Vallata - notiziario vallatese -

In copertina
Quadro in sala consiglio
Opera del pittore Alfonso Cipollini in arte "Irpino"
-1990 raffigurante i momenti più salienti della storia locale in ordine cronologico:-

1)     Lupo : origine irpina di Vallata;
2)     S.P.Q.R. e mascherone in pietra: origine romana di Vallata;
3)     Rivisitazione storica della battaglia del 6/5/1496 etra Vallatesi e la truppa del Gonzaga, Marchese di Mantova;
4)     Maestoso portale in pietra della chiesa madre del 1568;
5)     Volto del Beato Padre Vito Michele Di Netta, apostolo delle Calabrie e prossimo alla Santità;
6)     Stemma di Vallata;
7)     Chiesa del "Murticidd" con torre dell' orologio;
8)     Monumento alla Vittoria (4.11.1918) nella piazza centrale;
9)     Panorama di Vallata.


V CENTENARIO DELLA BATTAGLIA DI CHIANCHIONE
                                        1496- 1996

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                        PROGETTO DI PROGRAMMA
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                                    4-5-6 maggio1996
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1)            sabato 4 maggio 1996

Conferenza / tavola rotonda / dibattito

a) conferenza sul periodo storico fine secolo XV
b) Vallata nel contesto storico del secolo XV
c) la Battaglia di Chianchione
d) ricerca e presentazione di documenti storici

OBIETTIVO: Ricercare i documenti storici del periodo e scrivere indelebilmente la Battaglia con criteri scientifici; consulenza storica.
OPERATORI: a) Docenti ordinari dell’Università degli Studi di Salerno sotto la direzione del Prof. Massimo Mazzetti - Direttore del Dipartimento di
Scienze Storiche e Sociali -; b) Relatore vallatese sulla Battaglia di Chianchione. Durerà la manifestazione culturale il responsabile comunale dei servizi socio-culturali.
LUOGO: - mattino - presso il locale Liceo - Conferenza e dibattito - pomeriggio - presso la Sala Consiliare - Tavola rotonda e dibattito

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2)        domenica, 5 maggio 1996

         Rappresentazione dei vissuti storici

a) corteo in costume per le strade del centro storico
b) offerta di prodotti dell’economia locale del tempo
c) premiazione del miglior torello proveniente dagli allevamenti nostrani - 1^  Fiera del Torello
d) gare rionali di tiro con l’arco a bersaglio “torello” (1° premio torello)
e) annullo postale delle cartoline di Vallata o altra posta ordinaria

        Il corteo storico sarà formato da:
1 - Feudatario, moglie e figli
2 - corte e cortigiani (10 coppie)
3 - clero (3 componenti)
4 - guardie del castello con alabarda (manipolo di 20 uomini)
5 - balestrieri ed arcieri ( manipolo di 20 uomini)
6 - volgo o popolo (ivi rappresentanti di arti e professioni)
7 - partecipanti alla gara del tiro con l’arco che conducono il TORELLO

LUOGO: - mattino - centro storico di Vallata per il programma previsto alle lettere a), b), c), e)
- pomeriggio -centro storico di Vallata per il programma previsto alle lettere b),d),e)

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3)         lunedì, 6maggio 1996
Commemorazione della Battaglia di Chianchione

a) S. Messa in commemorazione di caduti del 6.5.1496
b) scopertura della EPIGRAFE COMMEMORATIVA in via Chianchione
c) corteo storico
d) drammatizzazione teatrale della Battaglia
e) Annullo postale delle cartoline di Vallata o altra posta ordinaria

La drammatizzazione sarà affidata al LABORATORIO TEATRALE operante
presso il locale Liceo Scientifico


LUOGO:

 mattino - Centro storico di Vallata per il programma previsto alle lettere a), b)
     "         Casa Comunale    "    "        "    "        "    "        "    "        "       e)

pomeriggio - Centro storico di Vallata c),d)

--------------- OBIETTIVO GENERALE DELLE MANIFESTAZIONI 
1 - Promuovere Vallata nel contesto socio-economico, culturale e turistico del Mezzogiorno;
2 - Creare un indotto produttivo intorno all’occasione e fissare le basi per le ricorrenze annuali


1^ fase operativa:

- sono in corso di stampa n.4 cartoline di Vallata X 2.500 copie = 10.000
- sono in corso di le medaglie commemorative del V Centenario - si sta approntando il numero speciale di "Vallata notizie 4" per la pubblicazione in ristampa della Battaglia di Chianchione di A.Saponara con l’aggiunta di alcuni documenti storici - si sta commissionare la produzione di prodotti tipici dell’economia locale (artigianato e Agricoltura)
- si è data diffusione al regolamento della 1^ A Fiera del torello* concorso per premiare il miglior capo di bovino sopranno con "Tiro con l’arco"
- sono state inoltrate agli Enti pubblici le richieste di patrocinio e di contributi finanziari

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L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI VALLATA

ORGANIZZA LE MANIFESTAZIONI DEL V CENTENARIO TRAMITE IL COMITATO
ORGANIZZATIVO COSTITUITOSI IN PUBBLICA ASSEMBLEA IL 12.12.1995,
Altri Enti patrocinanti : Regione Campania Amministrazione Provinciale di Avellino, Comunità Montana dell’ Ufìta

V CENTENARIO DELLA BATTAGLIA CHÌANCHIONE
1496 - 1996 ---1^ FIERA DEL TORELLO
-
concorso--- 5.5.1996

        art.1
Possono partecipare tutti gli allevatori che chiederanno l’iscrizione al Comitato Organizzatore versando la somma dì L. 50.000 per ogni capo messo a concorso.
        art.2
I torelli non dovranno avere meno di 15 mesi e non più di due anni; da certificarsi al momento dell’iscrizione.
        art.3
Sarà premiato il miglior vitello scelto da una commissione di esperti , il cui giudizio resta insindacabile. Fanno parte della commissione: veterinari, macellai e allevatori.
        art.4
L’ allevatore proprietario sarà premiato:- al 1° classificato sarà consegnato un premio in denaro di L. 500.000 , un attestato di riconoscimento per la qualità e una medaglia ricordo del V Centenario;- al 2° classificato sarà consegnato un premio in denaro di L. 250.000 e una medaglia ricordo del V Centenario. - al 3° classificato sarà consegnata una medaglia ricordo del V Centenario.         
        art.5
Le domande di partecipazione vanno indirizzate al Comitato Organizzatore - c/o Comune di Vallata , entro il 4.5.1996

