del giglio” fu la masseria sita nella contrada chiamata “Oliveto Borrelli”, ex Convento Francescano passato ai discendenti Pelosi per via dei capitoli matrimoniali della moglie del mio bisnonno, Donna Vincenza Melchionna. Così, per molti anni, i germani Pelosi, Carmine, Francesco, Gaetano, Alberto e Maria, gestirono per molti anni una considerevole proprietà terriera, con affittuari e coloni che noi nipoti ricordiamo ancora con tanto piacere. Non solo in quella zona ma anche nei paesi  limitrofi è ancora  vivo il ricordo dello Stabilimento Industriale conosciuto come “Tabacchificio Pelosi s.r.l.”, sede operativa Flumeri, sede legale Napoli. Quello, assieme a diversi terreni posti sulle sponde del fiume Ufita, furono espropriati nel 1977 per motivi di pubblica utilità perché l’industria torinese per eccellenza e simbolo dell’Italia dei piemontesi costruì proprio lì lo stabilimento IVECO per i moderni pullman e circolari color arancio che riempiono le nostre città. I f.lli Pelosi tenevano molto a quel tabacchificio che prevedeva varie fasi di lavorazione e che coinvolgeva molte famiglie del luogo e dei paesi viciniori e, ciascun fratello, pur avendo ognuno la propria attività professionale, si incontravano sempre nella casa dei genitori, con puntualità britannica, per prendere decisioni circa la programmazione e la gestione ottimale di quell’attività, confidando principalmente su mio zio Gaetano che, senza una sua famiglia e dei figli, era l’unico che se ne occupava a tempo pieno. Quando verso la fine degli anni 70’ arrivò la FIAT, loro malgrado, dovettero accettare quell’esproprio e rinunciare ad un’attività perfettamente inserita nel contesto locale di Valle Ufita, dove il tabacco ha rappresentato da sempre una valida alternativa all’emigrazione ed al sottosviluppo. Intere famiglie provenienti dalla Provincia di Lecce specializzate sui semenzai, sui trapianti delle piantine e sulla raccolta delle foglie si stabilirono nel centro aziendale chiamato “I Piani”e , con il tempo, quell’arte fu appresa dagli agricoltori locali e fu facile trovare manodopera nei paesi della Baronia, ma il processo richiese tempo e non fu così semplice come lo sto raccontando. Fu così che mio zio Gaetano che si era fin lì sempre occupato dell’andamento del tabacchificio trovò un’altra occupazione e cambiò la qualifica da industriale a coltivatore diretto e, da quel momento in poi, si dedicò ad un’agricoltura più tradizionale e meno impegnativa. Ricordo che mio zio non stette mai così bene come allora e la sua attività si basò essenzialmente sull’allevamento delle pecore di razza “Laticauda” , tipica razza delle province di Avellino e Benevento, trascorrendo i suoi ultimi giorni in modo felice e realizzato, colpito da un male incurabile, non sapeva che quella felicità dell’animo gli derivava dall’aver intrapreso un’attività che a casa Pelosi, in modo ancestrale, faceva parte di un DNA da varie generazioni di origine vallatese. Quando avvenne l’esproprio del tabacchificio in Valle Ufita, essendomi appena diplomato al Liceo Classico di Foggia ed iscritto alla Facoltà di Scienze Agrarie per dedicarmi a quell’attività, rimasi, sulle prime, un po’ interdetto, poi, sempre lui, zio Gaetano, mio secondo padre, mi convinse che avrei potuto dedicarmi allo studio delle produzioni animali e così avvenne. Con il ricavato dell’esproprio e della divisione tra fratelli, mio padre Alberto, secondo uno schema già collaudato dai suoi avi, reinvestì in agricoltura, comperando un’azienda agricola in prossimità di Foggia, città nella quale sono nato ma, posta rigorosamente sulla strada che conduceva velocemente in Irpinia e questo è stato il mio imprinting per tutta la vita. Responsabilizzato sin dall’inizio sulle attività legate all’agricoltura, seguii una strada che già conoscevo che era già stata di mio padre e di mio nonno, divenendo così un dottore in zootecnia. A differenza di altre professioni nelle quali si seguono le orme degli avi per mero interesse economico, posso dire che quello che mi spinse in quella direzione proveniva  solo dal profondo del mio cuore, sapendo pure che il lavoro