Vallata - brevi cenni storici -

Cap. II
Prime Pietre Miliari

... nel cammino storico di Vallata.


     Tutti gli storici che hanno espletato indagini sull'origine storica di Vallata, da Di Meo a Iannacchini, da Pavese a Saponara, hanno fatto riferimento ad un istrumento del 1096, sottoscritto da un "Pandolfo da Vallata".

     Per uscire dal vago, e basarci su documenti storici sicuri, dalle nostre ricerche risulta che tale Pandolfo da Vallata avrebbe sottoscritto il documento in questione nel 1020, in quanto l'Ughelli riporta in "Italia Sacra" copia del testo originale, che si trovava ai suoi tempi nell'Archivio Parrocchiale di Collelongo (L'Aquila).

     Avendo richiesto al Parroco di Collelongo una copia fotostatica dell'originale, mi è stato comunicato che, purtroppo, "... in archivio non si conservano più tali documenti, andati a finire presso famiglie private, o scomparsi per le vicissitudini storiche, a causa della trascuratezza degli uomini...".

     Dobbiamo quindi, contentarci della copia riportata dall'Ughelli, precisando però che in tale copia c'è stato un evidente errore di trascrizione, evidenziato successivamente anche dal Corsignano, il quale, tenendo presente che Berardo (dichiarato poi santo, per la sua vasta opera pastorale, sociale e caritativa) fu vescovo dal 1109 al 1130, aveva pensato all'esistenza di un altro vescovo, che si chiamasse ugualmente Berardo, nel secolo precedente. Ma anche questa ipotesi è da scartare, come possiamo dedurre dal testo dell'Ughelli, che riportiamo.

     Da "Italia Sacra" coll. 901-902:

      "... In gratiam eiusdem Berardi, Comes Crescentius Ecclesiae SS. Martyrum Caesidii et Rufini in Comitatu Transaquano (= nella Contea di Trasacco, pr. L'Aquila) nonnulla bona donavit, cui donationi subscripsit idem Berardus Episcopus anno undecimo sui Praesulatus. Tenor eiusdem talis est, ex originali in archivio Collis Longi desumptae:
     In nomine Dei Summi et aeterni anno Dom. Incarn. (= Dominicae Incarnationis) 1020. ind. XIII anno I D. Papae Callixti, undecimoque D. Berardi Marsicani Episcopi. Ego Crescentius Marsicanorum Comes, filius bo.me. Berardi Comitis Marsicanorum rogatus a Lanulpho filio Egerii... Ego Crescentius... praesente D. Berardo Episcopo Marsicano, et Vergone Aprutii Apostolico Legato, D. Joanne Abbate praefatae Ecclesiae, et Canonicis singulis tune residentibus in dieta Ecclesia, ac nostris militibus, videlicet D. PANDULFO DE VALLATA, D. Joanne de Fons, D. Landulfo Saraceno de Transaquis... et hoc actum scriptum est in Transaquis a me Roberto de Celano notario

     Signum + Roberti                   

      Signum = manu praedicti Domini Comitis Crescentiii.
          "      =    "     D. Berardi Marsicanorum Episcopi,
          "      =    "     qui donationem et excommunicationem sacravit
          "      =    "     D. PANDULPHI, qui de praemissis fuit praesens
          "      =    "     D. Joannis de Fons......
          "      =    "     D. Landulfi.........

      Questo testo è riportato integralmente anche dal Corsignano in "De viris Illustribus Marsorum" pagg. 100-101.

      Come si può notare, l'Ughelli, pur indicando l'anno 1020, precisa: "anno primo D. Papae Callixti". Ora sappiamo che Callisto II di Borgogna fu papa dal 9/11/1119 al 13/12/1124, e quindi al 1120 ci troviamo al primo anno del suo pontificato, come ci troviamo all'undicesimo anno del vescovato di S. Berardo, che fu eletto vescovo dei Marsi da Papa Pasquale II (1109-1118) nel 1109, per cui anche l'ipotesi del Corsignano, di un altro Berardo Vescovo dei Marsi, nel 1020, non è da ritenersi accettabile. Del resto né l'Ughelli, né il Febonio, né il Cappelletti, parlando dei vescovi di questa diocesi, accennano ad un altro Berardo nel 1020.

      Il Di Pietro, nel suo "Catalogo dei Vescovi della diocesi dei Marsi", parlando della vasta opera pastorale e caritativa di S.. Berardo, a pag. 76 fa riferimento ad una bolla di Pasquale II del 1115, con la quale il santo ottenne dal Pontefice un autoritario intervento, per reprimere gli abusi allora tanto diffusi, e per prevenire usurpazioni future, facendo descrivere i precisi confini della diocesi. In tale bolla che comincia: "Sicut iniusta", inviata dal Laterano il 5 marzo 1115 e trascritta dall'Ughelli alle coll. 892-893, è riportato un lungo elenco delle chiese, che erano sotto la giurisdizione del Vescovo dei Marsi. Sarebbe utile riuscire ad individuare quali paesi attuali corrispondono alle località ivi elencate, come: "... Arcum S. Georgi, per flumen Rifanne... Campum de Pezza, per rivum Gambararum... Ecclesiae ...S. Nicolai ad fontem Reginae, S. Quintini in Vico... S. Angeli in Arca... S. Georgi in Befola... S. Mariae in Vico... S. Maria in Albe... S. Martini in Valle cum titulis suis, ecc.". Le località riportate in corsivo mi farebbero pensare a delle contrade vallatesi, di cui parleremo, almeno come ipotesi di ricerca.

