GERARDO DE PAOLA - ZINO e MOLOK - PASTORE... in corrente o contro corrente?

PASTORE... in corrente o contro corrente?.
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        Oltre alla massa degli autosufficienti ed indifferenti, anche tra i «praticanti» si possono realisticamente distinguere scribi e farisei, tradizionalisti e aperturisti, cristiani convinti e cristiani di facciata, non privi di superstizione e magia; bacia-santi e bacia-pile che, con un infantilismo spirituale pauroso, non contenti di «inzuppare» la mano in acqua lustrale, cercano di «lavare» con essa anche fronte e radi capelli, con preciso e solenne cerimoniale; cristiani dormienti o sbadiglianti, cristallizzati nelle loro abitudini conformistiche, senza minimamente avvertire il bisogno di... cambiare, ritenendosi «a posto»; cristiani dal «miele» in bocca, ma col «fiele» nel cuore, che non perdono occasione, per iniettarlo, con «lingue viperine» ovunque e sempre, con mormorazioni dirette o indirette (queste sono le più velenose); cristiani «peregrinanti» in un cammino di conversione continua e cristiani del «perbenismo» che, senza muovere mai un dito per gli altri, si sentono puri e perfetti, anzi, già in vita, «santi da nicchie», logicamente, collocando gli altri già nel cuore dell'inferno; cristiani ancora «velleitari», che trascorrono una vita intera, senza mai passare, nonostante i «bombardamenti» di grazia, dal «vorrei» al «voglio», e cristiani «nanetti» autocondannati a nanismo ipofisario o tiroideo, come eterni e capricciosi bambini, insensibili a calde carezze o a sonanti scapaccioni; cristiani affetti da scleròsi o da congenita sclerocardìa, di chiusura a Dio e agli uomini; cristiani «pavone» e cristiani «lombrico»; cristiani «Iontra» e cristiani «talpa»...
        La pittura di questo variegato «serraglio», appena abbozzato dalle poche «pennellate» del mastro, può spaziare all'infinito, sulle ali della fantasia del lettore. C'è anche una «esilarante» poesia della prosa più dura!
        Dal primo momento, Zino si era proposto di «rivedere» la radice stessa del suo essere «pastore»: o mettersi «in-corrente», lasciandosi allettare dal facile successo, dall'affermazione di sé, o mettersi «contro-corrente», incentrando la propria azione pastorale in Cristo, cui affidarsi totalmente, per «re-inventare» il suo sacerdozio, mediante un servizio autenticamente profetico alla comunità affidatagli, pur sapendo in partenza di andare «incontro» a fallimenti, insuccessi, im-popolarità.
        Valga un esempio per tutti, affidando a queste pagine il ricordo di un episodio che, pur nel suo piccolo, è abbastanza significativo.
        Dopo alcuni anni di «tirocinio pastorale», aveva salutato con piacere tutto un fervore di opere, per la costruzione del vicino tracciato di autostrada, con un casello di servizio, ubicato a Laterina, già in fase inoltrata di lavori, eseguiti per due terzi. Un bel giorno giunse fulminea la notizia che, per i soliti motivi di vantaggi elettoralistici dei rassetti di provincia, quel casello si sarebbe «dovuto» eliminare, per crearne due altrove.
        Un'autentica beffa dei politicanti, cui Zino reagì energicamente con una lettera aperta (la prima di una lunga serie...) ai partecipanti ad un convegno provinciale in cui, con autentiche ridicolaggini, era stato dibattuto il problema. Avendo egli partecipato al convegno, come uditore, senza diritto alla parola, fece ugualmente giungere ai «peones» la «sua», con una lettera aperta, che si riporta integralmente, eliminando soltanto espressioni e nomi «determinativi».
        Al di là del fatto specifico che, oltretutto, si risolse diversamente, il messaggio essenziale della lettera, dopo oltre un ventennio, è ancora di bruciante attualità, perché i semi di quella politica, a dir poco «sporca» hanno portato, in progressione geometrica alle turpitudini odierne, in provincia e fuori, anche col contributo, a volte determinante, degli «imperituri» ominidi...

        Lettera aperta ai partecipanti al Convegno del 27 settembre in cui venne dibattuto il problema dei caselli autostradali nel tratto Grottaminarda- Candela.

        IL POMO DELLA DISCORDIA... caselli autostradali infossati...