che avrei avuto modo di svolgere in campo sarebbe stato quello più duro ma, era quello che più mi interessava, ad iniziare dal rapporto con i contadini, fattore essenziale dello sviluppo di un qualsiasi territorio. Non sapevo, come del resto mio zio Gaetano che mi precedette, che ero come lui, incredibilmente in linea con il passato che mi ha preceduto. Ritornando alla storia più recente, dopo aver incontrato quei cari parenti a Vallata pensai subito al da farsi. Il cugino di mio padre, Gaetano, fu così premuroso che mi regalò il libro dell’arciprete di Vallata e, nonostante fosse del 1996, era nuovissimo e ben conservato e mi sembrò subito chiaro che sarebbe rimasto per il resto degli anni lì, nel mezzo di tanti altri, se no fossi arrivato io a leggerlo. Ma, a casa sua, ne trovai di molto interessanti e che per me furono la prova di ciò che non avrei mai avuto la speranza di incontrare, si trovavano negli scaffali di una libreria un po’ inumiditi perché la casa è poco abitata, ma li trovai pieni di indizi e di storia familiare a me sconosciuta. Tornando a Foggia, come prima cosa telefonai all’Arciprete Don Gerardo De Paola e presentandomi, fissai un appuntamento; il Sabato successivo, cioè il 2 Dicembre ritornai a Vallata per fare la sua conoscenza. Persona splendida, di grande cultura e sensibilità, definito e giustamente “il sempre disponibile”, mi disse subito che a fare certe azioni non siamo noi, ma lo Spirito Santo, cosa di cui peraltro non ho mai dubitato. Don Gerardo, nonostante l’età e problemi deambulatori, mi ha generosamente portato al Cimitero dove abbiamo pregato per l’anima di tutti i defunti. Credo, anzi, sono certo che ad alta voce ed in compagnia, non l’avevo mai fatto prima. Ancora non stanco e nonostante l’ora di pranzo fosse inesorabilmente passata, mi ha fatto visitare sia pur di passaggio i monumenti e le case più antiche del paese ed infine mi ha meravigliosamente intrattenuto nella visita alla Chiesa Matrice di San Bartolomeo. Emozionante per chi come me ne aveva sempre sentito parlare ed immaginarsi che c’erano passati ben tre sacerdoti di famiglia, Don Pasquale, Don Giuseppe e Don Carmelo. Non sapevo tanti dettagli sulla Chiesa, né che San Bartolomeo fosse considerato un gran Taumaturgo, al pari di quello greco per eccellenza che era Esculapio, né che lo si invocava per favorire le guarigioni dalle convulsioni, dalle possessioni demoniache e dai disturbi del comportamento della personalità. Don Gerardo si attardò nel farmi notare tutta l’atrocità del carnefice di San Bartolomeo che fu scorticato vivo, ed in particolare l’atto della gamba del carnefice che faceva resistenza contro il corpo del nostro amatissimo santo. Si narra che prima del suo martirio, San Bartolomeo abbia guarito una principessa armena che soffriva di turbe psichiche ed epilessia, mentre l’imperatore Ottone III dopo l’anno mille, fece costruire una Chiesa in onore di San Bartolomeo ad Isola Tiberina sulle rovine di un tempio di Esculapio, lì dove oggi sorge l’Ospedale Fatebenefratelli. Ma, al fine di agevolare un successivo discendente che voglia imbattersi in notizie non tanto frammentarie, e per agevolargli il lavoro di ampliamento delle ricerche e non rendergli improbo il lavoro, desidero informarlo che, biograficamente il Dott. Sergio Pelosi è nato a Foggia il 12/11/1958, ma si è sempre sentito irpino, figlio del Dott. Prof. Alberto Pelosi e della farmacista Dott.ssa Maria, la cui famiglia d’origine i Trombetti era di Monteleone di Puglia. Laureato all’Università di Bari ha discusso una tesi sperimentale in zootecnia speciale con il Prof. Orlando Montemurro, all’epoca decano e preside della stessa Facoltà, incentrata “sulle capacità produttive delle capre ioniche”, controllandone la loro intera lattazione presso l’Azienda del Marchese Lello Sbano e della sua Signora Agnese a Lizzano (TA). Sin dal 1° Gennaio 1984 è ricercatore di ruolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche ma, al di là di quello che può essere un più o meno interessante curriculum vita et studiorum, quello che più mi preme sottolineare è che nella vita di un figlio