      La conclusione del Cap. XV del Di Pietro che tratta della vita del Santo, c'interessa direttamente: "... Dippiù S. Berardo nell'anno 1120, anno primo di Callisto II Pontefice, ottenne che il suo congiunto Crescenzo Conte dei Marsi, non solo donasse alla chiesa di Trasacco sotto il titolo dei Santi Cesidio e Rufino, altre case nel piano, e la metà della valle detta di Fermentino con le castagne, ed alberi diversi ivi esistenti; ma ben'anche la confermazione dell'altra donazione fatta a quella medesima Chiesa dal suo genitore Berardo agli 8 di giugno dell'anno 1096. Tale donazione, nella quale si vede firmato S. Berardo, esiste nell'archivio di Trasacco, ed è riportata da Ughelli e da Febonio" (o. c. pag. 77).

      Le notizie trasmesseci dal Di Pietro ci creano altre difficoltà, per cui possiamo formulare una duplice ipotesi:

      a) o l'autore fa riferimento alla donazione di Crescenzo Conte dei Marsi nel 1120, e allora resta preciso il dato della firma di S. Berardo, ma non l'indicazione del luogo, dove si trovava l'originale;

      b) o fa riferimento alla donazione di Berardo Conte dei Marsi nel 1096, e allora resta preciso il dato che l'originale si trovava nell'archivio di Trasacco, ma a firmare non può essere stato S. Berardo, ma il suo antenato Berardo Conte, sotto il Vescovo Andrea (1089 - 1106).

      Nemmeno dal Parroco di Trasacco mi è stato possibile aver copia fotostatica di questo documento del 1096, andato smarrito, per cui, ancora una volta, dobbiamo contentarci delle notizie dall'Ughelli (o. c. coll. 891-892):

      "Andrea Marsorum Episcopus memoratur in donatione Berardi Comitis Marsorum, et Gemmae matris suae, Ecclesiae S. Cesidii in castro Transacquarum anno 1096, die 8 Junii. Donatio est talis. In nomine Dei summa et aeterni, Amen. Anni Dominicae incarnationis sunt millenonagintasex, ex indixtione quarta, mense Junii die octava. Ego Berardus Marsicanorum Comes cum Gemma matre mea, nostra bona et spontanea voluntate .. in perpetuum donamus, offerimus et tradimus ad Ecclesiam Andrea ven. Episcopo Marsicano, et cum ... Elia Pandolfo Diacono... D. Pandulfo de Celano...". Come si nota, in tale documento si parla di un Elia Pandolfo diacono e di un D. Pandolfo da Celano (pr. L'Aquila), i quali non hanno a che vedere col D. Pandolfo da Vallata.

      Il lettore si meraviglierà di questa dissertazione, che si è resa necessaria, per uscire dal vago, e per rimanere fedeli alla prospettiva della nostra ricerca, che si propone non di voler stabilire l'origine del nostro paese a qualche decennio prima o dopo dei paesi viciniori, ma di sollecitare, attraverso semplici indicazioni, ulteriori indagini più organiche.

      Da quanto riferito, risulta evidente un rapporto civile e religioso, che lega le nostre zone alla nobile famiglia dei Crescenza dei Marsi, e che ci riporta con dati sicuri intorno al Mille.

      Un altro riferimento sicuro ci è offerto dal Di Meo, che, negli annali critici e diplomatici del Regno di Napoli (Vol. V, tomo X), ricorda una donazione del Conte Riccardo, figlio del qu. Riccardo, Signore di Vico, scritta da Pietro notaio e sottoscritta da Nicola Giudice, D. Guarivo di Vallata, Orso Fromeriense (= di Flumeri), Simone Cotre (= di Contra), Pagano figlio di Petrone, Roberto di Anxano, Adamo di Vico: "actum coram D. Amato Episcopo in civitate Vici, an. ab Inc. MCXLIII, mense octobr. VI Ind.".

      Questo D. Amato, ricordato dall'Ughelli come I vecovo di Vico, sottoscrisse anche un'altra donazione di "Riccardi Vicani Toporchae, quam fecit Monasterio Montis Virginis de Ecclesia S. Joannis cum casale Ioci Aequarae (= Acquara o Vico Acquidio, Castel Baronia)..." (col. 380).

      Quest'ultima donazione del 1136 è ricordata anche da Giovanni Mongelli, nel "regesto delle Pergamene (pag. 80)":
      228. 1136, maggio. Ind. XIV. Pagano, not.

      Sottoscritto dal Vescovo Amato e da altri.

      Riccardo, f. di Riccardo, dona al monastero di M. V., costruito nel luogo "Aqua Palumbi", dove presiedeva Alberto, una chiesa dal titolo di S. Giovanni, edificata nel territorio e pertinenze della città di Vico, nel luogo detto Acquara, insieme con l'intero casale di Acquara, coi vassalli, ecc.; inoltre la moglie di Riccardo, Sabasta, da parte sua dona allo stesso monastero di M. V. un mulino, sito nello stesso casale, del quale però potranno prendere possesso solo dopo la sua morte (VIII, 7). Bibl. G. G. Giordano, Croniche pag. 466.