5° CENTENARIO DELLA BATTAGLIA DI CHIANCHIONE

1496 - 1996—REGOLAMENTO tiro con l’arco 5.5.1996—
                        gara del torello
        art.1
Alla gara del torello possono partecipare tutti i cittadini di Vallata residenti e non residenti, tutti i figli di Vallatesi residenti all’ Estero, e tutti coloro i quali potranno dimostrare di essere discendenti di Vallatesi. La partecipazione è vincolata all’appartenenza ad una delle contrade in cui è suddivisa Vallata.
        art.2
Per ogni contrada potranno partecipare non meno di tre e non più di dieci rappresentanti, che per la gara dovranno indossare vestimenti tipici dell’epoca; per le iscrizioni le contrade dovranno versare al Comitato L.50.000 per ogni rappresentante.
        art.3
La gara si svolgerà in tre prove consecutive ad eliminatoria in modo che dopo la prima prova accederanno alla seconda solo il 50 % dei partecipanti che hanno totalizzato il maggior punteggio dopo tre tin con l’arco. Al terzo turno parteciperanno solo il 50 % dei partecipanti al secondo turno dopo i tre tiri d’arco.
        art.4
Si aggiudicherà fa gara individuale chi dei partecipanti al turno finale avrà totalizzato il maggior punteggio. in caso di parità si provvèderà ad altri tre tiri di arco per proclamare il vincitore,in caso di ulteriore parità il premio sarà aggiudicato “ex * art.5 AI vincitore sarà consegnato una medaglia commemorativa del V Centenario coniata dall’istituto Poligrafico dello Stato, un trofeo e un premio in denaro ( L.500.000); al 2° classificato sarà consegnata una medaglia commemorativa del V Centenario, una coppa e un premio in denaro  (L.200.000); al 3 classificato sarà consegnato una medaglia commemorativa dei V Centenario e una coppa.
        art.6
Il Torello sarà aggiudicato alla contrada che avrà totalizzato li maggior punteggio risultante dalla somma dei tre migliori punteggi ottenuti da tre partecipanti nel corso delle tre prove 
        art.7
Il bersaglio sarà costituito da una figura a forma (di testa) di torello sulla cui fronte saranno stampati cinque cerchi concentrici con indicato il punteggio dall’esterno all’interno da 100 a 500 punti. I concorrenti saranno posizionati a una distanza minima dal bersaglio: 
1A prova a metri 15
2A prova a metri 20
3A prova a metri 30

        art.8
Il comitato organizzatore nominerà una giuria di gara che avrà il compito di derimere ogni controversia con decisioni insindacabili; alla stessa giuria sarà demandato il parere di variare le distanze di tiro qualora il bersaglio non venisse colpito da almeno il 40% dei partecipanti


Perla partecipazione al tiro con l’arco VALLATA viene suddivisa nelle seguenti contrade:

1 - Contrada di Porta Rivelllno o del Torello,
comprensiva delle vie: Rivellino, Fontana, Cesine, Corso Kennedy, Borgo S.Antonio

2 - Contrada di Porta Tiglio o Nova,
comprensiva deBe vie: S.Maria, piazza Tiglio, Terzo di Mezzo e Serrapolla

3 -Contrada di Porta del Piano,
comprensiva delle vie: XX Settembre, Porta del Piano, Mastroprospero, Annunziata, Giardini, Incoronata

4 - Contrada di Porta di Mezzo,
comprensiva delle vie: Papa Giovanni XXIII , Gramsci, Piazza di Sotto, Valloncastello, Iazzano

5 - “Contrada fuori le mura” di Chianchione,
comprensiva delle vie:Chianchione, Mezzana Valledonne, S. Vito, Sferracavallo, Carosina

6- “Contrada fuori le mura” di S.Giorgio,
comprensiva delle vie: S. Giorgio, Matteotti, Mezzana Perazze, Maggiano, S.Lucia, Pertini,


5° CENTENARIO DELLA BATTAGLIA DI CHIANCHIONE
                            6 maggio/ 1496 - 1996
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Corteo storico 5-6 maggio 1996

1 - Feudatario, moglie e figli
2 - Corte e Cortigiani (10 coppie di dame e cavalieri)
3 - Clero
4 - Guardie del castello con alabarda (manipolo di 20 uomini)
5 - Balestrieri o arcieri (manipolo di 20 uomini)
6 - Volgo o popolo, ivi rappresentanti di arti e professioni
7 - Torello condotto dagli arcieri concorrenti distinti per contrade
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-SINDACO  - Mastro Prospero (partito francofilo) forse caduto nella via omonima insieme a un gruppo di eroi mentre cercava di di prendere alle spalle i Veneziani che bombardavano Vallata dalla collina di S.Maria
-FEUDATARIO  - Federico d’Aragona (figlio del re)
- Principe d’Altamura e Feudatario di Vallata-(partito aragonese) genero di Pirro 0.1 Balzo Signore e Benefattore di Vallata, il quale peri la Notte di Natale 1491 gettato in mare da Castello dell’Ovo di Napoli nella repressione della Congiura dei Baroni
-FEUDATARIA  -Isabella Del Balzo figlia di Pirro Dei Balzo
-ARCIPRETE - Don AngeIo Antonello De Meo (partito francofilo) eroe Vallatese che incitò i compaesani a battersi contro gli aragonesi. Dopo la battaglia non fu giustiziato, ma sostituito dal suo antagonista difensore dei partito aragonese Don Matteo de AntoneUo. Successivamente forse fu ìmpiccato
-PAPA - Alessandro VI (Borgia)  parteggia per gli aragonesi
-MARCHESE Dl MANTOVA  - Francesco Gonzaga, comandante dell’esercito della Lega che sbarrò il passo a Carlo VIII a Fornovo sul Taro (6.7.1495), otto mesi dopo scese nel regno di Napoli per liberarlo dai Francesi
- DUCA Dl GRAVINA  - Francesco Orsini molto pratico del paese. accompagnò il Marchese di Mantova, fedele alla casa Aragonese
- RE Dl NAPOLI -Ferdinando I , aragonese
- Delegazione Mantovana inviata presso porta Rivellino o Torello per chiedere l’obbedienza agli Aragonesi:
- ALESSIO BECCACUTO - CAPITANO DEI BALESTRIERI-stratioti  = soldati levantini a cavallo,armati alla leggera, DELLA CITTADELLA DI VERONA - fu colpito all’alluce —“ deto grosso del pede’
- ALOVISIO DE LI ALBORI  - CAPITANO - fu colpito in una coscia da una partesana=alabarda
- FRANCESCO GRASSO - CAPITANO DI FANTERIA fu copito da una freccia (passatore)che si conficcò sotto il braccio destro per uscirne dietro la schiena e fu colpito anche al ginocchio da una lancia
- GIACOMO SOARDINO - CAPITANO - giovane nobile ed onorato paggio del Marchese di Mantova - gli fu ‘ guasto il volto con un colpo di sasso”


pag.100 e segg. G. De Paola
=sopravvenuta con difficoltà le nostre artiglierie, e fatto intendere se gli uomini si volessero arrendere, e dopo che questi gridarono “Francia, Francia” ... piantate due bombardelle e alcuni passavolanti ( macchine per lanciare sassi in guerra) e da poi messi li scoppiettieri e balestrieri alle poste, i fanti mantovani si presentarono sotto le mura, animosamente, benché i sassi volassero dalle mura e quelli della terra lavorassino con l’artiglieria. issate le scale e salendo i mantovani , più volte furono ribattuti dall’altra parte; pur i fanti mantovani attendevano a rompere le mura. Ultimo loco, il marchese di Mantova, il quale astava e dava animo a tutti esortandoli alla vittoria, fece smontare due squadre dei suoi uomini d’arme e li condusse alle mura, e così cominciarono anche loro a scendere con le scale. Si combatteva in prossimità delle tre porte ( Porta Rivellino, Porta Tiglio e Porta del Piano) in modo molto virile e cruento finchè conquistarono le mura, ed entrati dentro "non fu perdonato nè a età nè a sesso”. Deposte le armi per i vallatesi, fu fatto un bando. che le donne e gli uomini fossero salvi della vita. Tutta Vallata fu saccheggiata.......riferisco il vero perché vedo ogni cosa con l’occhio.......non posso tacer che io li vidi presentarsi così animosamente quanto non ho visto mai altri soldati ... preso il paese io entrai dentro... Era una pietà a veder gli uomini morti che giacevano per le strade e nelle case. 
(Giovan Filippo Aureliano) =...La fama d’esser stata rovinata Vallata si sparse per le terre convicine...