d’arte, quale io sono, spesso si presentano situazioni già vissute dal proprio genitore, forse perché si ripropongono storie assai simili o perché sia pur inconsapevolmente si adottano gli stessi comportamenti; è sorprendente poi, anzi direi sbalorditivo, quando si viene a sapere che certe situazioni e comportamenti sono appartenuti anche ai parenti, agli zii, ai nonni, ai bisavoli, ai trisavoli o chissà quale altro ascendente prima di noi. E’ come dire che ci possiamo anche dare delle plausibili spiegazioni di quello che siamo e magari perché lo abbiamo fatto, ma una cosa è certamente sicura: non ci inventiamo niente e niente succede a caso. Quindi, ritornando in argomento, il sottoscritto, deformato sia pur involontariamente alle ragioni della Ricerca Scientifica sin dalla sua nascita essendo nato e vissuto presso l’ex Ovile Nazionale di Segezia (FG), divenuto poi Sezione dell’Istituto Sperimentale per la Zootecnia del Ministero Agricoltura e Foreste di Roma, ha vissuto sempre a contatto con il mondo pastorale ed ha subito gradito la schiettezza dei comportamenti e la genuinità dei ragionamenti di quelle persone che ivi conducevano la loro vita quando non andavano in montagna in Abruzzo per l’annuale transumanza ormai divenuta col tempo motorizzata. Alternando giornate fanciullesche in laboratorio tra un sistema estrattivo ed un’analisi Gerber per la ricerca del tenore in grasso del latte di pecora, non mi rendevo conto che imparavo cose che poi avrei dovuto affrontare negli anni successivi. Era un gran divertimento per me quando, in quella sede operativa del Ministero dell’Agricoltura a Foggia specializzata in ovinicoltura, ma dove si allevavano cavalli e dove c’era una stalla moderna di vacche olandesi, oltre ad un interessantissimo centro di selezione avicolo per le razze miglioratrici di polli, arrivavano le comitive di Americani o Tedeschi mandati dalle loro Associazioni Agricole o dai diversi enti omologhi del loro Paese; io sapevo solo che il Direttore, mio padre, mi avrebbe mandato a chiamare per parlare in Inglese con loro perché lui sapeva solo il Francese, ed io ero contentissimo di farlo per dimostrargli che i viaggi studi fatti a Londra erano valsi la pena e …magari si potevano anche ripetere!!!
        Poi, c’erano i giorni in cui mio padre andava a Bari alla Facoltà di Veterinaria per insegnare “Avicoltura”, spesso l’accompagnavo, e ricordo ancora che il giorno degli esami quando percepiva che qualche ragazzo era troppo emozionato, faceva di tutto per metterla a suo agio, era sempre buono, anzi buonissimo con tutti.
        Arrivò poi il momento che mio padre fu nominato professore Associato di Avicoltura all’Università di Bari, ma pur potendo rimanere nei ranghi dell’Università ha sempre preferito la “libertà dei campi” presso l’ex Ovile Nazionale di Segezia (FG) anche e soprattutto per la vicinanza a casa sua ed ai suoi irrinunciabili monti della verdeggiante Irpinia, totalmente contrapposti alla brulla ed arida pianura dove era costretto a vivere.  Mi ha sempre raccontato che, quando arrivava il fine settimana, giovane sposo, con mia madre, preferiva tornare ad Ariano Irpino prima ed a Flumeri dopo, anziché  rimanere a Foggia. Il sottoscritto, avendo partecipato al Concorso Pubblico per Ricercatore del CNR presso l’Istituto per i Ruminanti Minori  di Andria (BA), prese servizio il 1° Gennaio 1984. Ricordo che sia nella prova scritta che in quella orale, misi a frutto i buoni insegnamenti ricevuti per tanti anni dai pastori che hanno sempre vissuto all’Ovile Nazionale dove l’autore è nato e vissuto fino all’età di ventinove anni. Infatti, questi ha sempre avuto il piacere di intrattenersi in dialoghi di carattere zootecnico con i vari pastori abruzzesi o garganici presenti con le loro famiglie presso il centro aziendale, ad esclusione del periodo estivo della transumanza, durante il quale si trasferivano in Abruzzo, sulle montagne di Polverino e della Aremogna,  a ridosso del Piano delle Cinquemiglia. I vari pastori, tanto diversi tra loro, in realtà portavano dentro di loro una cultura millenaria che io avvertivo, e poi, li