      Riportiamo pure dalla stessa opera del Mongelli altri regesti, che ci riguardano direttamente.

      475. 1167 (mese omesso) Ind. XV. Guglielmo II re.

      Ruggiero, not. di Vallata

      Roffrido Ferraro, avendo ricevuto da ROBERTO e dal figlio di lui GUIDO, dei quali era vassallo, la facoltà di far testamento, pur non avendo figli, deve dar loro un'oncia d'oro, e inoltre si obbliga a servirli in tempo di guerra e ad aiutarli in tempo di matrimoni e di monacazioni (XCVII, 36).

      516. 1170 (mese omesso). Ind. III.

      Vallata. Ruggiero, not. di Vallata.

      Guglielmo Lombardo, f. del q. Roberto, abitante nel castello di Vallata. vende a Guglielmo de Dauferio, abitante nel casale di S. Leo, una terra, sita nelle pertinenze di Guardia, nel luogo detto Camarsano. per 60 tarì (XLVII, 43).

      1685. 1231, marzo. Ind. IV. Federico Imper.

      Guglielmo, not. Bisanzio, giudice imperiale di Ascoli

      Giordano Bucherio, f. del q. Deum-laudamus, di Vallata, cittadino di Troia...

      1691. 1231, giugno 12. Ind. IV. Federico Imper. a 11 Troia. Giacomo, not. di Troia.

      Giordano Boccieri, f. q. Deumlaudamus, di Vallata, offre se stesso e la metà dei suoi beni mobili, siti in Troia, nella città di Vico e in Vallata, al monastero di M. V., nelle mani di Giovanni, ab. di M. V. (CXXIV, 61 bis).

      Molto interessante il seguente regesto.

      2131. 1264, gennaio 13. Ind. VII. Urbano Pp. IV, anno 3 Orvieto "apud Urbem Veterem".

      Urbano IV, confermando il privilegio di Alessandro IV dell'8 aprile 1261 della totale esenzione del Monastero e della Congregazione di M. V. da ogni Vescovo e della sua immediata dipendenza dalla S. Sede, conferma i beni e i possedimenti che hanno, o che a giusto titolo potranno avere in futuro; in particolare vengono elencati:
nella diocesi di Avellino... di Nola... di Sarno... di Salerno... di Capaccio... di Acerenza... di Tricarico... di Bovino (pr. Fg.): nel territorio di Rocca S. Agata (S. Agata di Puglia) la chiesa di S. Pietro con le case, redditi, mulini, possessioni... nel territorio di Bisaccia, la chiesa di S. Pietro de Pulverachio, con le case, redditi, possessioni; nella diocesi di Vico: nel territorio di Vallata, la CHIESA DI S. GIORGIO con le case, redditi, possessi; nel territorio di Vico, la chiesa di S. Giovanni (nelle pertinenze di Castel Baronia), e il Casale di S. Giovanni de Aquaria (località che fu poi distrutta) ecc. (Bibl. Mastrullo, pp. 457-467).

      3385. 1339, marzo I°. Ind. VII - Roberto re a. 30

      Napoli. Pietro Passasino, pubbl. not. di Napoli

      Gualtiero Lazzaro, di Napoli, baiuolo della città di Napoli, Francesco Fasolo, "miles", giudice di Napoli.

      Si riporta una sentenza, emessa nel presente anno della VII Ind. a favore del Monastero di M. V. contro l'Ab. di S. Lupo di Benevento, il quale aveva reclamato contro la permuta fatta tra il monastero di S. Lupo e quello di Montevergine, in cui il monastero di S. Lupo aveva ceduto la chiesa di S. Maria del Vivario di Boiano, e in cambio aveva ricevuto la chiesa di S. GIORGIO di Vallata, in diocesi di Bisaccia (XXVIII, III).

      A tal riguardo, riportiamo integralmente la pag. 181, che il Mongelli dedica a Vallata nel Vol. II di "Archivio Storico dell'Abazia di Montevergine = inventario ".

      63. VALLATA (Avellino)

      S. Maria di Montevergine (busta 508: ca. 1520-1638).

      Montevergine fin dalla prima metà del sec. XIII possedeva in Vallata una chiesa sotto il titolo di S. Giorgio, che compare la prima volta nella bolla di Alessandro IV nel 1261. I verginiani la cedettero >al monastero di S. Lupo, nel 1324, in cambio di S. Maria dei Viveri di Boiano. Quando poi S. Lupo, in seguito, tentò di far rescindere il contratto, intervenne, nel 1339, una sentenza favorevole a M. V. e la permuta ebbe il suo corso definitivo (Reg. 3385).

      Per una nuova fondazione verginiani in Vallata si rese benemerito Nicola de Federico, il quale costruì, fuori le mura del paese, una chiesa in onore della Madonna di M. V. e la donò all'abazia. Vi intervenne la licenza del vesc. di Bisaccia, Nicola Volpe, in data 8 maggio 1519, il quale esortò il Federico a realizzare al più presto il suo progetto e proibendo a tutti di recargli molestia. Anzi concesse pure, per quella chiesa, un'indulgenza di 40 giorni ogni lunedì (Reg. 4659).

      Nel 1526 la chiesa era già terminata ed era accudita da fra Bernardino da Vico (Izzi, pag. 4).

