Emilio Paglia - LAMPAMI E TRE - ‘‘Era frac’ta’’ (era fradicia)

“Era frac’ta”
(era fradicia)
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        Durante l'ultimo periodo bellico e immediatamente dopo, Trevico ebbe con Vallata un proficuo rapporto economico, per il grande mercato del giovedì, nonché sociale e culturale.
        Funzionava una scuola media autorizzata dal Provveditore agli studi, in tempi difficilissimi e per le comunicazioni e per gli approvvigionamenti con l'allora vigente tessera annonaria.
        L'imprenditoria vallatese venne incontro ai bisogni di vita pratica anche per Trevico. Si ebbe un ritorno alle arti e mestieri: vennero rimessi in uso i telai di vecchia memoria, si aprirono botteghe con un artigianato che si rivelò fiorente.
        In tempi in cui le comunicazioni per trasporto merci avvenivano col traino, i Bove di Vallata, in testa Pietro, seppero gestire un commercio fra i mercati di Mercogliano, Benevento e Napoli; seguirono poi, i mezzi meccanici, unici apparsi nella Baronia e l'esempio si estese ai Bardaro di Castelbaronia e Iannella di S. Sossio.
        Si riaprirono le botteghe degli Stridacchio per noleggio, vendita e riparazione di biciclette, quelle dei fratelli Bonomi per la lavorazione del rame, degli Infante per manufatti in ferro battuto, dei Capriglione per il commercio di materiale da costruzione, di "Tenente" con l'unica officina meccanica della Baronia.
        Bravi autisti vallatesi come Federico, Nunzio, Vitorocco, si adoperarono per condurre le corriere – pustal' – per passeggeri e servizio postale della Baronia per Benevento e la stazione ferroviaria di Conza-Andretta, con capolinea Trevico.
        Si ebbero scambi politici e professionali: il notaio Vittorio Montieri, coadiuvato dal segretario comunale Giuseppe Sigillò, fu podestà in Vallata; bravi medici vallatesi si alternarono alla condotta nel comune di Trevico, fra cui il compianto dottor Salvatore Tarchini.
        Il dottor Pasquale Tanga lo aveva preceduto portando nell'ambiente trevicano il più schietto umorismo vallatese. Questi infatti per spostarsi giornalmente fra i due paesi, inizialmente si serviva della lambretta, poi passò alla "cinquecento", ma, da inesperto autista, alla partenza innestava la prima marcia e con quella se la cavava anche in discesa. Senza averne bisogno, lo accompagnava un consistente, inseparabile bastone e, con questo, giocava brutti scherzi agli amici, dirigendolo fra la parte alta delle cosce.
        Quando la cosa capitò anche a me, avevo le mani nelle tasche dei pantaloni per difendermi dalla temperatura fredda del momento. All'inaspettato e maldestro scherzo, posi fulmineo riparo strappando le cuciture dei pantaloni, poi:
        "Mo' m' lu pae dottò lu calzon’”
        (Adesso me lo paghi, dottore, il pantalone)
        e per risposta:
        "Camen', la stoff'era frac'ta"
        (Ma va là, la stoffa era fradicia)

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