Chianchione    l'asperissima bataglia de Vallata

        Sacco - Distruzione - Eccidio

LA CORNICE STORICA D’ UN QUADRO ORRENDO

Agli albori dell’Evo Moderno, Carlo VIII Re di Francia, cala in Italia per conquistare il Regno di Napoli su cui vanta diritti. Alfonso II d’Aragona — già Duca di Calabria — Re dii Napoli sapendosi odiato dai sudditi. abdica in favore del figlio Ferdinando — detto Ferrandino — Il di questo nome; il quale Vistosi abbandonato sia dai Baroni che dall’Esercito, si rifugia nel Castello d’Ischia. in attesa di più favorevoli eventi. Così, Carlo VIII, il 21 febbraio 1495 entra solennemente in Napoli. L’mprevista fortuna del Monarca francese allarma i Sovrani d’Europa: Massimiliano I. imperatore di Germania. Ferdinando il Cattolico Re di Spagna, la Serenissima Repubblica di Venezia. Papa Alessandro VI (Borgia) e Lodovico il Moro firmano un Trattato di alleanza contro la Francia. Carlo VIII. avuito sentore della Lega. lascia gran parte dell’Esercito nel Reame conquistato e, con soli 6000 uomini prende la via di Francia: ma a Fornovo - sul Taro - si trova di fronte all'Esercito della lega che, sotto il comando di Francesco Gonzaga, Marchese di Mantova, gli sbarra il passo. I Francesi hanno la peggio: ma gli Alleati, per avidità di bottino, si lasciano sfuggire la vittoria: Carlo VIII riesce a sfuggire! (6 luglio 1495). L'esercito alleato, dopo Fornovo, non scende nel Meridione per liberare il Regno dai Francesi: il Gonzaga lascia Ravenna diretto a Napoli, circa otto mesi dopo: 1 marzo 1496. (1)

BATTAGLIA DI VALLATA

L’Irpinia parteggia per i Francesi. Per Sottometterla si attende l',arrivo dell’Esercito Veneziano. Il Marchese di Mantova s'incontra a Foggia con Re Ferdinando e, dopo un Consiglio di guerra inizia le belliche operazioni: Uno degli episodi più salienti della Campagna è la Battaglia di Vallata, così narrata da Paolo Giovio:

Vallata quoque oppidum in edito colle positum magna vi atque ira militum expugnata trucidatis q: ad unum ferme omnibus oppidants direpte quoad Vallaten fes agresti feritate in fide Gallorum perseverantes, primo statim adventu ad colloquium prograssus, Alexium Beccacutum, Aloysiurn q. Alberurn delectorum coortis praefectu et Crassum centurione missilibus vulnerassent, Suardino p: etiam ex armigeris familiaribus nobili decoro q: adolescentern adversum os lapidi ictu deformassent Vallatesium calamitate permoti popoli omnes qui Vicobisaza (2), Carifras (3), Guardiam (4), Sancti Angeli (5), Castrum (6), Urben q : Cidoniam (7), incolum praemissis oratoribus ad Aragoniam fidem redierunm (8).

 

Vallata. Castello posto sopra d’un alto monte, fu preso con gran forza e collera dei soldati e saccheggiato essendovi tagliati a pezzi quasi tutti i terrazzani; perché i Vallatesi con crudeltà villanesca, perseverando in fede dei Francesi di prima giunta avevano ferito con frecce Alessio Beccaiuto e Luigi Alvaro capitano d’una compagnia di fanteria scelta, e il Grasso capitano di squadra che erano venuti a parlamento, ed avevano con un colpo di sasso guastato il volto a Soardino giovane nobile ed onorato paggio del Marchese. Perciò tutti i popoli spaventati per la disgrazia dei Vallatesi cioè gli abitanti di Vico, Bisaccia, Carife, della Guardia, S. Angelo e della Città di Cidonia mandandovi oratori, ritornarono ad obbedienza degli Aragonesi (9).

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(1) Giuseppe Coniglio • F.co Gonzaga e la guerra contro i Francesi nel Regno di Napoli e relativa Appendice documentaria. Sanniuni A XXXIV Luglio. Dicembre 1961.
(2) Vico (oggi Trevico), e Bisaccia ambedue città con Cattedra episcopale. 
(3) Carife.
(4) Guardia dei Lombardi.
(5) S. Angelo dei Lombardi.
(6) Castelbaronia.
(7) Lacedonia - Città con Cattedra vescovile.
(8) Pauli Jovii Novocomensis Episcopi Nucerini, Historiarum sui temporis - Tomus primus - Liber IV Venetiis  apud Cominum de. Tridino Montisferrati A. D. MDLIII - fol. 128.
(9) Questa traduzione è riportata da Iannacchini - To pografla St. dell’Irpinia - Vol, III  pag. 77. Si noti che la parola «Castrum» non è stata tradotta.


RILIEVI E DISEGNI

        Il passo dell’illustre Istoriografo qui riportato, ci narra la causale del raccapricciante episodio bellico, del quale, con poche ma vigorose pennellate ci offre un quadro di palpitante realtà.
Esso però non soddisfa il lettore.
        Il Giovio tace alcune circostanze di tempo e di luogo: non precisa il numero delle vittime dell’eccidio, estendendolo alla quasi totalità degli abitanti: non ricorda un sol nome di quei cittadini che, sulle mura si batterono da leoni; non ci dice perché i Vallatesi avversassero così fieramente la Dinastia aragonese. Il lettore resta col desiderio di conoscere qualcos’altro, di avere una risposta agli interrogativi che gli si affacciano alla mente. di conoscere il nome di alcuno di quei ferventi terrazzani che incitarono il popolo vallatese a perseverare nella opposizione agli Aragonesi. conducendolo così in quel vicolo cieco in fondo al quale lo attendeva la rovina e la strage. Grazie al Cielo, siamo in grado di poter rispondere, se non a tutti. certamente a quasi tutti gli interrogativi, e con fonti degne di fede. Nel contempo, confutererno quanto da Storici, o da Cronisti locali, o dalla tradizione ci vien detto contro la logica e la evidente realtà dei fatti.
        Avvalendoci infine della conoscenza dei luoghi. con i dati in possesso e la tradizione. tenteremo di ricostruire alcune scene dello spaventoso dramma.