vedevo tutti come uomini veri, duri, ma dalla grande, grandissima umanità: indimenticabili sono stati per me  Attanasio che conciava il formaggio, Pasqualone che sapeva ben quagliare il latte Eustachio Quaglione specialista sulle monte degli arieti, Zi Mario che conosceva le esigenze e preferenze alimentari delle pecore, Alfonso Mucciante che preparava e migliorava i prati-pascoli anche in montagna, Giuann lu Cicat che svezzava gli agnelli bigemini e trigemini con l’allattatrice artificiale, Barozzino che sapeva cucinare il famoso cutturiello e fra i tanti altri l’indimenticabile Gaetano Ricciardi, il guardiano dell’Ovile Nazionale che mi portava a scuola a Segezia insieme a mia madre che aveva la Farmacia, con lo “sciaraball”, calesse molto bello che mi faceva guidare, specialmente quando c’era Stella, una giumenta saura molto docile che prendeva il nome dalla macchia bianca sulla fronte. Ancora oggi, conservo gelosamente una poesia che Gaetano compose per me, l’unica che qualcuno mi abbia dedicato. Sempre, con tutti questi personaggi, si parlava solo di animali, di pecore, di cani, di cavalli o tutt’al più di latte, sembrava avessero una cultura a senso unico, poi si andava a far visite al casolare dove si facevano i formaggi e si discuteva sui vari tipi di caglio da utilizzare e come era avvenuta l’ultima caseificazione, e…poi si andava a vedere “ i cocchiarul ” cioè gli animali gemelli e relativo svezzamento con macchinetta allattatrice costruita da papà Alberto oppure di problematiche legate all’importazione di animali stranieri con ripercussioni sull’intera sfera genitale  sia maschile che femminile e così via…, senza parlare poi di quelle belle pecore da vedere che erano le finniche, ma che davano tanti problemi sanitari e di riproduzione. Ricordo di aver passato intere giornate su tali argomenti, e quando fui chiamato per sostenere gli Esami Orali del concorso che si tenne a Roma, dovetti solo tradurre in lingua italiana ciò che mi avevano insegnato tutti quei personaggi che ricordo come carissime persone di famiglia, forse gli ultimi di un mondo destinato purtroppo a trasformarsi assai velocemente e male verso modelli e stili di vita abbastanza discutibili. Si, è vero, oggi, a distanza di tanti anni ne ho una gran nostalgia e ringrazio il Buon Dio di avermi fatto godere l’ultimo spezzone di un film irripetibile, vivendolo da vero privilegiato. I componenti la Commissione, quasi tutti professori del Nord, pensarono di non fare le solite domande da esami universitari, e consultandosi tra loro decisero di alzare la posta in gioco, portando noi esaminandi su un “campo minato”, quello della pratica applicativa. Fu solo allora che ebbi chiarissima l’idea che avrei vinto io senza dubbio alcuno quel concorso, perché di pratica ne avevo fatta fin troppo; e, quando mi fu chiesto di trovare delle soluzioni  possibili per far produrre più latte a delle pecore autoctone che io decisi dovessero essere le Gentili di Puglia che notoriamente ne facevano assai poco, feci una dissertazione frutto di anni di meditazione e studio a quel proposito. Il risultato dell’esame orale fu 10 su dieci,  tutto così normale da sembrarmi tutto così anormale. Durante la mia vita professionale, mi sono occupato di specie selvatiche come caprioli e cervi presso l’Azienda Forestale del Demanio dell’Aquila, e solo a fine 1986 mi trasferii al C.N.R di Lesina per stare anch’io più vicino a casa, e lì  dovetti occuparmi di problemi di acquicoltura e monitoraggio biologico-ambientale. Ma, stando a Lesina e dovendomi riconvertire all’acquicoltura, pensai che il miglior sistema per farlo era quello di passare attraverso lo studio di organismi anfibi, così avrei senz’altro capito di più. Fu allora che, sfruttando un avviso di concorso del DGXII, Dipartimento dell’Ambiente di Bruxelles, fu comandato di anno in anno nel Mato Grosso del Sud (Brasile), presso l’Università Federale di Campo Grande alla Facoltà di Biologia, per occuparsi di preservazione e riproduzione del “Caiman crocodilus Yacare”, l’autore  assommò un periodo sette anni di esperienza professionale impagabile in Brasile.