      Come grancia non poteva avere una famiglia propria e non viene neppure elencata tra i monasteri veri e propri, neppure quando si tratta di ripartire tasse nella congr. Quando, il 16 ottobre 1594, vi si recò in sacra visita l'ab. Girolamo Perugino, si dovette annotare: "La chiesa è piccioli; per habitatione have una casa da povero contadino; sta in malo sito; ha tanto poco introito che non se ne tiene conto" (busta 191, f. 12).

      Le condizioni economiche sarebbero cambiate in seguito, se si fosse eseguito alla lettera il testamento di D. Francesco Del Tufo, signore di Vallata, il quale aveva stabilito che si edificasse in paese un monastero verginiano, al quale lasciava, oltre la somma di 200 ducati annui, già stabilita, anche la metà delle sue entrate sui mulini per lo spazio di quattro anni. Invece, la casa rimase allo stato di grancia, curata da un procuratore per l'amministrazione dei beni e per l'ufficiatura della chiesa. Anzi, dopo il 1652, la chiesa fu completamente abbandonata dai verginiani, e passò alla diretta dipendenza del clero locale e del vescovo di Bisaccia.
(busta 508).

      1595. Inventario dei beni mobili e stabili del monastero di M. V. in Vallata (cc. 4; molto mediocre).

      1638, agosto 14. Elenco di alcuni territori del monastero verginiano in Vallata (cc. 2).

      (sec. XVII). In forza del testamento di Francesco Del Tufo, signore di Vallata, si stabilisce la fondazione di un monastero verginiano in Vallata e si assegna la dote per il nuovo monastero (cc. 2). (Durante gli scavi eseguiti sul colle di S. Maria nel 1930, per costruirvi l'attuale cappella ononima, si rinvennero sepolcreti e tracce di questo vecchio monastero verginiano).

      4010. 1406, dic. 10 Ind. XV - Ladislao re a. 20

      Napoli. Antonio De Turri, di Napoli, pubbl. not.

      Gulielmo Russo, di Napoli, giudice.

      Il maestro Antonio Spata, manescalco, dona al monastero di M. V., per le mani di Pandullo, "Dei et apostolicae sedis gratia" ab. di M, V. (che si sottoscrive), molti mobili e l'incudine e gli altri suoi strumenti spettanti alla sua arte; inoltre dona una casa in Vallata, nel luogo detto "Porta di moeza% e una vigna nel luogo detto "a lo Thoro": il tutto col patto che il monastero gli somministri vitto e vestito e, in caso che si recasse al monastero di M. V., gli dia il letto (CXXV, 1).

      4160. 1425, marzo 30 - Ind. III - Giovanna II regina a. 11
      Montefusco. Pietro de Brusaco, pubbl. not. apostolico è imperiale.
      Petrillo Celotti di Montefusco, giudice.


Uno degli scheletri del sepolcreto di Santa Maria.

      Palamide, ab. di M. V., concede per 29 anni a Moccia de Vallata una casa con terra "vacua" in Vallata, nel luogo detto "la Porta di moeza", per il censo annuo di due libbre di cera nella festa di S. Maria ad Agosto (CXXV, 24).

      4168. 1427, settembre 11. Ind. VI - Giovanna II regina a. 14 Napoli. Bartolomeo Surrentino, di Napoli, pubbl. not. Nicola De Aliano, di Napoli, giudice.

      Renzo di Vito de Dyomera, del castello di Vallata, dona al monastero di M. V., per le mani di Palamide de Lindo, ab. di M. V., una vigna nelle pertinenze di Vallata, nel luogo detto "Vignale de Galese", gravata di un censo annuo di 10 grana alla Corte di Vallata (CXXV, 2).

      4659. 1519, maggio 8. Ind. VII - Leone Pp. X a. 7

      Napoli

      Nicola Volpe, di Napoli, vesc. di Bisaccia, impartisce l'assenso all'unione col monastero di M..V. della cappella fondata da Nicola de Federico, sotto il titolo di S. Maria di M. V., fuori Vallata, presso la cappella di S. Sebastiano (11,51). N. B. Bolla pendente, in parte mancante.

      5108. 1561, agosto 17. Ind. IV - Filippo re a. 7

      Vallata. Antonio de Polidono, di Vallata, pubbl, not.

      Stefano la Marra, di Vallata, giudice

      Corrado Furgione, di V., vende a fra Giovanni de Rogerella, di Carife, un pezzo di terra seminativi della capacità "in semina" di 20 tomoli "ad mensuram antiquam", in territorio di V., nel luogo detto "Vallone de Riso", redditizio per la metà all'ospedale di V. e per l'altra metà alla Curia locale, sul seminato, secondo l'uso locale, per il prezzo di 11 ducati e 7 carlini (Cast. 97).

      In calce alla stessa pagina 373, il Mongelli riporta una nota, ripresa dal D'Addosio che ci può interessare, per cui la trascriviamo:
Il D'Addosio, Sommario, pag. 168, ci dà la seguente notizia di un doc. dell'Archivio della SS. Annunziata di Napoli, vol. XI, n. 437:"Anno 1561. Trasferimento delle reliquie di S. Guglielmo a farsi dai governatori dell'Annunziata. Bolla di Flavio Ursino, vescovo di Muro, data a Roma, 3 giugno 1561, con la quale si commette al Vescovo di S. Angelo, di non far molestare o impedire ai Governatori dell'ospedale dell'Annunziata di Napoli, di poter trasportare tutte le Sacre Reliquie, sistenti nella chiesa di S. Guglielmo, fuori le mura di S. Angelo, annessa a detto Spedale, e ciò per concessione avuta da Papa Pio IV".