DATA DEL MEMORABILE AVVENIMENTO

        Il Giovio non ce la indica, li lettore è costretto a domandarsela. S’affaccia alla sua mente — quale punto di riferimento — un’altra data: quella della battaglia di Fornovo, (6 luglio 1495) e pensa che, dopo tale combattimento, l’Esercito della Lega, sempre sotto il comando di Francesco (l0) Gonzaga, lI Marchese di Mantova (1484-1519) a marce forzate sia calato nel Regno di Napoli per scacciare i Francesi. Così pensavamo e, il nostro pensiero veniva avvalorato da due manoscritti locali (11).
La distruzione e l’eccidio di Vallata sarebbero così avvenuti nel 1495...
        Niente affatto: Veneziani Scesero nel Meridione circa otto mesi dopo. Francesco Gonzaga. il 5 maggio 1496 campeggiava nei pressi di Monteleone di Puglia. All’indomani egli doveva saccheggiare « un luogo vicino. chiamato Castello » (12). Dalla lettera «ex Castris... apud Vallatam. VII Maij 1496» si rileva che, verso le XX ore del giorno precedente era a Vallata « luoco forte de sito et de homini » (13).
        Perchè questo? Aveva mutato proposito? Nelle lettere del Gonzaga e qui una lacuna. ma essa vien colmata da un documento che citeremo in seguito. Pel momento è necessario identificare la terra che porta il nome di Castello. Presso Monteleone non c'è ne ci fu un abitato chiamato così. Ce ne assicura quel Parroco, Don Rocco Paglia, cultore di Storia locale. Il prof. Giuseppe Coniglio, Direttore dell' Archivio di Storia di Mantova. così preciso in merito, la identifica con Castelbaronia (14). Si è tentati a dubitarne. Castelbaronia non « vicina »  a Monteleone, Non è in Apulia: e in Irpinia. Partendo da Monteleone. il Marchese di Mantova doveva passare per i luoghi ove più tardi — ma non nel medesimo tempo — son nate da Trevico, (allora Vico) Anzano e Scampitella. Di qui, per Serra d’Annunzio, doveva toccare il tenimento di Vallata e avvicinarsi all’ « oppidum » per quella selletta che oggi forma Piazza V. Emanuele III (Mercato). La porta più vicina (P. del Torello, detta anche del Rivellino) era ad appena 150 metri,  in terreno aspro e roccioso. 
Il Duce mantovano non poteva andare a Castelbaronia senza passare per Vallata. Ora possiamo noi sapere con certezza che vi sia passato? La risposta è affermativa. In un volume di «Archivio Storico Lombardo »son contenute le Croniche del Marchese di Mantova, opera di un contemporaneo e degna di fede; alla quale attinse anche il Guicciardini (15). Da questa Opera si rileva che. il Marchese, effettivamente aveva deliberato di andare il giorno seguente, 6 maggio « a ad un altro luogo chiamato Castello » (16) per punire quegli abitanti- che si erano dimostrati perfidi nemici del Re, ma essendo il paese inadatto al passaggio dell'artiglierie, giunto ad una terra chiamata Vallata (17). gli abitanti di essa usciti audacemente fuori delle mura, ferirono il Grasso Capitano dei Provisionati veneziani, Suardino, Alessio Beccaiuto Prefetto dei Stradiotti (18) e Luigi delli Alberi. uomini valorosi e cari al Marchese (19). Con questa notizia, tutto diventa chiaro. Il Gonzaga aveva iniziato una spedizione punitiva contro Castello, che non ancora veniva detto della Baronia (20). Il terreno non si prestava a un regolare passaggio di artiglieria e questo risponde a verità. Da Vallata (m. 870 sul liv. del mare), per andare a Castelbaronia (m. 638) il Marchese doveva attraversare quel sentiero che, oggi rasenta la Cappella della Madonna della Grazia e prosegue pel vicino torrente dei Grattanoni: in tutto circa 800 metri. A pochi metri dal torrente (21)- o meglio - dalle sorgenti di questo incontravasi il primo ostacolo: un burroncello aperto nel conglomerato pliocenico dal millenario. lavoro delle acque. ma più ancora dall’ardore del sole estivo e dei geli del rigido inverno (22).
        Il successivo grosso burrone dei « Grattaponi » (località aspra, difficile a passarsi) s’apre tra le radici del primo monte del gruppo del Santo Stefano (Serra Longa) a sinistra, e quella della prima « Costa» del monte Trevico a destra: cupo. profondo. quasi pauroso (23). 
        Per passare con le artiglierie, il Marchese di Mantova doveva aprirsi il passo col piccone nel duro conglomerato, ampliando il sentierucolo esistente: 52 metri precisi per toccarne il fondo, altrettanti, o poco meno per risalire. Dal ciglione doveva inerpicarsi pel ripido pendio, in quel sentiero che taglia le pendici Serralonga prima del S. Stefano poi; doveva attraversare la gola da essi formata. (ivi si levava la Chiesa di S. Stefano, della quale abbiamo rinvenuto copiose tracce), tagliare l’alpestre Serra del Mare (24) (m. 1010) per indi procedere tra scoscendimenti rocciosi e fitte boscaglie popolanti le alture, non raramente infestate da lupi (quelli a «hirpus» (25), che diedero il nome alla Regione), località in cui il viandante, nell’inverno, sorpreso dalla tormenta (pulvino) spesso perdeva miseramente la vita (26). Di lì, il Condottiero doveva scendere a Castello, sito in piaga ridente ed amena. allora quasi del tutto boscosa, oggi popolata di uliveti, di vigne, di frutteti, (m. 638 sul livello del mare).
    Frementi d’ira e di sdegno per l’operato dei Vallatesi, il Gonzaga fece venire « le zente tutte », cioè il resto dell’esercito, ed iniziò l’azione punitiva contro Vallata, deciso a regolare in seguito i conti con Castelbaronia. 
    Era circa la vigesima ora. Si disponeva di appena quattro ore di luce, poichè allora il giorno si computava da un’ave maria all’altra (27).
    Il sole declinava nell’orizzonte, oltre le cime del Salernitano, in un mare di fiamma — come in un mare di sangue — allorché, cessata la battaglia, aveva inizio l’eccidio.
    Questa Asperissirna bataglia de Vallata fu, adunque, combattuta nel pomeriggio del 6 Maggio 1496. Ce ne indica la data lo stesso Marchese di Mantova, nella lettera alla Consorte del 7 Maggio, in cui svrive: « Hieri, circa le XX hore, essendo conducti qua, ad VALLATA. luoco forte de sito et de homini, al quale avendo data una asperissima bataglia tandem per forza avemo avuta (28) et meso ad sacho et amazato una gran moltitudine di homeni »... (29).