        Quando sui banchi delle scuole leggevamo l'episodio omerico del «POMO DELLA DISCORDIA», sorridevamo di meraviglia al pensare che, anche in una concezione fantastica, un pomo fosse stata la causa di tante discordie.
        Oggi, in un'epoca in cui si invitano tutti gli uomini di buona volontà a mettersi seriamente alla ricerca di «ciò che unisce», c'è da sorridere di... commiserazione, di fronte a gesti che mirano, anche se non intenzionalmente, a solleticare dannosi campanilismi, che portano alla ricerca di «ciò che divide».
        Tale mi sembra il risultato, e sarei contento di sbagliarmi, del gesto di alcuni responsabili politici della nostra provincia, che, per la prima volta, si sono trovati uniti nel presentare un'interpellanza alla Camera, per un riesame degli svincoli autostradali lungo il tratto Benevento-Candela.
        Forse soltanto la mattina del 24 settembre i nostri Parlamentari, scuotendosi da un lungo letargo, si sono accorti che l'autostrada doveva attraversare anche l'Irpinia, e che i lavori erano ormai in fase inoltrata, sia per la scelta del tracciato, che per la sistemazione dei caselli autostradali.
        Ed allora, pur di dimostrare agli occhi di tutti di essersi svegliati, anche se con tanto ritardo, ecco un'interpellanza alla Camera: i caselli autostradali non sono stati scelti con criterio; vanno rimossi; costi quello che costi (tanto, per lo Stato italiano, i miliardi non contano!).
        Siamo certi che il Ministro dei LL.PP. con giudizio equo e sereno, farà notare ai suddetti Parlamentari, che ci auguriamo siano usciti dal dormiveglia, che la scelta del tracciato e dei caselli autostradali, fu fatta a suo tempo da tecnici che, senza subire pressioni di sorta, hanno tenuti presenti motivi tecnici, geografici, economici, in una visione di prospettiva di sviluppo nel futuro.
        Pertanto, anziché pensare a rimozione di caselli, oltretutto già in fase avanzata di sistemazione, si pensi piuttosto alla viabilità di collegamento: questo sarebbe il migliore risultato del connubio avvenuto nelle alte sfere, seguito dalla riunione degli amministratori provinciali e periferici.
        Ma, purtroppo, la festa matrimoniale dell'alto è servita soltanto a gettare il pomo della discordia fra i convitati. Chi ha avuto la possibilità e la costanza di assistere alla riunione indetta dal Prof....,_ ha riportato questa precisa impressione, checché ne dica l'articolista de «Il Mattino» del 29 settembre u.s.», il quale si dichiara soddisfatto dello storico evento, datato fra l'altro il 28 settembre. Se non si tratta di un semplice errore di stampa, dovremmo pensare che il ..., nel giorno effettivo della riunione, fosse stato anche lui in letargo e, svegliandosi nel giorno successivo, abbia trovato il compitino bello e svolto, cui apporre la firma, prima di passarlo alla redazione. Cose che capitano!
        Nell'articolo surriferito si dice ad un certo punto: «era necessario che ai contrasti ed alle polemiche facessero seguito proposte concrete, tali da soddisfare un poco tutte le esigenze».
        Quali sono, di grazia, caro amico, le proposte concrete sostenute da valide argomentazioni? Forse quella del Presidente provinciale che, messo alle strette dall'opposizione, proclamava solennemente: «Il Casello di... lo sostengo io», dimenticando di non essere più in una scuola elementare, o pensando che, dietro quel categorico «10», ci fosse l'asta forte dell'alto, a sostituire ogni argomento?
        L'articolista accenna ad interventi di una ventina di oratori, «ognuno dei quali ha cercato di accreditare la propria tesi»; forse come ha fatto il Consigliere Provinciale..., che così argomentava: se noi avremo due caselli, uno a..., per «sfondare» la Baronia e l'altro a..., sarà meglio che averne uno. Ragionamento veramente... magistrale!
        Ma l'illustre consigliere non tiene presente che il casello infossato a... servirebbe soltanto a poche migliaia, per non dire centinaia di persone, mentre quello di..., posto alla confluenza naturale di due bacini, Fiumarella e Calaggio, serve a decine di migliaia di persone...
        Non si può passare sotto silenzio qualche altro intervento: il sindaco di... tirava fuori dal suo papiello la storia dei «muretti trasportati dalla frana» e un rappresentante di... parlava di uno spostamento del tracciato autostradale di una quindicina di chilometri: tutto, ad onor del vero, «per aver sentito dire».
        In realtà, si tratta di spostamento della strada di pochi centinaia di metri per ragioni tecniche, fermo restando però il primitivo sito del casello.
        Ma forse l'argomento più valido fu portato da un altro oratore che, per perorare la sua causa, concludeva enfaticamente il suo dire: bisogna fare del tutto per spostare il casello di..., affinché non si dica che, al pari del terremoto, l'autostrada si è fermata a..., come Cristo si è fermato ad Eboli. Degna conclusione del livello di seduta!
        Ecco gli elementi obiettivi e validi che avrebbero portato alla «piena riuscita della riunione indetta da...». Anch'io sarei daccordo con l'articolista, soltanto se la riuscita della riunione fosse stata stabilita in base agli urli da belve, che sono partiti non certo da quei pochissimi oratori che, con molta pacatezza, con dati tecnici alla mano, e con carta topografica sott'occhi, hanno cercato veramente di far luce sul problema.
        Ma, purtroppo, in quel clima la verità non poteva aver ragione per cui, dopo ripetuti interventi del Presidente, che ad ogni costo aveva da tirare le somme, e dopo laboriosi sforzi di adattamento del testo dell'ordine del giorno, da parte del segretario della riunione, che poteva risparmiarsi tanta fatica, riproponendo il servizio apparso sul quotidiano «Il Tempo» la stessa mattina della riunione, si passò alla votazione.
        Furono favorevoli logicamente il sindaco di..., seguito dal corteo di altri sindaci dei paesi, non direttamente interessati al casello in questione. I Consiglieri provinciali presenti, ad eccezione di uno che, per la verità, seppe fare il... funambulo!, si dimostrarono veramente solidali e solerti nell'aiutare il Presidente, mandatario, a tirare in porto il suo mandato.
        In tal modo si è svolta la riunione, cui il sottoscritto ha avuto la costanza di partecipare dall'inizio alla fine, in veste di ascoltatore.
        Credo di non aver fatto del campanilismo con la mia lettera aperta, che vuole essere solo un tentativo di far luce sulla verità dei fatti, pur evidenziando con sincerità il lato ridicolo di certi atteggiamenti, invitando tutti ad infossare non i caselli autostradali, ma il pomo della discordia.
        Agli amici dei paesi viciniori tengo a precisare: è inutile dimostrare acredine per..., che è un paese laborioso come il vostro; se ha goduto del favore di una scelta tecnica per il casello, non è stato in forza di pressione alcuna; se è riuscito poi a realizzare altre opere, tanto non è certo piovuto dal cielo, né a scapito degli altri. Pertanto, lasciando da parte ogni motivo di divisione, cerchiamo con ogni sforzo di stabilire un incontro su «ciò che unisce». Sarebbe questo il frutto migliore dell'infossamento del «pomo della discordia».