      Lo stesso G. B. D'Addosio in "Archivio Storico Province Napoletane" 1919 pag. 380, ricorda che, nell'antichissima chiesa dell'Annunziata in Vallata, si trovava un quadro famoso del Pittore Giovanni Balducci, il quale, dopo il 1631, lavorò a Napoli: "... 1599, 24 luglio, Giovanni Balducci riceve un pagamento per una tona (quadro) nella chiesa dell'Annunziata a Vallata". Purtroppo, non si sa che fine abbia fatto questo quadro, perché quello esistente in detta chiesa non è del Balducci.

      5885. 1634, gennaio 15. Ind. XI - Urbano Pp. VIII a. 20

      Roma. Angelo Juroiniano, cittadino di Roma, pubbl. not. apostolico.

      D. Angelo Ciaglia, f. del q. Tiberio, di Nepi "de Nepete", praefectus domus et intimus familiaris del cardinale Cesarini, crea suo procuratore il P. Ab. D. Matteo da Tocco, dell'ordine di M. V., per esigere le rendite e corresponsioni del semplice beneficio di Sant'Angelo di Cava, nella terra di Vallata, di dare in censo quei beni, ecc. (Civ, 78).


Arco "S. Giorgio" con colonnato sovrastante

      Riportiamo a questo punto il testo integrale, cui spesso gli storici fanno riferimento, tratto da Carlo Borelli: "Index Neapolitanae Nobilitatís" pag. 30, dal quale si può dedurre l'importanza strategica di V.:

De Vico, et Contra, et Flumara.
Riccardus filius Riccardi dixit, quod demanium suum de
Vico cum Contra est feudum IV militum. De Flumara
feudum IV militum. De Vallata feudum III militum.
De Sancto Angelo feudum II militum.

      Unà demanium suum est XVII militum. Et augmentum eius XX milites.
      Unà obtulit inter feudum & augmentum milites XXXVII
      et pedites armatos LXXX.
      Isti tenent de eo.
      Gualterius, sicut dixit, tenet de eo Montem Acutum, quod
      sicut dixit, est feudum I militis.
      Guarinus de Vallata tenet de eo Petram Pizulam, quod est
      feudum pauperrimum I. & obtulit militem I.
      Unà tam de proprio feudo demanij, & seruitij praedicti sunt milites XIX.
      Et augmentum eorum milites XXI.
      Unà omnes sunt milites XL. & seruientes LXXX.

      Riportiamo adesso altri importanti documenti da Riccardo Filangieri in "I registri della cancelleria Angioina".
Dal libro IV. Anni 1269-70. Pagg. 287-88.
Re Carlo d'Angiò il 16 luglio...
accusa ricevuta al Giudiziero di Principato e terra beneventana del quaderno in cui sono notati i beni stabili trovati e presi da lui e dai sottufficiali per conto della R. Curia... accusa pure ricevuta di uno scritto "de renovatione" della Baronia di Flumeri, cioè di Flumeri, Vico, casale S. Angelo all'Esca, VALLATA e di altri luoghi inabitati, cioè Aquadia, Aquatorta e Monteacuto e l'assegnazione da lui fatta ... a Dionisio di Amalfi, quale procuratore "morticiorum et excadentiarum ipsarum partium, de Baronia ipsa, pro parte Curie procuranda" ... non avendo ricevuti questi beni da lui esatti, gli dà ordine di mandarli al più presto, tramite il Mag. Massario...
      Dal libro VII. Anni 1269-72. Pagg. 236-41
      Re Carlo...

      in un'ordinanza al magistrato Gualterio di Collepetro, Giustiziero di Principato e Terra Beneventana, avendo riscontrato, nel passaggio da una sovvenzione generale ad una tassazione in proporzione dei "fuochi", che parecchi fuochi erano stati diminuiti ed occultati, contro il parere della Curia, dà ordine al suddetto Giustiziero di provvedere al supplemento di tale deficienza, in ragione "de augustali uno pro quolibet foculari", facendo un lungo elenco dei paesi tenuti a questo.

      Ne riportiamo alcuni:
      Surrentum     pro focularibus CCCXXXV, auri unc. LXXXIII, tar. XXII e gr. X
      Salernum          "         "         DCCCXC      "     "     CCXXII et mediam
      Avellinum         "          "         LXXX            "     "     XX
      Sancta Agatha  "         "         CXXIII           "      "    XXX, tar. XII et medium
      Gripta Minarda "         "        LXXIV            "      "    XVIII  "  XV
      Flumarium        "         "         XXXII            "      "    VIII
      Vicum              "         "         XXXIV          "      "     VII et mediam
      Vallata             "         "         XXVII            "      "     VI, tar. XXII et, medium.

      Dal libro IX. 1272-73. Pagg. 172-73.

      Nomina di Riccardo de Boccainfante, maestro giurato di Vallata. (Reg. XV, f. 97) Fonti: Standone, ms. in Arch.

      Dal libro XII. Anni 1272-76. Pagg. 89-90.