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(10) Fu l’ultimo Marchese di Mantova. Federico II suo Successore ebbe il titolo di Duca
(11) Don Domenico Antonio Mirabelli - Memoria di Vallata antica - manoscritto posteriore al 1749. Capitolari ossia Statuti del Clero della Magg. Chiesa di S. Bart. Ap. compilati  nel 1749 dall’Arc. D. Bartolomeo Novia.
(12) Arch. St. di Mantova - Gonzaga - busta 2111 - lettera alla Coniuge - apud Monteleonem V Maji 1496.
(13) Arch. ST. di Mont.  Gonzaga - busta 2111 apud Vallatam VII Maji 1496.
(14) Gius. Coniglio • Op. cit. ed anche nella nota N.18 alla lettera « apud Montdeonem ».
(15) Il Prof. Gius. Coniglio, Dirett. dell’Arch. si. di Mantova, in una lettera a noi diretta. 
(16) Si noti: il Cronista non lo dice « vicino» a Monieleone.
(17) Su per giù verso le ore 8. ammettendo che sia partito all’alba.
(18) Soldati levantini a cavallo, armati alla leggera. 
(19) Cronache del Marchese di Mantova, a cura di C. E. Visconti, in Archivio Storico Lombardo . pag 503
(20) Giustiniani L. - Dizionario st. ragionato dal B. di Napoli . Torno 111 - Napoli, presso Vinc. Manfredi 1797 «Castello, in Prov. di Principato Ultra in Diocesi di Trevico» - In un Diploma del Duca di S. Vito - D. Nicola Caraciolo del 5-2-1791 che è in nostro possesso perché riguarda il nostro trisavolo Don L. De Vellis. vien detto «della Barontia».
(21) Non più di 60 
(22) Qualche secolo dopo, i nostri padri vi gettarono sopra un ponte, oggi ridotto a scarsi avanzi.
(23) Il 26 Giugno 1943. un aeroplano tedesco, forse perchè avariato. lascò cadere in esso due bombe del peso di 5 quintali e due del peso di l0 quintali, Furono fatte esplodere da nostri militari specializzati lì 28 Luglio. Le schegge arrivarono fino a Trevico, ed oltre il Formicoso.
(24) Son queste le prime tre rime del Gruppo del santo Stefano.
(25) Hirpus e vocabolo osco e vuol dire lupo.
(26) Nei libri dei morti dell’Arch. parrocchiale sé né ha notizia.
(27) In Vallata, il tempo veniva misurato così: lo ricordiamo benissimo —• da un pubblico orologio reso inservibile dal terremoto del 1930 (23 Luglio). L’avemaria veniva chiamata «ventiquattrore» e così si chiama ancor oggi, non solo da noi, ma da tante e tante popolazioni irpine. S’incominciava a contare poi: « una, due, tre, quattro ore di notte».
(28) Espugnata.
(29) Arch. di St. di Mantova, Gonzaga, busta 2111, apud Vallatam VII Maji 1496.


COME POTE’ SVOLGERSI L’AZIONE?

Conosciuta la data precisa della Battaglia, passeremo a studiare l’andamento e a ricostruirlo con le notizie pervenuteci e la perfetta conoscenza dei luoghi in cui si svolse.
    Il Gonzaga fu adunque costretto a fermarsi costretto Vallata, dopo aver conosciuto che la via che menava a Castelbaronia non permetteva pel momento (forse anche perchè la pioggia l’aveva resa fangosa) (30) il transito delle artiglierie. Pensa allora all’opportunità di chiedere, a mezzo di uomini fidati, la sottomissione di quell’oppidum che stima forte e ben munito. Continuerà poi la via verso Castelbaronia, ed avrà il vantaggio di non lasciarsi dei nemici alle spalle. Ma egli ha fatto i conti senza l’oste! I Vallatesi non ammettono i suoi parlamentari entro le mura; vi escono invece, li assalgono, li feriscono e li fugano. Si vede nella necessità, data la fortezza naturale del sito, la solidità delle mura e la manifestata fierezza degli abitanti a chiamare tutti i suoi uomini rimasti a Monteleone. Daltra parte, essendo questa ben lontana, è per lui necessario tenere unite le sue forze. Rimane sul luogo in attesa ed ha tutto il tempo dl studiare il terreno, di scoprire il punto più vulnerabile, di fare il piano di azione.
    Dall’altura che domina l’abitato. il Gonzaga ebbe sott’occhio l’intero oppidum con le mura, le vie, il vicinissiimo colle di Santa Maria e la mole imponente del castello.
    Dal colle di S. Vito . egli osservò il Castello, la vicina porta, con a fronte il colle di S.Maria. 
    Alla XX ora di quel giorno fatale (31) arriva il grosso dell’esercito. Non c’è da perdere tempo: è necessario iniziare subito la battaglia.
    Il piano del Marchese di Mantova dovette esser questo: azione dimostrativa a nord (Porta del Torello - o del Rivellino) e ad est (Porta del Piano) ove la difesa per gli abitanti era più agevole e la manovra di attacco più difficile, data la rapidità del terreno e la sua natura rocciosa; azione di massa a Porta Nova (detta anche Porta del Tiglio) a sud, presso il Caste1lo. ove il terreno maggiormente si prestava alla manovra di assalto (32).
    Allo stratega conveniva l’azione decisiva in quel punto: la porta, del tempo in cui si cominciò ad usare l’artiglieria costituiva per Vallata il tallone di Achille. Aveva, di fronte, a circa 150 metri di distanza, la cima del Santa Maria dalla quale poteva esser bersagliata dal cannone ! Abbattuta la porta, fiaccata con tiri di intimidamento la difesa del Castello, grossi reparti sarebbero penetrati nell' oppidum, per occupare il Castello e la Chiesa parrocchiale, ottimo punto di avvistamento, difesa ed offesa, che ditava dal Castello quasi 100 metri.
    Le vedette, dalle mura vedono che il nemico si prepara all’assalto. Danno l’allarme. Echeggiano i primi rintocchi della « campana d’armi ». Gli uomini validi son già sulle mura, smaniosi di far ,scoccare i loro archi, decisi a morire per la loro Patria » (33). Tuona il cannone.
    L’Arciprete, del quale parleremo tra poco, benedice i suoi filiani, li incoraggia, prende posizione, combatte da eroe. Ogni terrazzano è un eroe.
    Si combatte dovunque. Al borgo monastico, « extra moenia», viene appiccato il fuoco e ai difensori dell' oppidum arriva il grido di « Vittoria » dei Veneziani.
    Sulle mura si combatte con la forza della disperazione. Dal campanile provengono sempre più frequenti i rintocchi della campana d’armi. Il rombo del  cannone, a sud, ad est, a mezzogiorno eheggia anch’esso con frequenza maggiore. A Porta Nova, fracassata ed abbattuta, si avvicinano urlando, gli assalitori in massa (34) frementi d'ira (35). Penetrano nell'oppidum, si precipitano verso il Castello e verso la Chiesa.
    Langue la difesa. Tace la campana. I superstiti vengono disarmati, percossi, trascinati fuori le mura, trucidati!
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(30) La stagione doveva essere piovosa, com'è spesso in questi luoghi nella prima metà di Maggio. Il Cronista fa rilevare che, il Marchese, dopo l’eccidio. si ferma  a Vallata « perché sopragiunse un sinistro tempo ».
(31) Si riflette alla lunghezza d’una giornata di Maggio, alla cavalleria leggera (Stradiotti) di cui il Marchese disponeva alle vie del tempo, vere accorciatoie. jl Gonzaga partì certamente da Monteleone all’aurora. Potè arrivare a Vallata verso del mattino o anche prima. Alle 9 circa, la staffetta del Marchese partiva per Monteleone per chiedere « le zente tutte» . Dalle 9 alle 16 (20 ore del tempo) intercorrono 7 ore circa, sufficienti al bisogno. 
(32) Essendo quasi pianeggiante, favoriva lo svago degli abitanti, i quali vi si recavano per i loro giuochi, come si rileva da un documento dell’Archivio parrocchiale (Liber mortuorum 1706 - 1726 - Dic XXVI Decembris 1712. In tal giorno Angelo Iannuzzi, di anni tre « mentre si giuocava » fu ferito al capo da un casuale colpo di maglio, per cui morì qualche ora dopo). Nella estate poi, uscivano a godersi il fresco, all’ombra d’un tiglio multisecolare, che si levava proprio nel punto ove nel 1961 è stato da noi eretto il Monumento alla Immacolata.
(33) La Patria, per essi, era il paesello natio.
(34) Magna vi (Giovio. op. citt.).
(35) Atque ira militum id. id.