        Li, assieme ad Antonio, mio secondo padre, impiantai privatamente una L.T.D.A. (=società a responsabilità limitata) per allevare 3mila caimani l’anno. Antonio era il Conte Antonio Filangieri di Candida Gonzaga, assieme al quale ho fatto esperienze di lavoro assai significative per la mia professionalità ed umanità.
        Il nostro progetto fatto a Porto Alegre(Rio Grande do Sul) dal Prof. Francisco Luiz Wildhozer è stato tra i primi 5 progetti ad avere il benestare da parte del SEMA(=Ministero dell’Ambiente) e dell’IBAMA(=Ministero Agricoltura e Foreste) del Brasile, e con il controllo del CITES(=organismo che presiede l’esportazione ed il traffico di animali silvestri) e del W.W.F.(=organismo per la difesa degli ecosistemi di interesse internazionale),  potemmo allevare e riprodurre in modo confinato questo tipo di coccodrilliano nella nostra società. La mia esperienza in Brasile non si sarebbe conclusa con l’irreparabile e prematura dipartita dell’unico vero grande maestro anche di vita che ho avuto l’onore di conoscere e trattare per alcuni anni (Foto 68); sapevo, infatti, che quell’esperienza non era fine a se stessa, e sentivo dentro di me che avrei dovuto  prima o poi occuparmi anche di poveri.  Quella sensazione non tardò a divenire realtà quando, trascorrendo un periodo di ferie estive con moglie e 2 figli nella verdeggiante Irpinia, fui invitato e con una certa urgenza a recarmi dal Vescovo della Diocesi Lucera-Troia, Monsignor Francesco Zerrillo che, avendo saputo da amici medici che il sottoscritto era un tecnico-tropicalista che parlava e scriveva correntemente in portoghese, volle che mi recassi per un delicato compito nuovamente in Brasile, nella Regione del Maranhaõ, che fa parte del Bacino Amazzonico. In breve, andai dall’altra parte del mondo per essere ricevuto dalle Suore Oblate del Sacro Cuore di Gesù, per spostarmi poi in una zona ancora più interna che descrivere per l’esplosione e la bellezza dei colori e per la vegetazione così lussureggiante, mi risulta ancora oggi assai difficile.
        Lì sul posto mi attese un sacerdote di Orsara di Puglia, parroco della Chiesa di “Santa Luzia” di una cittadina chiamata prima Pilaõ (= Pilone) perché c’era acqua affiorante dappertutto e, quel sacerdote fu per me una sorpresa incredibile, aveva una volontà ferrea di realizzare le cose, una classica testa dura dell’Appennino Dauno-Irpino che accoppiato ad un carattere assai popolare, era l’ispiratore ed il riferimento N° 1 del P.T (=partito dos trabalhadores), espresso con la falce ed il martello, la cui vetrofania era ben in evidenza sulla sua macchina personale. Un giorno gli chiesi : “Padre Antonio perché sei comunista? Concilia questo con il tuo Vicariato?” .