(segue data e firma)

        Nel suo cammino contro-corrente, Zino prende continuamente coscienza dell'urgenza di un rapporto più profondo e intenso con Dio, per acquisire gradualmente una forte sensibilità, umana e spirituale, ai problemi veri della comunità, emergenti dagli avvenimenti quotidiani, onde «leggere», con spirito di discernimento, fatti e persone della storia.
        Solo l'intimità con Cristo, inviato di Dio, può portare i seguaci di Gesù a condividere la sua sollecitudine per le folle.
        Egli cerca pertanto di ispirarsi all'esperienza profetica della Bibbia, molto illuminante per prevenire la tensione spirituale, che rende drammatici e tesi i rapporti del profeta con i suoi contemporanei, ma senza turbare più di tanto la serenità nel «profondo» del suo cuore.
        Resta paradigmatica a tal proposito, la vicenda di Geremia, che avrebbe preferito essere profeta di «prosperità e consolazione», ed invece si ritrova profeta di «contestazione». Come Mosè, incompreso, come Elia, disgustato e deluso, egli prova nello stesso tempo «annientamento» dinanzi alla sua missione, ma anche «potenza» di una parola, che vince ogni resistenza.
        Zino esperimenti subito sulla sua «pelle» il «cozzo» tra la logica dell'uomo e quella di Dio, lasciandosi ancora «sedurre» da Cristo, per continuare a seguirlo sulla via della croce, questa volta con più fatica, ad accettarne lo scandalo e la pazzia, con tutte, le sue conseguenze di sconfitta, di nudità, di debolezza, di povertà. Come il profeta Geremia, per il quale nutriva simpatia, si accorse subito di essere «scomodo e scomodante», per cui spesso ebbe la «tentazione» di sottrarsi all'ingrato compito, a volte anche con «pensiero fuggevole» di gesti inconsulti, ma la Parola di Dio gli «brucia dentro» con tale urgenza e veemenza, da non riuscire a contenerla: «... nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger. 20, 9).
        Fu il periodo più «nero» della sua vita, per tutta una serie di circostanze, che si concentrarono in quegli anni:

        — difficoltà burocratiche ed economiche per la ricostruzione della chiesa, aggravate dalla mancanza di «coinvolgimento comunitario», anche se non mancò la collaborazione individuale dei più umili e più poveri;

        — lavoro a «singulto» e con «ricatti» continui da parte delle imprese, come un assillante stillicidio;

        — contrattempi continui da parte di operai, fornitori, direttore dei lavori, impiegati dei vari uffici;

        — diffidenza dei «lontani», e incomprensione dei «vicini», traditi questi nelle «loro attese», per cui qualcuno si vendicava vigliaccamente con «sprezzante sicumèra», e autosufficienza, (attribuendosi anche meriti, in irrefutabile contraddizione con la propria linea di condotta) mirante ad «in-castrare» il fastidioso personaggio; qualche altro, forse per compensare umilianti «svirilizzazioni» subite da parte di mogli troppo «intra-prendenti», ricorrevano al surrogato di atteggiarsi, almeno, a «vertebrati», illudendosi di dissimulare la metamorfosi «in-volutiva subita», che li avevano ridotti a vermiciattoli; altri si davano alla «latitanza», o per una scelta precisa teleguidata, o per una non scelta. (Questa diabolica litania potrebbe continuare!...).

