Studi Sociali e Giuridici - Tommaso Mario Pavese

5.— Socialismo nazionale e socialismo internazionale.

        L’indirizzo unilaterale degli Stati odierni verso gl’interessi individuali dei potenti non si palesa nel fatto che la maggior parte delle spese pubbliche si fa per l’esercito, per gl’interessi del debito di guerra e per la direzione degli affari esteri, cioè direttamente per tenere alta la potenza del sovrano; ; nè si può dire che l’educazione del popolo è intesa ad inculcare ai cittadini il dovere di dare i loro averi e la vita per questo scopo. Tali spese si fanno per tenere alta la potenza della Nazione, non quella del sovrano, ed il popolo è educato a sacrificarsi per la Patria e non pel sovrano. Si potrà ritenere, forse con ragione, che debbano scomparire i limiti di Nazionalità, per allargarli, quando i tempi e gli uomini siano a ciò maturi, in quelli di Umanità; ma affermare che oggi gli Stati civili sacrifichino spese militari e cittadini pel bene esclusivo del sovrano, è un’insinuazione erronea. (Contro Menger).
        L’indirizzo unilaterale degli Stati odierni verso l’interesse individuale dei potenti meglio; e forse unicamente, si rispecchia nel fatto che lo Stato assicura il godimento ai potenti per ricchezza, per abilità o per ingegno, rimanendo quasi del tutto immemore delle legittime aspirazioni dei lavoratori e di quelli che sono inabili al lavoro. Così l’interesse individuale dei ricchi e dei proprietari si trasforma in interesse di Stato. Non mancano, e vero, le istituzioni che ridondano pure a benefizio delle classi povere, come l’insegnamento popolare, la giustizia penale, in quanto garantisce la vita, la salute e la moralità; ma, a prescindere che tali istituzioni, nella pratica, non si applicano pel povero, così come pel ricco, prescindendo che a questo si è arrivato solo nei tempi più recenti, va pure osservato che simili scarse istituzioni sono ben piccola cosa di fronte all’attività complessiva ed ai doveri dello Stato. Invece lo Stato socialista deve tutelare gl’interessi di tutto il popolo, col garantire una vita familiare regolata, un minimo di coltura intellettuale, morale e politica, alloggio, vestiario e nutrimento sufficiente ad ogni persona; perchè la conservazione ed il miglioramento individuale e della specie sono i veri ed immediati fini dell’umanità, ed in questo è incluso il vero benessere pubblico e generale. Per giungere a questo certo lo Stato non dovrebbe dispensare dal lavoro specie i non abbienti; per i quali il lavoro materiale o mentale potrebbe rendersi anche obbligatorio, quando esso non fosse praticato per libera scelta, a meno che non si tratti di inabili, o di chi, non volendo lavorare per propria neghittosità, si contenti di consumare il minimo indispensabile all’esistenza, ed anche meno di quanto consumano gl’inabili che sono tali non per colpa propria. Nè si dica che il lavoro obbligatorio menomerebbe la libertà: non è infrazione di libertà, ma repressione di libertinaggio, il richiamare l’uomo a quelli che debbono essere i suoi nobili fini ed il suo miglioramento. — Altri socialisti reclamano invece che tutte le istituzioni dello Stato vengano fondate sull’ amore del prossimo, sulla solidarietà e sulla fraternità; simili opinioni sono erronee, perchè invece d’incitare l’uomo al lavoro che lo nobilita, lo inciterebbero all’ozio ed al mendicare che degradano ed avviliscono. La carità deve essere usata in linea sussidiaria per gl’invalidi, e non in linea principale, per tutti. Una tale trasformazione delle finalità supreme dello Stato socialista, considerando, come s’è detto, la conservazione e l’evoluzione dell’esistenza dei cittadini come la sua finalità suprema, dovrà, per conseguenza logica, trasmettere alla collettività anche i mezzi che servono alla soddisfazione di questi fini, togliendoli a quelli che hanno ad esuberanza. Anche nello Stato socialista però i godimenti possono distribuirsi inegualmente, secondo la posizione occupata dall’individuo nell’ordinamento dello Stato e della produzione, secondo la misura del lavoro prestato, ecc. Così l’aspirazione degli uomini a migliorare le loro condizioni economiche, che oggi si considera come la molla più potente del progresso scientifico ed economico, continuerebbe anche in tale ordinamento sociale ad esercitare la sua azione; anche l’organizzazione gerarchica della società, a cui la umanità è abituata da migliaia di anni potrebbe sussistere, sebbene in forma mutata.
        Molti scrittori respingono l’idea di una rivoluzione sociale violenta, che trasformi in breve tempo l’attuale ordinamento giuridico-economico secondo gl’interessi della grande massa, e suppongono invece una pacifica realizzazione dell’ordine nuovo: principali tra essi Saint-Simon e la sua scuola, Fourier ed il Fourierismo, Rodbertus e la maggioranza dei socialisti inglesi. Altri all’opposto, fra i quali Lassalle, Marx, Engels e la congiura di Baboeuf, sostengono l’idea della rivoluzione. Ma le rivoluzioni politiche — oltre a non esser consigliabili perchè non è mai consigliabile la guerra, specie intestina —, muovendo poco più che la schiuma sul fiume della vita dei popoli, non fanno che trasmettere, il potere politico da un gruppo ad un altro. E ciò in modo poco durevole, perchè le rivoluzioni violente non producono quella rigenerazione morale dell’uomo che è indispensabile all’introduzione dello Stato democratico del lavoro, il quale si può durabilmente ottenere solo come risultato di una lunga educazione del popolo; che trasformi il modo di agire e di pensare comune. — A base del nostro stato attuale stanno l’arbitrio e la prepotenza dei singoli, che maggiormente si palesano in quella che è la parte più importante dell’ordinamento giuridico, il diritto privato. Invece il diritto pubblico ha già fin da ora l’impronta di maggiore riflessione, perchè le costituzioni della maggior parte Stati civili furono decretate in seguito a rivoluzioni, a colpi di Stato od altri avvenimenti storici, che sconvolsero le condizioni di forza negli Stati, e sulla base di teorie meditate fondarono il diritto. Ma da ora in avanti, in tutti i campi, al diritto cresciuto colla forza dovrebbe, come accennai, sostituirsi quello prodotto dalla ragione, che dovrà tener conto della evoluzione delle condizioni umane e politiche e del bene delle masse popolari.