NUMERO DEI VALLATESI

CADUTI E TRUCIDATI

    Fu indubbiamente alto: ma tra la cifra data dal Marchese di Mantova e quella del suo Cronista c’è una differenza non lieve! Il primo dice che furono più di 250: il secoudo, più di 170!
    Innanzi a questa diversità di numero si rimane perplessi.
    Quale dei due indica la cifra più attendibile? 
    Non ci resta che confrontare i due testi e sforzarci di comprenderne possibilmente il significato esatto. Il Marchese scrive: « ...noi se transferessimo alla Baronia de Flumere la qual tutta acquistassimo in quattro giorni, dando una asperissima bataglia ad Vallata, la qual expugnata misimo ad sacho cum occisione de più di 250 persone... (36) el che fo di tanto spavento che tutto il resto col maggiore timore del mondo ritorno alla pristina Regia devotione »... Da ciò si rileva che, le 250 persone furono uccise dopo la battaglia. Sono le vittime dell’eccidio che dovette essere consumato in fretta, perché c’era bisogno di eliminare subito quegli uomini destinati al massacro: la soldataglia non vedeva l’ora di iniziare il saccheggio!...
    Vediamo ora come si esprime il Cronista: «...del che indignato (Fr. Gonzaga) fece venirele zente tutte et detteli una asperissima bataglia in la quale manchorono più de cento settanta homini de la terra et messela a socho dove fu guadagnato un numero infinito di bestie...» (37).
    Qui non c’è dubbio: le parole IN LA QUALE (nella quale) precisano che i 170 uomini di cui parla, caddero in battaglia (38).
    Sembra che il Cronista non voglia parlare dell’eccidio: con ciò offuscherebbe la gloria del Personaggio del quale tramanda ai secoli le belliche gesta!
    Cento settanta uomini son troppo pochi! Il Marchese che, per ovvie ragioni ha pure interesse di non dire tutta la verità, nella lettera alla moglie parla d’una gran moltitudine di uccisi... mena vanto di aver risparmiato solo le donne ed i bambini. Ma quante donne credettero d’aver trovato un nascondiglio sicuro e furono scovate, violentate e i loro cencii umani, consunti dal fuoco, non furono numerati! E quanti uomini, caduti nelle vie subirono la medesima sorte?
    Il Giovio, poco più di mezzo secolo dopo, con coscienza di storico è chiaro: estende il massacro a quasi tutti gli abitanti; quindi non solo agli uomini... Molte donne dalla Soldataglia ubriaca di sangue furono trucidate... Il Gonzaga non vuole l’onta d'una strage estesa anche alle donne e se ne scagiona... Forse le sue intenzioni erano buone... Forse si adoprò per preservarne la vita e il pudore... Ma! Altro che 170 o 250 vittime! Concludendo, la cifra del Marchese e quella del suo Cronista vanno addizionate: abbiamo così un totale di 420 morti. Ponderando però bene il tutto, possiamo ritenere che le vittime furono di più. 
    Nel 1532, cioè solo 37 anni dopo l’eccidio, Vallata contava 319 fuochi, cioè su per giù circa 1000 abitanti, cìfra rilevante per quei tempi e questo fa pensare che la sua popolazione, prima dell’eccidio, era abbastanza numerosa.

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(36) Arc. dì Stato di Mantova - Gonzaga . busta 2907 Copialettere libro 155 - ff . 92 . et 93.
(37) Croniche del Marchese di Mantova . pag. 504.
(38) Dopo d'aver dato il numero dei caduti il Cronista accenna il saccheggio, che segue la battaglia — e non poteva essere altrimenti!.