        Mi rispose con calma quasi serafica: “Se non lo sei, qui nel Maranhaõ, lo diventi sicuro perché non puoi stare con i pochi ricchi, politici e tutti corrotti uomini d’affari e mettere da parte le ragioni di un popolo che al 99% viene schiacciato ed ha problemi di sussistenza !! “ . Padre Antonio Di Foggia, viveva da più di 35 anni in quella parrocchia e la sua missione, era stata sempre quella di proteggere i poveri ed i diseredati dai soprusi dei ricchi “fazendeiros”.  Mi fece visitare queste terre sconfinate che lui era riuscito, tramite una riforma agraria avvenuta in anni precedenti, a far assegnare ad una cooperativa formata da “Pequenos productores rurais” e sottratti, come lui affermava, per volere di Dio, ad un tal Marcellino, amico del Governatore e che gestiva una Concessionaria Ford nella Capitale Saõ Luiz. Si trattava di fare un progetto di qualcosa di produttivo per quei poveri diseredati che vivevano nelle foresta come degli animali selvatici; ricordo ancora un certo Basilio, malridotto e stanco, ma rimasi colpitissimo quando mi disse che aveva solo 35 anni. Il sacerdote, mi confessò che anche in Italia nella Parrocchia di Giardinetto (Orsara di Puglia) negli anni 60’ aveva aiutato i contadini nell’assegnazione delle terre dell’Ente Riforma durante la Riforma Fanfani, ed adesso voleva farlo in Brasile, terra che aveva già visto il ricongiungimento a Dio di sua sorella suora ed accanto a lei nel “Jardim da Paz” avrebbe un giorno desiderato essere sepolto. Decisi che non potevo sottrarmi a quel disegno venuto dall’alto e me ne resi ancor più conto quando Don Antonio aggiunse come una ciliegina sulla torta : “tutto questo lo faccio nel nome del vescovo che mi ordinò sacerdote 50 anni fa, Don Guido Casullo, che adesso è molto vecchio ed è in una casa di riposo vicino al mare a Fortaleza nel Cearà, ed adesso ti faccio parlare al telefono con lui” . Ebbene, Don Guido Casullo, nato a Monteleone di Puglia, aveva vissuto sempre ad Ariano Irpino ed era un ottimo conoscitore della Famiglia Pelosi, in particolare suo fratello Olindo era stato compagno di scuola di mio padre al Liceo Classico Parzanese di quella città. Morale della storia, fu proprio Don Guido Casullo, prima di andare in Brasile a promuovere l’incontro, rivelatosi legame duraturo e benedetto, tra mio padre e mia madre. Ma come era possibile che tutto ritornava così sorprendentemente? Me lo sono chiesto tante volte, il puro caso, mi sembrava troppo poco e poco convincente, ci vedevo quasi un disegno o se volete un momento di catarsi familiare, avendo poi appreso che sempre i Pelosi si sono occupati di Congreghe di Carità. Ho dovuto inventarmi il progetto di sana pianta, facendo delle riunioni con quelli che facevano parte della cooperativa, seduti tutti a terra sotto grandi alberi di Mangasdove, come prima cosa prevedevo la costruzione di una Chiesa al centro di un villaggio da costruire come delle villette a schiera (=ma assolutamente non volevano i bagni che ritenevano inutili e degradanti) e poi occorreva costruire una stalla aperta su tre lati ( come avevo appreso nell’esame di topografia e costruzioni rurali molti anni prima all’Università di Bari) dando poi preferenza a coltivazioni di banane ed azzeruoli e papaie locali e pertanto sostenibili con quel tipo d’ambiente tropicale. Né posso dimenticare “ o pequeno leite de vaca com bezeirro do mato”, cioè un latte grassissimo ed indigeribile preso da una vacca che aveva un vitello e catturata nel bosco che mi fu offerto quel giorno in mio onore. Ho preso e scritto appunti per 2 intere settimane, ho poi messo per iscritto al mio ritorno in Italia il progetto concordandolo con il Vescovo di Lucera, l’ho presentato al M.A.E di Roma(= Ministero Affari Esteri) tramite l’unica ONG (organizzazione non governativa) della Regione Puglia “Progetto Mondialità “ di Bari; fu approvato e finanziato per un miliardo e mezzo delle vecchie lire; oggi nel Maranhaõ quello è un “Centro Sperimentale di Agricoltura e Zootecnia per ragazzi poveri”, dove questi vanno a scuola per diventare degli Agrotecnici.  