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        Sia per eliminare le spese enormi del militarismo, sia per evitare conflitti disastrosi fra i popoli, è conforme ad un’antica tradizione socialista l’antipatia recisa contro le differenze di nazionalità e di Stato, specialmente quando esse degenerano in conflitti. Così già Saint-Simon biasimava i moralisti, che vituperano l’egoismo individuale, e magnificano poi l’egoismo nazionale che si chiama patriottismo, e proponeva un parlamento europeo che dovesse decidere dei conflitti fra diverse nazioni. Bazard e Enfantin, discepoli del Saint-Simon, affermano essere scopo della loro scuola che l’umanità intera formi un popolo solo; che agli Stati attuali, l’un contro l’altro armati, subentri la federazione dell’intero genere umano, facendo scomparire la guerra fra i popoli. Al posto del patriottismo, che non è altro se non l’egoismo nazionale, doveva così sorgere l’amore per l’umanità intera. Idee simili si trovano anche in Fourier, che voleva ricoprire la terra di falansteri o comunità socialiste. Benchè non tutti i socialisti abbiano trattata la questione dei rapporti internazionali, è raro trovare fra essi qualche scrittore che si metta da un punto di vista strettamente nazionale. Marx ed Engels hanno assunto una posizione nettamente internazionale. Il loro manifesto comunista del febbraio 1848 culmina nell’esortazione: « Proletari di tutti i paesi, unitevi. » Tre progetti furono fatti per eliminare la guerra fra le nazioni e, conseguentemente, quasi, abolire le spese militari. Il primo, del Bluntschli, che voleva organizzare tutti gli Stati in uno Stato universale, nella cui compagine nessun serio conflitto sarebbe stato possibile, è inattuabile per la notevole diversità di condizioni morali, intellettuali, civili, economiche, politico-sociali regnante fra gli Stati. Il secondo, propugnato da una serie di pensatori che va dal Sully al contemporaneo Lorimer, e che propone si costituisca un congresso permanente, una confederazione cui appartengano i rappresentanti dei diversi Stati, con voto proporzionale alla loro potenza, ed il cui fine sia quello di dirimere tutte le vertenze interstatali, non è adatto allo scopo, perchè stabilirebbe una prevalenza legale degli Stati più forti a danno dei più deboli.
        Il terzo, che è il più recente, e propone la risoluzione dei conflitti fra gli Stati, mediante un arbitrato fra popoli civili, è quello che, pur avendo i suoi difetti, ha trovato maggior seguito ed ha procurato un vivo fermento di idee in proposito, affrettando il cammino di tutti verso la gran meta.
        Tutte le scuole socialiste con carattere prevalentemente internazionale aspirano, dunque, come ad Stato ideale, in cui il genere umano formi un solo organismo politico ed economico, ed in cui cessi la guerra, nonchè la concorrenza economica fra gl’individui e fra i popoli (socialismo mondiale). Questo ideale, che indica il fine ultimo delle nostre aspirazioni, è ancora molto lontano dal! potersi raggiungere. Molto più pratici e razionali sono coloro che aspirano a vedere, non già l’umanità tutta, ma i singoli Stati detentori della proprietà e dell’attività economica (socialismo di Stato). Lo Stato democratico del lavoro dovrà anzi contentarsi in principio di fare del Comune il detentore regolare della proprietà e dell’economia (socialismo comunale).
        Se e quanto un simile socialismo sarà realizzato, il funzionamento di quelle attività economiche, che devono avere per base un campo più esteso che non il Comune, potrebbe insieme ai beni materiali che ne costituiscono l’essenza, attribuirsi ad enti superiori, quali il circondario, la provincia, lo Stato, così come oggi avviene per il mantenimento delle strade, della posta, del telegrafo e delle ferrovie.

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