UN EROE IN VESTE ECCLESIASTICA

Ma chi incoraggiava i Vallatesi? Chi teneva alto il loro morale nei momenti più difficili? Chi li guidò? Chi fu al loro fianco nell'impari lotta per la difesa della Terra natale?
    Noi non lo immagineremmo mai, e stenteremmo a crederlo se il veneto Condottiero non ce lo dicesse: fu un ecclesiastico! 
    Il 9 Maggio 1496, da Vallata, il Marchese di Mantova scrive allo zio del Re — Federico d’Aragona — che da poco ha preso il titolo di Principe di Altamura, e che di Vallata è Feudatario.
    In detta lettera, egli dipinge coi colori più foschi l’allora Arciprete di Vallata Don Angelo Antonello De Meo (39) « perfido inimico del nome e stato della Regia M.tà » ed eziandio di esso Principe «che più non se ne potria dire » (40).
« Con alcuni altri » questo Arciprete incita i filiani a mantenersi fedeli alla Causa francese, inoculando loro nella mente e nel cuore l’avversione contro il Sovrano: per cui dal Gonzaga viene dichiarato responsabile dell'avvenuta distruzione del borgo natio e della strage de’ suoi uomini.
    Egli appare al Gonzaga un rivoltoso, un violento, un criminale: ma non e così: si guardi il rovescio della medaglia e lo si vedrà sotto una luce affatto diversa!
Don Angelo Antonello sa di non essere un criminale: ritiene giusta la sua causa, retta la sua condotta: sosterrà sempre — e con tutte le sue forze — il Partito franicese: spenderà per esso tutto: averi, sangue, vita! Si ritiene un Patriota. E’ un eroe!
    Egli pesa e valuta nella sua mente Galli ed Aragonesi.
    Gli uni e gli altri sono stranieri: si contendono la sua Patria: ma dei due mali sceglie quello che gli sembra minore.
    La Casa regnante è, per lui, fedifraga tiranna, sanguinaria.
    Sa che, dieci anni prima, col trattato di pace con Innocenzo VIII (12 Agosto 1486) (41) si è solennemente impegnata ad amnistiare i Baroni e le Città ribelli; sa che invece calpesta questo impegno giurato. Incurante dei Brevi, delle proteste, delle preghiere del Pontefice, arresta a tradimento i Baroni (i quali hanno implorato perdono e giurato obbedienza!) facendone atroce scempio... Sa che, unicamente per far dispetto al Papa, ha ceduto all’Ungheria il porto di Ancona: (42) sa pure che, Pirro Del Balzo, suo Signore e benefattore. (43) chiuso in un sacco, con pesanti pietre. viene gettato in mare dal Castello dell’Ovo, durante una furiosissima tempesta, nella notte di Natale del 1491, cioè solo cinque anni prima... (44). L’odia per la sua ferma crudeltà, lotta per spodestarla. per liberare la Patria dalla sua tirannia. 
    Le Università vicine militano nello stesso campo... I suoi Colleghi sono animati dagli stessi sentimeti... Il Partito gallico è forte e la sua vittoria appare ancora possibile!
    Egli è leale: si è dichiarato francofilo; sostiene la sua parte, tira dritto per la sua via.
    Quale Ecclesiastico poi, egli non approva la irriverente condotta aragonese verso il Vicario di Cristo e crede suo dovere avversaria. Ma, ora. Alessandro VI è con gli Aragonesi... Muterà per questo bandiera? No! Mai!
    Nel mattino di quel tragico 6 Maggio 1496, egli viene certamente informato insieme al Sindaco (Mastro Prospero?) della missione dei parlamentari del Marchese. Nel conoscere l’oggetto della Ambasceria egli ebbe certamente un fremito di sdegno « Non si deve esser vili! La quercia si spezza... non si curva! ».
    E, una viva soddisfazione dovette provare nel veder i Veneziani fuggire sanguinanti verso l’umido pianoro popolato di giunchi che, oggi forma Piazza V. Emanuele III (Mercato). 
    Il dado è tratto! deve aver detto... Ci sarà il castigo... Don Angelo lo vede bene. Dalle mura vede i preparativi avversari, accorre dove i suoi filiani formano capannelli commentando il recente episodio: rivolge loro la parola... Non consiglia la calma. non la domanda del perdono all’offeso Condottiero... Li esorta ad armarsi, a batter;i da leoni...
    E quando echeggiano gravi e solenni i primi rintocchi della « Campana d’armi » (45) per avvisare chi è in casa che l’ora della prova è scoccata, egli leva gli occhi al cielo, benedice gli armati che accorrono da ogni parte snuda il suo stocco, dà un’occhiata alla faretra piena di frecce, salta sulle mura.
    Nel corso della battaglia si mostrò valoroso e forte.
« Combatté fortemente » scrive il Marchese di Mantova (46). Acciuffato e disarmato non seguì la sorte comune: fu risparmiato perché Ecclesiastico(47).
Nella lettera al Principe Federico, il fervido Arciprete viene accusato di un grave atto di faziosità. Avvalendosi del prestigio che gli proveniva dall’Ufficio rivestito, egli avrebbe fatto esiliare il suo conterraneo Sacerdote Don Matteo De Antonello (48) « fidelissimo et Capellano» del Principe. Il Gonzaga. fatta l’accusa, propone al Principe quale Feudatario di Vallata — di privare del Beneficio parrocchiale quella testa calda di Don’Angelo, investendone l’esule Don Matteo « per merito della sua sincerità et restoro de li danni et affanni patiti in lo exilio suo » Calca poi studiatamente la mano per indurre il Principe a prendere il drastico provvedimento, dichiarando, candidamente che, questo gli farà « singolare piacere » (49) parole queste che debbono spingere il Principe ad agire nel modo da lui suggerito.
    Qui Ci vien voglia di conoscere la decisione del Principe, ma 81 può esser certi che egli abbia punito Donn’Angelo con la privazione del Beneficio e che ne abbia investito Don Matteo, suo partigiano e Cappellano (50). Al Vescovo di Bisaccia non restava che convalidare il provvedimento (51).
    Ma, dopo la deposizione, che ne sarà stato del fervido Arciprete? Le Autorità civili lo avranno lasciato libero, dando al Vescovo la libertà di punirlo?... O sarà andato a finire in carcere?... O, peggio ancora, gli avranno fatto dare dei calci al vento per mano del boia?... (52). 
Noi non Conosciamo il nome di altri cittadini vallatesi che, nel luttuoso episodio capeggiarono il popolo. Riteniamo soltanto che, quel tale Mastro Prospero, del quale, da più secoli, una via di Vallata porta il nome. sia stato Sindaco della locale Università; che egli sia stato a fianco dell’Arciprete e che sia uno degli Eroi della sua difesa (53). 
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(39) di Bartolomeo nome comunissimo in Vallata, che ha per Protettore San Bartolomeo.
(40) Non bastano le parole a descriverlo.
(41) Trattato che « fece versare più sangue della stessa guerra» C. Porzio Congiura dei Baroni.
(42) L. Todesco - St. Med. e’ Moderna . Vol. II.
(43) Con moltissima probabilità fu presentuto al Vesc. di Bisaccia per Parroco di Vallata da Pirro del Balzo.
(44) C. Porzio La Congiura dei Baroni. 
(45) Originale espressione vallatese.
(46) 443 anni dopo, Vallata doveva avere nella persona di chi scrive queste pagine, un Arciprete già soldato di linea del 41. Reggimento Fanteria, il quale, nella Battaglia di Monte Zovetto (16 - 18 Giugno 1916) scampò miracolosamente alla morte con solo 13 commilitoni. Il I Battaglione del 41, aveva avuto 2186 uomini fuori combattimento.
(47) F.co Gonzaga aveva interesse di apparire ossequente verso il Clero per rigraziosirsi il Papa, cui aveva chiesto il Cappelle cardinalizio pel fratello Sigismondo. Prof. Gius. Coniglio - Op. cit.
(48) Aveva lo stesso suo cognome: doveva essere suo parente.
(49) Arch.. si. di Mantova . Gonzaga • Buste 2907 • Copialettere libro 155 ff. 70 t.
(50)  Come si rileva dai libri parrocchiali dell’Archivio vallatese 1’Arciprete veniva designato e presentato dal rito da una indisposizione che l’opprimeva. Feudatario. Il Vescovo confermava. Esempi: D. Bartolomeo Caruso fu nel 1668 presentato da D. Giovanna della Tolfa, madre di Benedetto XIII. lib. Mort. 1663 - 1705 - fol. 64. D. Bartolomeo Vella dalla Medesima nel 1676 Lib. mort. 1663 - 1705. D. Donato Zamarra da D. Domenio Orsini . Lib mort. 1742 . 1756.
(51) Bisaccia, Lacedonia, S.Ange1o Lomb., Sedi Vescovili eran tutte devote alla Causa francese.
(52)  Noi detestiamo l’esilio di Don Matteo, voluto (secondo il Gonzaga da D. Angelo, ma dobbiamo pur ritenere, che D.. Matteo fosse una testa calda, simile a quella di Don’Angelo e che costui non avesse tutti i torti. Fautore degli Aragonesi, in acceso ambiente contrario, D. Matteo dovette provocare risentimenti e torbidi, per cui le francofile Autorità civili dovettero stimare necessario esiliarlo.
(53) Via Mastro Prospero è vicina e parallela a Via Chianchione. Questa circostanza avvalora l’ipotesi che, le due denominazioni siano coeve e che abbiano tra loro una certa qual relazione. Che Mastro Prospero si sia annidato in quei pressi con un pugno di Vallatesi per prendere i Veneziani alle spalle e sia caduto in quel luogo con i suoi, combattendo?



VALLATA FU ESPUGNATA CON UNA VERA E PROPRIA BATTAGLIA?

ESSA FU VERAMENTE ASPRISSIMA?

    Il Gonzaga era un Generale, Di mischie se ne intendeva.
    Sapeva, dunque, ben distinguere una scaramuccia da una battaglia e una lotta fiacca da una altra asprissima. Dobbiamo stare quindi alla sua definizione, dandole una rigorosa interpretazione letterale, ritenere che fu un accanito combattimento. Ma non possiamo ritenerlo veridico quando si riferisce alle perdite subite... Neanche un morto! Possibile?...