Per la cronaca, quel complesso esiste ed è visitabile a Guajarà, in un territorio di Turilandia, ma non è stato così semplice, perché fui avvicinato da qualcuno che faceva parte di quel ristretto numero di politici corrotti di cui mi parlò Padre Antonio e purché io abbandonassi quell’impresa con i sacerdoti, erano disposti a comperarmi una fazenda vicino alla loro. E’ vero che la fazenda non ce l’ho, ma mi rimane un senso di soddisfazione che è qualcosa di molto più grande che riempie il mio orgoglio.  Ma, al mio rientro a Lesina, tutto fu diverso, come diversa era la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche da quella di  Bari. Qui si viveva più tranquillamente rispetto alla frenetica Bari, trovai questo eccellente, eravamo in pieno Parco Nazionale del Gargano e, con i miei colleghi, con i borsisti, i tirocinanti ed i dottorandi abbiamo condotto una serie di lavori scientifici che ci hanno portato a conoscere sempre più il territorio di Capitanata. Dopo essere rientrato dal Brasile, sono stato chiamato dall’Università di Pisa per insegnare nel 1992 Acquicoltura alla Facoltà di Agraria ed è stato li che ho avuto modo di conoscere un carissimo parente, il Prof. Paolo Pelosi, docente di Chimica, figlio di Rosario, anche lui di Vallata. Molti anni dopo, anche la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Foggia mi affidò un insegnamento “Gestione zootecnica delle Risorse Faunistiche-Venatorie ed Ittiche” che ho svolto con gran piacere. Come fare a non ricordarsi dell’insegnamento che tanti anni addietro aveva avuto mio padre Alberto che faceva Avicoltura a Bari ? Erano materie assai simile e da subito capii che se ti spendi per i ragazzi, più che dare tu qualcosa a loro, avviene esattamente il contrario. Ed è cominciato proprio in questo modo l’idea di scrivere qualcosa, cioè quando dovendo seguire una Tesi di laurea di un ragazzo, s’imbatté in una ricerca bibliografica per approfondire l’argomento sui Regi Tratturi, e mi disse “Ho trovato dei riferimenti bibliografici importanti per la tesi ma, che coincidenza, quello che faceva le richiesta dall’Irpinia per l’aggiornamento dei canoni, si chiamava come voi, ma lui non era di Foggia, ma di Vallata”.  Non dissi nulla, ma mi venne subito in mente quanto avevo letto tempo prima su di un articolo del Prof. Barra di Salerno circa la “Vallata Aragonese” che riferendo dell’assalto e  del saccheggio fatto con la forza ad opera di Marcovaldo di Anweiler nel 1199 riportò che Vallata era un casale Apuliae, o forse una fortificazione(= castrum),  ma sempre considerata appartenente alla Puglia. All’alunno tanto diligente risposi ”Lo sai che l’Irpinia e la Capitanata erano collegate da regi tratturi, il Pescasseroli - Candela, non ti dice nulla ? ”. Il  Regio Tratturo n.17, attraversava l’Abruzzo, il Molise, la Campania e la Puglia e terminava il suo percorso al Pozzo di San Mercurio a Candela, affianco alla Posta di Monterocilio. Poi gli dissi : “ Lasciami il materiale bibliografico che hai trovato perché voglio guardare meglio ciò che hai trovato, te lo rendo nei prossimi giorni . L’emozione fu grande quando vidi come riferimento bibliografico il mio ascendente, Don Bartolomeo Pelosi e ricordo di essere andato con immediatezza da mio padre per comunicargli che era ora che io scrivessi qualcosa magari con il suo aiuto. Ho pensato che lui, in forza della sua notevole età, doveva sicuramente sapere molte più cose di me!!!; e, poi, avrei fatto ricorso a mia zia, sua sorella Maria Pelosi di Flumeri, colei che essendo vissuta in casa con i genitori, mi avrebbe potuto illuminare più di chiunque altro. Incontratala in un’altra occasione, assieme a mio padre, mi dissero la stessa cosa: “Uagliò, tu tien proprio la capa fresca” ed entrambi mi consigliarono di lasciar perdere, “perché ciò che è stato è stato e non ritorna più, né vale la pena rivangare nel passato”. Questa era la frase tipicamente in linea con l’atteggiamento dei Pelosi dei tempi moderni e lui e mia zia, come tutti i discendenti e loro coetanei nonché figli e nipoti, sono stati sempre molto “modernisti e qualunquisti”. Non mi sono fatto influenzare nemmeno un po’ ed in tale occasione ho abbandonato quel tipico atteggiamento della famiglia d’origine e, pur rendendomi conto delle difficoltà che avrei incontrato, sono andato avanti nel lavoro che mi ero proposto con atteggiamento di sfida essenzialmente verso me stesso, conscio che il vero limite a questa storia poteva essere solo l’esiguità delle fonti che avrei desiderato più corpose.

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