        In una situazione così «drammatica», non mancarono volteggiamenti di moinerìa, da parte di «leziose farfalline» o di «crepuscolari farfalle», in cerca di «avventure», con lusinghieri «corteggiamenti», affidati al telefonico anonimato (ma non troppo, per via del timbro vocale); come pure ci furono «donchischiottesche intimidazioni» da parte dei «dongiovanni» di sempre, stanati dallo stridore di quella «voce fastidiosa», e da parte di gente che, in un modo e nell'altro, si sentiva lesa nel proprio «torna-conto»...
        Il dramma interiore non poteva non incidere sul suo fisico, causando crisi cardiache e svariate forme di colica, dalla biliare alla intestinale, dalla renale alla rettale, con dolore acuto e crampiforme, mettendo anche i medici curanti nello scompiglio.
        Tutto questo poteva «incrinare» la fedeltà o la opzione di fondo, cui Zino era giunto con un parto così travagliato, e con il sofferto rodaggio dei primi anni di sacerdozio per cui, al colmo della debolezza umana, anche se la volontà si fece forte della forza di Dio, il fisico andò in tilt, portando anche a pensieri di gesti inconsulti, di cui sopra: egli minimamente si vergogna di parlarne, perché il lettore non sia indotto, dal processo di sublimazione, ad immaginare il protagonista come un «eroe», spogliandolo totalmente della sua dimensione umana.
        L'esperienza della vita, in tutta la sua ferialità, lo ha reso «geloso» nell'offrire agli altri l'immagine di un comune mortale, impastato di pregi e difetti.
        Egli è sinceramente convinto che, se non ha ceduto alle tante prove del suo Getsemani, lo deve solo al Signore, che non può ringraziare mai abbastanza, per avergli dato la possibilità di sentirsi «più vicino a Gesù nel Getsemani»: Padre allontana da me questo calice, o sulla croce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?.
        È stata questa vicinanza a Gesù, che gli ha dato la possibilità di fare un'esaltante esperienza: la croce che sembrava schiacciarlo sotto il suo peso, si è cambiata, come per incanto, attraverso il bagno della sofferenza, in un potente «ascensore», che lo ha portato in alto: idea, «visibilizzata» meravigliosamente dall'ultima opera, questa volta musiva, realizzata nella Pasqua '92 dal Prof. Vinardi, nella Chiesa di Laterina.
        A questo punto l'autore si permette confidare al lettore qualche particolare curioso di cronaca, non paesana ma... personale.
        All'una e trenta del 18 luglio '91 aveva terminato di affidare alla carta questi appunti, quando, andato a letto, dormì fino alle 3,53, ora in cui, avvertito un bisogno interiore di «parlare al Signore», si mise a recitare le Lodi del giovedì della terza settimana, gustando a lungo il piacere di scoprire che era il Signore a «parlare a lui», attraverso la salmodia, col sottofondo di musica americana alla radio, conclusasi con la canzone: «l'amore è un fiume», che rese più incisiva quella emozionante esperienza mattutina.
        Questa non poteva avere migliore conclusione che sul terrazzo, dopo un po' di... esercizi aerobici, alla «levata» del sole, con la preghiera del giorno inneggiante a Cristo «Sole di Giustizia»: «Dio onnipotente ed eterno, guarda benigno i popoli immersi nell'ombra della morte, fa risplendere su di essi il sole di giustizia, che ci ha visitato sorgendo dall'alto, Gesù Cristo nostro Signore».
        Risulta ormai evidente, da quanto detto sin qui, che il nostro Zino è «congenitamente» allergico a tutto ciò che sa di magia, comprese tante «miracolistiche apparizioni», cui va facilmente soggetta gente di «strada», nonché, di «chiesa», per la quale esiste non la «forza rivoluzionaria» del Vangelo, ma il surrogato compensativo del «prodigioso», contribuendo a radicalizzare una vergognosa mentalità di superstizione e magia.
        Questa oggi, nell'era post-moderna delle grandi rivoluzioni, non solo è dura a morire, ma è sorprendentemente «prolifica», a causa della impressionante ignoranza religiosa, cui certo contribuiscono anche l'invadente trionfalismo e la «fecondatrice benedizione» di tanti «notabili ecclesiastici».
        Per allontanare il pericolo di presentare i fianchi a queste «antievangeliche» interpretazioni, Zino, nello stendere il racconto di questo,« semplicissimo fatto di cronaca», aveva lasciati... nella biro, alcuni dettagli, che pure precedentemente aveva «appuntati» su un foglietto volante.
        Gesù invece, proprio attraverso la liturgia domenicale del 21 luglio, propone la Sua pedagogia.
        L'evangelista Marco al cap. 6,30-34, la sintetizza, facendo capire che la fede, concretamente è incarnata in atteggiamenti religiosi: «gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed Egli disse loro: Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'».
        Il Maestro che aveva inviato i discepoli «a due a due», in rappresentanza di quella prima comunità cristiana, per «darsi», adesso li invita a «sottrarsi» all'oppressione della folla. I due atteggiamenti non sono in contraddizione, sono due «respiri» di una medesima vita, quella della fede, con il discernimento fra bisogno religioso e desiderio di fede.
        Con grande finezza pedagogica, Gesù invita a riflettere sul «meraviglioso», esperimentato dai discepoli. La loro esperienza di Dio e del «miracolo» è esperienza che libera e guarisce dal bisogno? Si trovano con un cuore aperto dal desiderio, cioè hanno essi l'esperienza di «beatitudine»?
        Tutti noi discepoli, come quelli di allora, dal primo all'ultimo (anche oggi) «...come pecore senza pastore», siamo chiamati a convertirci dal bisogno, cioè dalla routine, dal limite, dalla volontà di autogestirsi, dal «fai da te», dallo «usa e butta», anche nella risposta alla «provocazione» dell'Unico, dell'Assoluto, della consegna totale e perduta a Lui, in una tensione, libera e posseduta, verso tutto ciò che è offerto dalla presenza degli altri e dell'Altro.
        Gesù, ancora oggi, sollecita la comunità ecclesiale a ritrovarsi come desiderio, che percorre tutta la propria esperienza di umanità, e non una sola parte, a ritrovarsi e a ricrearsi nei desideri fondamentali: libertà, amare ed essere amati, conoscere. Tutto ciò che Gesù ha fatto e detto, il Vangelo, solo se letto alla luce della fede, può dare la capacità di andare oltre il dato che «appare», per scoprirvi il dato «eterno».
        Cristo risorto, il Signore, è la «vita eterna» già compiuta, il «desiderio umano» già realizzato, in attesa che tale realizzazione sia «totale e definitiva».
        È questo il miracolo, il meraviglioso che opera la fede, dando all'uomo la capacità di proiettarsi al di là di ciò che appare, senza evidentemente saltarlo, per pervenire alla realtà intima e reale del creato, partendo dal «dato», per arrivare a ciò che il dato significa, dall'oggi per aprirsi al domani, dal contingente all'assoluto.
        Se la nostra attesa ancora oggi, come per la gente sfamata col miracolo della moltiplicazione dei pani, si ferma all'oggi, al contingente, legata all'immanenza mondana, Cristo diventa incomprensibile a tutti, fedeli e pastori, come incomprensibili restano i segni, attraverso i quali Egli continua a rimanere in mezzo a noi, permettendo alla «morte» di continuare a dominare la «vita».
        Queste precisazioni, invitanti a lasciarsi guidare dal Padre, nella gratuità del suo esigente amore, sono state necessarie, non per soddisfare pruriginose curiosità, ma per non perdere la provvidenziale occasione di mettere, ancora una volta, il dito su piaghe purulenti, rese maggiormente sanguinolenti, anche da alcune «vergogne» della chiesa istituzionale, oggi ancora privilegiata, nonostante la costituzione dogmatica Lumen Gentium: questa costituzione, come ha avuto una gestazione e un parto profondamente «travagliati», così non ha trovato «fortuna» nemmeno nella crescita.
        L'esperienza religiosa si matura nella fede, se cresce nella distanza dal «sensazionale», se cresce verso il futuro, in un'attesa gratuita, sostenuta dalla certezza che l'onnipotenza di Dio si manifesta alleata dell'impotenza, come per Gesù, così per i suoi discepoli.
        Questa scheggia di tempo è stata così vissuta dal protagonista.
        Ore 1,30 a letto; 1,45 in braccio a Morfeo; 3,53 sveglia; 4,15 recita (o meglio: ascolto) di Lodi, con inno e salmodia (Sal. 86; Is. 40 e Sal. 89) da cui si riportano alcune espressioni più significative:

