Emilio Paglia - LAMPAMI E TRE - Lezione di galateo

Lezione di galateo.
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        Il terremoto del 1930 procurò gravi lutti e distruzioni in Irpinia, specialmente nella zona con epicentro del sisma nel vulcano spento Vulture, con larghi anelli nella zona di Melfi, Lacedonia, Bisaccia, Calagio, Vallesaccarda, allora frazione di Trevico.
        Quando giunsero gli aiuti alle popolazioni disastrate visitate dall'allora re Vittorio Emanuele III, non si poté fare altro che porre mano alla ricostruzione, a cominciare dagli edifici di interesse pubblico, dalle chiese e dalle casette asismiche ove trovarono asilo i senza tetto.
        Neppure il parroco di Vallesaccarda, don Vito Pagliarulo, fu risparmiato dal sisma, e quando fu finalmente ricostruita la chiesa, il vescovo di Lacedonia inviò, come nuovo parroco, un giovane sacerdote di Andretta, don Giovanni, che prese alloggio nella canonica in compagnia della sorella che l'aiutava in parrocchia.
        Giunse pure a Trevico notizia che il sacerdote era persona colta e disponibile ad impartire lezioni private per cui mio padre prese accordi per le mie ripetizioni.
        Così, libri sotto il braccio, via, a piedi, per tre pomeriggi infrasettimanali, alla volta della canonica di Vallesaccarda. Per mancanza di strada rotabile, bisognava servirsi di mulattiere e scorciatoie per coprire una notevole distanza che si percorreva allegramente dai 1094 metri di Trevico fino a valle, ma il ritorno era molto faticoso.
        Fortunatamente si aggiunse a me un compaesano, Raffaele Vigorita, pure lui bisognoso di ripetizioni di latino e così, in compagnia, il cammino si affrontava più volentieri.
        Per motivi pratici percorrevamo tutti i sentieri anche attraverso campi il più delle volte vigilati dai proprietari.
        E avvenne che, mentre eravamo in conversazione e un po' distratti, Francisch' Giacchin', proprietario del terreno che stavamo percorrendo, ci fece un solenne rimprovero di cui traduco il senso dal dialetto: "E meno male che andate pure a scuola! Non sapete che si saluta la gente specialmente se passate nella sua proprietà? La seconda volta che succederà vi rimanderò indietro, capito?"
        Non aggiungemmo sillaba ma, da quel giorno e prima d'imboccare il sentiero obbligato, guardavamo circospetti per ossequiare il proprietario del terreno e, appena a vista io gridavo "Francì salut'" e, puntualmente, il mio amico sottovoce: "A lu cazz"'.

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