Emilio Paglia - LAMPAMI E TRE - Giochi

Giochi
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        Tanti i nostri giochi da ragazzi negli anni trenta. In un paesino come Trevico, tagliato fuori dalla strada nazionale, palestra erano tutte le strade e gli spiazzi riparati principalmente dal vento che per tanta parte dell'anno la fa da padrone.
        Lu garag' era l'appuntamento dei ragazzi in attesa r' lu pustal, veicolo giornaliero guidato dal vallatese Federico soprannominato lu scascion', che giungeva a varia ora della prima sera, per la gara di proiettare le ombre cinesi sul muro di casa Picari illuminata dai fari.
        Per tutto il pomeriggio, secondo le stagioni, si stabilivano i ricorrenti giochi: vicino Pasqua lu tuot' che s'andava a comperare a Vallata in occasione del giovedì di mercato, da un falegname abile tornitore per produrre buoni esemplari di trottole con lo spuntone d'acciaio che sul palmo della mano roteava come una piuma, ma sul primo lancio con la zagaglia mirava a spaccare lu tuot' avversario.
        Fra l'estate e l'autunno si giocava a lu chirch': un cerchio di ferro di caldaie di rame in disuso che si faceva roteare grazie ad una bacchetta di ferro terminante ad "U".
        Altro gioco, la ciaccia: si individuava il berretto, meglio se nuovo, in testa ad un ragazzino che ne veniva depredato, per fare dei passaggi coi piedi fino a ridurlo uno straccio, specie se finiva su un terreno fangoso.
        Più simpatico Fra' Gilorm': un primo ragazzino partiva dalla tana e, saltellando su di un piede, doveva riuscire a procurarsi il primo figlio toccandolo. Se appoggiava a terra l'altro piede veniva accompagnato alla tana con botte da orbi.
        Interessante il gioco r' lu mazzapiv'z: una gara di abilità a scommessa di pagare la zodra che toccava al perdente costretto a reggere, a tempo, il fardello del compagno sul dorso.
        Un gioco più raccapricciante, sal' e pep': dopo confabulamenti nel gruppo si designava la vittima e, ad un segnale convenuto, tutti addosso al malcapitato, lo si buttava a terra di schiena, lo si immobilizzava con le gambe divaricate e braccia distese, infine gli si sbottonavano i pantaloni e, a cielo aperto giù lancio di terra e sputi se non c'era fanghiglia a portata di mano. Ad opera compiuta, si liberava la vittima che, urlando parolacce, cercava di guadagnare casa. E... quando patii la mia volta, con le mani fra le brache, imprecando "Muort' e stramuort'!" corsi a casa per soccorso e in lacrime.
        Mia madre, con volto crucciato, guardò il tutto, poi, con malcelato divertimento:
        "Bene! C' manca sul' 'na cucchiarata r' uogl' e acit' e l'anzalata cu lu p's'llin' è pronta!"
        ("Bene! Ci manca solo una cucchiaiata d'olio e aceto e l'insalata col pisellino è pronta!")

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