        «...donaci occhi limpidi, che vincano le torbide suggestioni del male. Donaci un cuore puro, fedele nel servizio, ardente nella lode... Di te si dicono cose stupende, città di Dio... Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e suoi trofei lo precedono.
        Come un pastore, egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri...
        Ecco le nazioni sono come una goccia da un secchio, contano come il pulviscolo sulla bilancia...
        Grande è il Signore in Sion, eccelso sopra tutti i popoli... Mosè e Aronne... Samuele, invocavano il Signore ed egli rispondeva... eri per loro un Dio paziente, pur castigando i loro peccati... Santo è il Signore nostro Dio».
        La radio, al minimo, contribuiva a creare un clima di misticismo, col sottofondo di musica americana, sfociante in una canzone molto bella: «L'amore è un fiume», che lo colpì particolarmente, tanto che, sulle ali di quelle note, cercò di... riappisolarsi; ma nulla da fare!
        Riprese Lodi dalla sorprendente lettura breve, cui seguì l'appello insistente del responsorio: «Con tutto il cuore ti cerco, rispondimi Signore», con l'antifona e il cantico di Zaccaria.
        Alle ore 5 «tuffo» nella cronaca, con le ultimissime della notte: sei giovani piacentini, insieme alla guida, un seminarista, «schiacciati e soffocati» da una slavina nel Trentino...
        Alle 5,10, con la tristezza nel cuore, lasciò il tepore del letto, per passare al fresco sferzantino del terrazzo, con l'intento di dare al Signore la «sua risposta», facendo sue le preci: «Gloria a te nei secoli, Signore, Padre clementissimo, ti benediciamo per il tuo immenso amore, che risplende nella creazione e ancor più visibilmente nella redenzione... Purifica i nostri cuori da ogni desiderio di male... apri il nostro cuore alle necessità del fratelli, perché incontrandoci non ci trovino freddi e senza amore verso di loro».
        Per «ruminare» meglio queste invocazioni, un po' di yoga «circadiale», a base dei «cardiaci» esercizi aerobici, cui seguì il Padre Nostro.
        Fu a questo punto che notò, tra le meravigliose sfumature cromatiche, un punto rosseggiante, che annunciava la «levata» del sole, salutato da Zino, nell'ebrezza di quella manciata di minuti, con la significativa preghiera surriportata, quasi un preludio d'eternità.
        Ma quella mattina sembrava che il sole facesse fatica ad alzarsi, perché una nuvoletta gli faceva da schermo, assumendo prima la forma di un corpo uterino, con tube e ovaie. Il lettore non deve sorprendersi del linguaggio così detto «pornografico», in connubio col linguaggio «sacro», perché la pornografia non è nelle «parole», che si usano per chiamare le cose, ma nella «testa» di quelle persone che, farisaicamente, vedono persone e cose, in chiave pornografica e oscena.
        Travaglio di questa postilla: il mastro aveva inserito quest'ultima puntualizzazione, nello stesso periodo del testo, già trascritto in precedenza, nel quale non era stato riportato, un paio di giorni prima, non per una dimenticanza, ma per un senso di delicatezza «pelosa», nei confronti di orecchie «ipersensibili» a certi discorsi.
        Si era accorto in tempo dell'imperdonabile «gaffe» di trattare gli altri come minorenni, o addirittura come minorati, per cui aveva «riparato» con la suddetta chiosa, il 28 luglio alla mattina della «per lui famosa» domenica XVII, prima della S. Messa.
        Al pomeriggio gli viene promesso un articoletto interessante, che giunge nelle sue mani alle prime ore del lunedì, assaporandolo «doppiamente», sia per il contenuto, sia per la conferma «inattesa» del codicillo apposto alcune ore prima a questa pagina.
        Egli chiede venia all'autore dell'articolo, che non conosce, di essersi abusivamente pigliato un «terzo gusto», di riportarlo qui in parte, per un «prelibato assaggio» anche ai lettori.