      Il re dà mandato al Giustiziero di Principato e Terra Beneventana di accogliere la richiesta del "Provisor Apulie" per riparare il "castrum Rocce S. Agathes" con il contributo raccolto fra i paesi che sono tenuti a ciò, fra i quali: "Gisualdum, Frequentum, Aquam Putidam, Paternum, Vicum, BALLATAM, Flumarium, Pulcharinum, Zunclum, Bisacias, Laquedoniam, Roccam S. Antuni, Monteviridem, Carbonariam, Morram etc.".

      Dal libro XIII. Anni 1275-77. Pag. 35.

      "Jacobo de Roma, mil. f. qd. Frederici, nati qd. Jacobi dicti Comitis Andriae" la R. Curia concede tutti i diritti che ha nella contea di Andria, e nelle città di Ascoli, Matera, Guardia L/di, Flumeri, Zuncoli, Vallata, Vico, Candela, Cerato, Oppido, Ripa Candida, Cancelleria e Casale Aspro".

      Idem. Pagg. 255-56

      In una risposta al Giustiziero "terre Ydronti" si accusa ricevuta di quattro istrumenti pubblici sottoscritti da baroni e feudatari latini, in forza dei quali il Giustiziero, per autorità di un mandato regio, impose "sub pena defectionis terrarum" che tutti quelli che possedevano "beni fedali e terre", i cui proventi annui fossero di 20 once d'oro ed oltre, personalmente, con tutto il servizio... con armi e cavalli decentemente attrezzati, il XXII giorno dopo la festa di Natale, si presentassero infallibilmente a S. Germano (= Cassino) per fare... quanto il re avrebbe disposto; ... quelli invece che non possedevano terre e beni feriali, i cui proventi non raggiungevano le 20 once d'oro, in rapporto ad ogni 12 once e mezza, avrebbero dovuto pagare la somma di 20 once, da versare alla R. Camera... se poi avessero preferito andare di persona, anzicché pagare in denaro, muniti decentemente di armi e di cavalli, entro il predetto termine si sarebbero dovuti presentare al luogo indicato.

      Segue un lungo elenco di baroni e feudatari, tra i quali figura un "Joannes de Vallata" e nessuno dei paesi viciniori.

      Dal libro XVIIII. Anni 1277-78 Pag. 63

      Alcuni baroni e feudatari offrono al re un servizio volontario, di cui sopra, fra i quali "Henrico dom. BALLATE".

      Dal libro XXII. Anni 1278-79. Pag. 48

      In una lettera inviata da Manfredonia il 18 ott. 1279 al Giustiziero di Capitanata miles Guido de Alemania) si precisano i paesi che, per consuetudine, sono tenuti alla riparazione del castello di S. Agata, e che sono tenuti ad assicurare con i loro uomini un servizio annuale nello stesso: Gesualdo... Vico, Vallata, Flumeri... Bisaccia, Lacedonia, Rocchetti S. Antonio, Monte Verde, Carbonara... che sono del Giustiziarato del Principato.

      Idem. Pagg. 117-18

      Re Carlo fa ricevuta al Giustiziere di Principato e Terra Beneventana del quaderno in cui sono notate tutte le terre di quel Giustizierato, tassate per la particolare sovvenzione di un solo anno, per le paghe delle milizie. E sono Sorrento coi casali, Capri... Salerno... Gesualdo... Vallata, Frigento, Vico coi casali... Benito. (Reg. 8, F. 78).

      Dal libro XXIV. Anno 1281 (fine febbraio, o principato di marzo) Pag. 53.

      Assenso concesso ad Ugone de Balba, che tiene il castello di Balba, in favore del suo primogenito Gradelone, per il matrimonio da contrarre con Margherita figlia del milite Guglielmo de Vallata, signore del castello di Vallata, con dote di 11 once). (Reg. 42, f. 32t.)

      Dal libro XXX. Anni 1289-90.

      Si stabilisce che Tommaso de Crypta, insieme con Enrico de Taurasi, Guido di Castelvetere, la contessa di Apice, Minora Gentile, e Guglielmo Sig. di Vallata, costruiscano due navi a norma dell'obbligo contratto con la R. Corte. E ibidem: si dà mandato a favore degli stessi, tassati "ad faciendam teridam", perché si aggiungano ad essi i baroni sottoscritti: Guglielmo di V., sig. di V. e Bartolomeo di Casalalbulo, sig. di Casal. e di Monte Saraceno. (Reg. 26, f. 152).

      Idem. Pag. 212

      Si fa menzione di Guglielmo di Vallata, il quale, "pro cingulo militari assumendo", chiede una sovvenzione dai vasali. (Reg. 26, f. 155).

* * *

      Sulla base dei documenti riportati, possiamo ricavare una prima sintesi delle notizie storiche riguardanti il paese.

      Già verso il mille, Vallata doveva essere alle dipendenze della Contea dei Marsi, sia civilmente che religiosamente, dove già nel 910 troviamo Linduno (o Liuduno), nipote dell'Imperatore Carlo Magno, che prese in moglie Doda, contessa dei Marsi. Da questo matrimonio nacque Berardo I detto Francesco (ossia il Francese), il quale a sua volta dalla sua sposa ebbe Reinaldo I e Reinaldo II; questi sposò Susanna, figlia del Principe di Capua, dalla quale ebbe Berardo II, conte dei Marsi, Amantio, divenuto cardinale, Reinaldo III ed Erbeo, padre del cardinale Leone Ostiese. Reinaldo III sposò Sicilgaida, duchessa di Gaeta, che gli diede Teodino I, padre di Giovanni cardinale, Teodino II, creato cardinale da Urbano II, e Berardo III. Dal matrimonio di Berardo III con Teodosia, conti dei Marsi, nacque nel 1079 il terzogenito S. Berardo Vescovo dei Marsi.

      1096 = Berardo III e Teodosia, Conti dei Marsi

      1120 = Crescenzo conte dei Marsi

      Miles: D. Pandolfo da Vallata.

      Essendo costui uno dei militi di Crescenzo a quell'epoca, a firmare il documento di cui sopra, Vallata era certamente un feudo di quell'antica e nobile famiglia.

      1143 Riccardo f. di Riccardo, Signore di Vallata e di Flumeri.
      Vassallo: D. Guarivo di Vallata, "qui tenet pro eo Petram Pizulam".

      1167 Roberto Lombardo e il figlio Guido
      Vassallo: Roffrido Ferrare

      1170 Guglielmo Lombardo, figlio del def. Roberto,che abita nel castello di V. Questa famiglia, ormai completamente vallatesizzata, dominerà in paese per oltre un secolo.

      Del 1261 è la prima notizia storica sicura dell'esistenza in paese di una Chiesa di S. Giorgio, affidata ai Benedettini di Montevergine con le case, reddito e possessi.

      Il nostro Avv. Pavese, nel Bollettino di S. Maria, gennaio-aprile 1933, ricorda: "Il sito di Borgo S. Giorgio era spazioso e di diretto dominio della Magnifica Università di V., benché demanio. Nel mezzo di esso stava costruita la cappella di S. Giorgio, la quale fu interamente rovinata dal terremoto, nell'anno 1604; né si prese alcuno la cura di riedificarla; anzi alla stessa apparteneva un beneficio, consistente in un capitale di ducati trecento, che il P. Fra Vincenzo Orsini, Arcivescovo di Benevento, trasferì colà. Esisteva detta cappella, secondo la costante tradizione, là dove poi costruì sua casa Giuseppe Pellegrino, che nel 1796 possedevasi da Eleonora, figlia del medesimo, che faceva l'ostetrica (detta Eleonora ha cominciato ad esercitare l'ufficio di ostetrica in V. sin dal 1772, come risulta dal reg. Battesimi, vol. IX, pag. 224). Si numeravano allora in tal sobborgo ottocento anime circa. Dalla cappella, che aveva il reddito annuo predetto di trecento ducali dell'Arcivescovo Orsini, prese il nome il borgo omonimo".

      Personalmente ricordo che l'Arciprete Saponara asseriva spesso di aver trovato nella contrada S. Andrea ossa umane e scheletri quasi interi, reperti di antiche case e di un'antica chiesa, dedicata appunto a S. Andrea Ap., dove ci sarebbero state, al dire del Pavese, alcune reliquie. La notizia orale è confermata da quanto il Saponara scriveva nella sua monografia su "Chianchione", dove afferma che molti dei soldati vallatesi, uccisi nell'asperissima battaglia del 6 maggio 1496 nella parte bassa (fuori le mura) furono sepolti a destra della chiesa di S. Andrea Ap., guardando l'abitato e proprio dove c'è ancora un'aia: "Ivi, anni or sono, emerse un buon numero di scheletri, indubbiamente sepolti nel medesimo tempo, perché l'uno era accanto all'altro, ma disordinatamente, alla rinfusa ...".

      Proprio in questa zona si sarebbe stabilito il primo nucleo di Irpini che, man mano, avrebbero dato vita al casale S. Giorgio ed al borgo S. Angelo di Cava, con la chiesa principale dedicata a S. Andrea Ap., e con le cappelle dedicate a S. Giorgio ed a S. Michele di Sant'Angelo, detta "di Cava", perché ricavata da una cava o grotta, come suggerisce la tradizione per tutte le chiese dedicate a S. Michele. Su questa antica cappella di S. Angelo di Cava, si costruì successivamente la cappella dell'Incoronata, riservando a S. Michele Arc. un altare, sistemato a sinistra del presbiterio entrando in chiesa; tale altare, in successivi riattamenti, fu eliminato, lasciando a ricordo un finestrino sul muro,. davanti al quale si faceva bruciare una lampada.

      Dopo la distruzione della cappella di S. Giorgio, ad opera del terremoto del 1604, la cappella non fu ricostruita, forse perché il borgo si era esteso verso l'attuale Via Montevergine, dove frattanto era sorta la cappella dedicata appunto alla Madonna di Montevergine.

      I ruderi di quest'ultima si sono conservati fino ad alcuni anni fa, quando il suolo fu venduto dall'Arcip. Saponara alla famiglia Malgieri, il cui ricavato fu utilizzato per la ricostruzione del campanile della chiesa parrocchiale. Ancora oggi, nell'ambiente attiguo al negozio Malgieri, si può notare l'asbide della vecchia cappella, con qualche residuo di pittura. Alle spalle si trova pure una casa del fu A. Stanco, con la rispettabile data di costruzione 1713.