        Tutto dipende dalla chiave d'interpretazione da noi usata, per leggere comportamenti ed eventi, persone e cose. Cambi chiave e la musica cambia, non ci sono dubbi. «Se il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà luminoso». Ma se il tuo occhio è torbido (è il cambiamento di chiave) tutto dentro di te e intorno a te sarà tenebra.
        Si racconta che un giorno, un tale chiese ad un anziano avanzato nelle vie dello spirito: «Mi puoi dire, padre, chi sono io?».
        «Sei quello che pensi, rispose pacatamente, e te lo dimostro con una piccola storia.
        Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto, si videro sulla via dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.
        – Sono un papà e una mamma –, pensò una bambina innocente.
        – Sono due amanti –, pensò un uomo dal cuore torbido.
        – Sono due amici che si incontrano da molti anni –, pensò un uomo solo.
        – Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare –, pensò un uomo avido di denaro.
        – È un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra –, pensò una donna dall'anima tenera.
        – È una figlia che abbraccia il padre di ritorno dalla guerra –, pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.
        – Sono due innamorati –, pensò una ragazza che sognava l'amore.
        – Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue –, pensò un assassino.
        – Chissà perché si abbracciano –, pensò un uomo dal cuore asciutto.
        – Che bello vedere due persone che si abbracciano –, pensò un uomo di Dio. Ogni tuo pensiero, concluse l'anziano, rivela a te stesso quello che sei. Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su di te di qualsiasi maestro».

        Successivamente, la predetta nuvoletta prese la forma di una croce greca, con asse trasversale pomettato, e senza la parte superiore. Soltanto alle 5, 53, il sole apparve in tutta la sua fiammeggiante circonferenza.
        Alle 6,10, dopo aver «celebrato» un desiderio, che travalicava ogni bisogno, senza eluderlo, slittamento in cucina, per la solita tazza di latte macchiato al miele, una banana e una spremuta di limone, arancia e pompelmo, e via nella... quotidianità, vista con «gli occhi» di Dio.
        Il lettore non si sorprenda di questa descrizione cronometrica, perché l'interessato aveva in camera la radio, con segnalazione luminosa, e sul terrazzo, l'orologio da torre «preciso», come colui che si è pigliato il «lusso» di cronometrare un normalissimo episodio d'insonnia, e di fenomeno naturale, su cui, per tante coincidenze, lasciandosi abbracciare da Dio, dal «suo» futuro e dalla sua gratuità, ci si può porre una domanda: «Casi fortuiti» o «scherzi» della Provvidenza?
        Egli legge in questa scheggia di vita vissuta una «Presenza misteriosa e reale», che dà ancora una risposta a tutta la sua storia, esplicitandola, in quel momento, anche nella lettura breve del giorno: «Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla lo faccia come con parole di Dio, chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!»
        Esempio concreto di come il Krònos, diventato Kairòs, nella contemplazione del cosmo, possa proiettare chiunque verso l'Aiòn.
        Peccato che, il più delle volte, sprechiamo questi momenti di grazia, specializzati come siamo al compromesso e, col nostro meccanismo di autodifesa, pur accettando la Parola di Gesù sul piano teorico o dell'affermazione verbale, puntualmente la smentiamo nella prassi e nella vita.
        Tante volte ascoltiamo e ripetiamo, senza battere ciglio, le esigentissime e compromettenti affermazioni di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce... chi vuol salvare la propria vita la perderà... che serve guadagnare il mondo intero...».
        Alle esplosive affermazioni evangeliche, opponiamo continuamente le barriere della nostra pigrizia e mancanza di volontà di conversione, le svuotiamo della loro radicalità, le riduciamo a slogans, a modi di dire paradossali, ma innocui.
        Eppure sappiamo che la salvezza, che il Signore intende attuare nei confronti dell'umanità, passa attraverso la croce di Cristo e la nostra, come avviene in una donna che partorisce alla gioia della vita, nel dolore.
        In una scena del «Dolce film», i due protagonisti compaiono nudi, immersi nello zucchero; la donna dice all'uomo: «non ho mai mangiato tanto zucchero e non ho mai avuto la bocca tanto amara». E lo uccide. Esempio emblematico, che ci invita a riflettere!
        Chi si immerge nella materialità delle cose, con l'illusione di «zuccherare» la vita, è destinato alle più grandi delusioni, perché solo una fede autentica, immergendo l'uomo nella «liturgia cosmica», attraverso le poche schegge di tempo dell'esistenza terrena, può guidarlo a «pregustare» già qui sulla terra la vera felicità, come una primizia della beatitudine definitiva ed eterna.
        P. Teilhard de Chardin, con il suo linguaggio, spesso creativo ed intuitivo, nella sua opera più nota «Le milieu divin», affermava che il cosmo non è solo epifania di Dio, ma anche sua «diafana». Dio non solo risplende in esso, ma anche «attraverso» esso, comunica la sua parola, si rivela, si presenta all'occhio del credente.
        Il creato, per la Bibbia, è in certo senso santificato da questa presenza, divenendo capace di lode, di ringraziamento, di benedizione, accanto alla creatura che, più di tutte, può lodare, ringraziare, benedire il Signore, cioè l'uomo, re del creato.
        «Il sole, scrive il Siracide, mentre appare al suo sorgere proclama: Che meraviglia l'opera dell'Altissimo» (43, 2). E Giobbe ci ricorda che, quando Dio poneva le fondamenta dell'architettura terrestre, «le stelle del mattino gioivano in coro e tutti i figli di Dio applaudivano» (38,7).
        Tutto il Sal. 19 è latore di un messaggio del creatore trascendente. Un messaggio affidato al ritmo circadiano del dì e della notte, un messaggio trasparente, anche se non di facile ascolto:

«I cieli narrano la gloria di Dio,
e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento;
il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia.
Non è linguaggio e non sono parole,
di cui non si oda il suono.
Per tutta la terra si diffonde la loro voce
e ai confini del mondo la loro parola»

(Sal. 19, 2-5)