      Il Pavese ricorda pure nel bollett. cit. che nel luogo dov'è la Fontana S. Biagio, dall'anno 1733 sorsero il casale "Fontana" ed il casale "S. Antonio Ab. ".

      Nel piano della Fontana, oggi "Piazza Vittorio Emanuele" c'era la cappella di "Santantuono", contigua alla congregazione, sotto il titolo di "Federazione delle anime purganti" donde il titolo successivo dato alla chiesa "dei morti o morticelli", con case site sul rialto e lungo la strada che porta a Trevico.

      La Bolla di Pp. Urbano IV include Vallata nella diocesi di Trevico e Bisaccia nella diocesi di Bovino, perché in quel frattempo Bisaccia non aveva un proprio vescovo, per cui Vallata fu affidata temporaneamente alla giurisdizione del vescovo di Trevico, quale Amministratore apost., e Bisaccia al vescovo di Bovino. Anche successivamente, in periodi di "sede vacante" troveremo Bisaccia e Vallata, come paesi della diocesi di Bovino, e ciò era normale sin da allora. Del resto, nel regesto del 1 marzo 1339 abbiamo trovato: "S. Giorgio di Vallata in diocesi di Bisaccia".

      Che poi V. non sia dipesa da Trevico nemmeno su un piano civile, rimandiamo il lettore a quanto ha sostenuto, direi puntigliosamente, il mio immediato predecessore, nella sua monografia "Vallata è nata da Vico?" (Bibl. Naz. Centr. Roma Coll. m. 1, 708/25).

      Diciamo soltanto che il Borrelli, nel documento riportato integralmente, precisa che Riccardo f. di Riccardo aveva come suo demanio "Vicum cum Contra" ( = col casale dipendente) feudo di 4 militi; Flumeri, feudo di 4 militi; Vallata, feudo di 3 militi, cui bisogna aggiungere "Petram Pizulam" (= un casale dipendente da Vallata), feudo di un solo milite, tenuto, per conto di Riccardo, dal vassallo Guarivo di V., come suffeudo. Conseguentemente, anche su un piano d'importanza strategica, Vallata, tenuta al servizio ordinario di difesa con 4 militi, era alla pari sia con Flumeri che con Vico.

      Dobbiamo però puntualizzare che, tra i baroni che s'impegnarono ad offrire un servizio militare al Re, nel 1276, perché possedevano beni per proventi annuali di 20 once d'oro ed oltre, vi troviamo un "Joannes de Vallata", cui si aggiunge volontariamente un "Henrico dom. Ballate", ma non vi figura alcun barone dei paesi viciniori. Ciò rivela non solo una maggiore disponibilità economica dei baroni di V., ma anche un maggior spirito guerriero e di avventura dei nostri antenati, che resta congenito nel popolo vallatele, come avremo modo di provare.

      Del resto, abbiamo notato che già nel 1167 è signore di Vallata Roberto Lombardo, di Caserta, con un suo vassallo, e dal 1170 la famiglia Lombardo risiede stabilmente nel castello di V., fino al punto che Guglielmo, figlio del def. Roberto, si chiamerà Guglielmo di Vallata, come abbiamo riscontrato nei documenti del Filangieri.

      Non ci deve sorprendere poi il fatto che, dal 1170 al 1290, vi troviamo citato sempre lo stesso nome "Guglielmo de Vallata", perché a quei tempi era normale imporre al primogenito il nome del padre, anche per oltre due generazioni, in modo da conservare nel casato il nome del capostipite.

      Queste precisazioni ci fanno notare come V. comincia ad avere da allora una sua storia autonoma da quella dei paesi viciniori. Ciò è confermato dal fatto che, già nel 1240, V. era una Universitas (da "universi cives" = Comune) e, come tale, dovette concorrere alla custodia e riparazione del castello di Rocca S. Agata, come anche successivamente, insieme ad altre Università, tra le quali allora non figurano Castello, S. Nicola, S. Sossio ed Anzano, perché non erano ancora Università. (Cfr. Pennetti G., Winkelmann, pag. 768).

      Inoltre notiamo che già nel 1167. un Ruggiero di V. esercita l'attività notarile in paese; nel 1170 il signore del paese dispone autonomamente della sua facoltà di vendere; nel 1561 vi troviamo un altro pubblico Notaio, Antonio de Polidono di V., nonché un giudice locale, che esercita la sua attività nella Corte di V.; per lo stesso anno si fa menzione dell'esistenza di un Ospedale che, come vedremo, era affidato alle cure del Clero locale, per accogliere soprattutto i poveri; ciò evidenzia come anche nel nostro paese la chiesa ha esercitato nel tempo un'opera di supplenza nel campo assistenziale, cui i governi non provvedevano, impegnati com'erano in opere belliche. Tale ospedale, di cui non si conserva traccia alcuna, doveva essere localizzato in cima all'attuale "Via Ospedale", attiguamente alla casa del Ven. Vito Michele Di Netta.

      Questi primi elementi acquisiti ci fanno già capire l'importanza e la floridezza di vita, in quel periodo storico, della nostra cittadina, per cui possiamo già formulare una duplice ipotesi, circa la sua origine. Parliamo di ipotesi, perché sia l'una che l'altra attendono conferma di ulteriori documentazioni storiche e di ricerche archeologiche locali, che facciano luce sui dettagli.

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