        È questo il « Kerygma » proclamato dal cosmo intero, nella sua dimensione spaziale e temporale: c'è una «musica teologica dell'universo» (H. Gunkel).
        S. Atanasio commentava: «il firmamento, attraverso la sua magnificenza, la sua bellezza, il suo ordine, è un predicatore prestigioso del suo artefice, la cui eloquenza riempie l'universo» (PG. 27, 123).
        Si tratta però di un messaggio comunicato senza che «si oda il suono», è una comunicazione che non ha bisogno dell'apparato uditivo per essere colta, perché è filtrata solo attraverso la contemplazione e la fede. Tutta la terra è, però, coinvolta in questo grido «silenzioso», che solo l'uomo può captare, attraverso il canale di conoscenza della fede.
        S. Giovanni Crisostomo (Bocca d'oro) osserva: «Questo silenzio dei cieli è una voce più risonante di quella di una tromba: questa voce grida ai vostri occhi e non alle vostre orecchie, la grandezza di chi li ha fatti» (PG. 49, 105).
        Alla Torah della natura, in particolare del sole, nella seconda tavola del dittico si accosta la Torah della Parola rivelata, anch'essa tratteggiata nei vv. 8-15 del Salmo con attributi solari: «I comandi del Signore sono radiosi, illuminano gli occhi; la Parola del Signore è pura...; anche il tuo servo ne viene illuminato» (vv. 9, 10, 12).
        D. Bonhoeffer commentava: «Il Salmo 19 non può parlare della magnificenza del corso degli astri senza pensare, con uno slancio improvviso e nuovo alla magnificenza, ben più grande della rivelazione della legge divina».
        E già nel medio evo l'esegeta rabbinico Kimchi affermava che: «come il mondo non si illumina e vive, se non per opera del sole, così l'anima non si sviluppa e non raggiunge la sua pienezza di vita, se non attraverso la Torah».
        La straordinaria cavalcata nei misteri dell'essere, a cui Dio costringe Giobbe nella finale del libro (cc. 38-41), approda alla scoperta del mistero di Dio, della sua «logica» trascendente, che riesce a tenere compatti e in armonia il mare tempestoso e la terraferma, l'alba e il tramonto, la neve e il caldo, la leonessa e il corvo, le camosce partorienti e il bufalo impetuoso, l'asino selvatico e il cavallo, lo struzzo buffo e l'aquila solenne, il mostruoso Behemot e il terrificante Leviatan...
        Il Sal. 148, in una colossale coreografia cosmica, in cui tutte le creature sfilano davanti al Creatore, intonando un Hallelujah corale, celeste e terrestre, presenta il vero, grande liturgo della creazione, l'uomo, rappresentato in tutte le età, le dignità, gli strati sociali e i sessi.
        Lo stupore non è un «accessorio» del re dell'universo: è necessario alla vita come il respirare, o il camminare (soprattutto oggi, in cui si respira «smog», causato anche dalla schiavitù del camminare in «macchina»), l'amare o il nutrirsi (non di surrogati!...).
        Ma la capacità di «stupirsi» non è «da tutti».
        Chi sa stupirsi si mette davanti alla natura, in un atteggiamento di rispetto e quasi di pudore, come davanti ad una bellezza che domanda, innanzitutto, di essere colta e amata.
        Stupirsi, allora, non è un atteggiamento che coinvolge solo gli occhi, lo sguardo, non è qualcosa che è originato solo dalle immagini, provenienti dall'esterno. Stupirsi è affare di «cuore», ma un cuore sgombro da affanni, da calcoli utilitaristici, un cuore libero da sentimenti di possesso, di sospetto, di profitto...
        C'è un modo «dialogante», direi tutto «occidentale» di porsi davanti al mondo della natura, in cui il «vedere» diventa quasi un «possedere», un voler «violare» i segreti più intimi, le bellezze più recondite.
        Niente di più contrario all'atteggiamento dello stupore. Perché lo stupore è «povero» e solo un cuore di povero può stupirsi. Perché lo stupore è pieno di pudore, davanti ad una bellezza che viene donata e non espugnata, che viene offerta e non conquistata.
        Anche i mass-media, tante volte, usano violenza alla natura ed agli spettatori, con reportages che diventano occasione morbosa, per «violare» spazi incontaminati o sentimenti da lasciare alla riservatezza. La legge del «profitto» non può avere questo pudore.
        Quando veramente lo stupore è grande, si prova quasi inavvertitamente il bisogno di chiudere gli occhi: quasi a preservare la bellezza che si è incontrata, dal contatto con altre immagini, che vengono a sovrapporsi immediatamente e a farla scomparire. Chi sa stupirsi, sa anche praticare una certa «ascesi» dell'immagine, per raggiungere un auto-dominio di quell'istinto «divorante» di immagini, che oggi schiavizza tanti di noi.
        Sarà questa ascesi dell'immagine che, penetrando attraverso lo «sguardo» fino al cuore, aiuterà a cogliere nel cosmo una Presenza, la Presenza di una Persona che, certamente, rivolgerà a noi la sua «Parola», una Parola che si può recepire solo nel silenzio, un silenzio quasi «estatico», che avvolgerà tutta la persona.
        Per il corpo provato dalla «fatica» dell'ascesi, il silenzio è quasi spontaneo e l'ascolto sarà «riposante», abbandonando la persona alla «contemplazione».
        Ecco come la «parola dell'immagine», educando sguardo e udito, penetrerà fino al cuore. Quello che si «vede» a questo punto fa vibrare il cuore e fa nascere dei sentimenti.
        Non è più lo sguardo distaccato dell'osservatore o dell'uomo di scienza, ma lo sguardo innamorato di chi coglie l'anima di questa bellezza e vi si immerge.
        Allora, quando questo accade, il cuore comincia a provare delle reazioni particolari: è pace interiore, è lode e ringraziamento, è atteggiamento di benevolenza verso gli altri e gratitudine per la loro presenza.
        Questi sentimenti, in definitiva, si dirigono verso Dio e verso quelli che ci stanno accanto, ai quali si cerca di trasmettere una lama di «luce», dalla quale siamo stati avvolti, e di «bellezza», che abbiamo «assaggiata».
        Ricordiamo che la bellezza è qualcosa di oggettivo, ma è soprattutto una caratteristica o capacità del nostro sguardo, per cui una persona è bella, se è bello e limpido il nostro sguardo... Ha un parlare affabile e dolce, se il nostro udito è sensibile a recepirlo... È buona, se il nostro cuore sa cogliere l'ebbrezza «estatica» di un sentimento profondo...
        Un paesaggio è bello, perché i nostri occhi sono trasparenti alla bellezza, i nostri orecchi sono sensibili a coglierne le note melodiose, e, soprattutto, il nostro cuore non è affetto da «sclerocardia», in modo da «esperimentare» la gioia di consegnarsi al desiderio dell'Apro e degli altri: «IL SILENZIO È LA MUSICA DI DIO».

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