    Questa circostanza potrebbe mettere in dubbio l’asprezza del fatto d’armi; ma dobbiamo pur comprendere che, il Gonzaga, nella sua corrispondenza, si sforza di tener tranquilla la mogie (forse facilmente impressionabile) indicando le perdite avversarie e nascondendo le proprie. Così nella lettera « apud Atellam » dell’8 Luglio (ci si perdoni la digressione, ma è necessaria) parlando d’una sua brillante operazione contro la Compagnia di Paolo Vitellio, che combatteva a favore degli Aragonesi, fa notare che, l’Esercito, al suo ritorno, gli va festosamente incontro, plaudendo « con uno jubilo tale che non si potria dire, nè immaginare » Aggiunge che, per la soddisfazione e gioia provata, si sente guarito da una indisposizione che l'opprimeva 

Ha «  rotti e frachassati i nemici » ma, come nella Battaglia di Vallata, egli non ha perduto un  solo uomo! Nel resoconto della Battaglia di Vallta fatto alla Consorte dice che, Alessio Beccacuto e Luigi Alvaro erano stati feriti... Tace però di Soardino, suo Paggio, persona a sé vicina e cara. 

Perché questa omissione? La Consorte, sapendo ferito quel paggio. ne proverebbe vivo dolore; ed il Marchese, che le vuoi bene — sappiamo che le ‘scrive tutti i giorni in cui le belliche vicende glielo permettono — vuole evitarle questo dolore. In”tal modo egli le faceva credere che, la sua persona non aveva corso, né correva serio pericolo.., e la teneva tranquilla. Chi sferra un assalto, anche se con intenti forze e con armamento supériore a quello inadeguato avversario, non può non aver perdite, specialmente con la tecnica di quel tempo, in cui dovevansi colmare i fossati (54) e farsi sulle mura con le scale, sotto una pioggia di frecce e di sassi! E i Vallatesi erano valenti arcieri, e le loro frecce difficilmente fallivano il bersaglio!
    Circa la fierezza della Battaglia potremmo pensare che, il Marchese abbia potuto esagerare valutandola cosi a poche ore di distanza; ma, 51 giorni dopo, egli poteva dare un giudizio ponderato, una definizione più esatta: scrivendo a Floriano Delfo, la dice ancora «asperissima bataglia » ed il suo Cronista così la tramanda alla Storia. Dati gli uomini e i mezzi usati essa fu certamente aspra e violenta, ma la sua durata dovette esser breve.


    CRUDELTA’ VILLANESCA

    Il Giovio mette in evidenza la « fes agresti feritate » dei Vallatesi. Questi avrebbero dovuto contenersi, esser prudenti; non mettere le mani addosso a persone che si recavano da loro in veste di parlamentari! Il loro carattere impulsivo fiero, inconsiderato. temerario li eccitò; la passione ottenebrò le loro menti; non previdero le immancabili, funeste conseguenze del loro atto violento.
    Il Gonzaga dice d’aver castigato severamente i Vallatesi « per aver voluto avere ed usare termini molto insolenti » e che Alessio Beccacuto e Luigi degli Alberi erano stati feriti in una prima scaramuccia. E il Cronista: « Gionto Francesco ad una terra chiamata Vallata ,gli uomini della terra saltarono presunptuosamente (55) fuori e ferirono quattro uomini principali » ecc. (56). Da ciò, apparisce che, i Vallatesi non lasciarono entrare nelle mura i parlamentari e, se saltarono presuntuosamente fuori per accòpparli, significa che, il loro linguaggio fu provocante e minaccioso: dovettero minacciare lo 
assalto, il saccheggio. Io sterminio, l’oltraggio al pudore delle loro donne! Accesi d’ira e di sdegno, vollero mostrare a quegli uomini che parlavano con un accento e una pronunzia mai udita, che non li temevano. che si sapevano battere, che avrebbero reso loro pan per focaccia e, mentre i malcapitati fuggivano lungo il pendio roccioso verso i commilitoni riposanti (57) essi rientravano orgogliosamente nella Terra. Era la prima scaramuccia di cui parla il Gonzaga. A dunque non ci fu crudeltà villanesca.

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(54) L’oppidum di Vallata ebbe pure i suoi fossati. Ce lo assicurano i nominativi delle sue vie: Via Fossato di Levante (oggi XX Sett.); di Ponente: (oggi «V. Umberto I »), di Mezzogiorno che ancor conserva l’antico nome. A nord aveva il «Rivellino» e ne conserva il nome.
(55) Presumptuosamente
(56) Il testo è leggermente ritoccato..
(57) Dopo varie ore di marcia, avevan bisogno di riposo


PERCHE’ TANTA AVVERSIONE V
PER GLI ARAGONESI?


    Meraviglia il fanatico parteggiare dei Vallatesi per la Francia e la irreducibile avversione per gli Aragonesi. Dopo quanto abbiamo detto parlando dell'Arciprete, non vi dovrebbe più essere meraviglia.
    Un Re d’Aragona — Ferdinando I — non molti anni prima li aveva premiati donando all’Università Vallatese la Difesa di Mezzana Valledonne (58) « attesi i grandi servizi » resigli. Ma la voce della gratitudine, in essi era stata soffocata dall’odio. Perché mai?  Se Vallata fosse stata francofila e aragonofoba il suo atteggiamento potrebbe definirsi un impulso di antipatia, una più o meno transitoria disposizione di animo: ma tutti i paesi vicini erano ostili ad Aragona: ricordiamo la piccola Castello, per la quale fu preparata quella spedizione punitiva che, per quanto di sopra s e detto, non ebbe più luogo. La crudeltà aragonese aveva eliminato l’affetto delle popolazioni che si erano votate alla Causa Francese.
    Dopo la tragica, crudelissima fine del loro Feudatario, Pirro del Balzo, i Vallatesi, inorriditi. sentirono avversione ed odio verso la Dinastia aragonese. Inculcavano e rafforzavano in essi l’odio i guardiani, i fattori, i curatoli del Feudo, l’Arciprete Donn’Angelo De Antonello, il Sindaco (Mastro Prospero) e i suoi Decurioni.
    Se gli Aragonesi non fossero stati odiati — e tanto — i Francesi avrebbero trovato resistenza: Popolo e Baroni si sarebbero battuti pel loro Re; Carlo VIII non avrebbe occupato un Regno senza sparare una cartuccia e, forse, non sarebbe neanche calato in Italia! Il movente dell’odio vallatese era comune a quasi tutte le Università dello Stato ed aveva una motivazione ragionevole, quindi, umanamente giustificabile.


  
  CHIANCHIONE

    L'eccidio fu consumato fuori Porta Nova — detta anche del Tiglio — dove la lotta era stata più che accanita.
La località prese il nome di Chianchione, voce dialettale che deriva dal verbo « chianchiere » (59) che significa « grande pianto » (60). 
    E’ certo che la denominazione « Chianchione » nel corso dei secoli non ha subito alterazioni: CHIANCHIONE si legge sulle lapidi poste ai due capi della via che ne porta il nome; CHIANCHIONE. si trova scritto nei libri parrocchiali del ‘600, del ‘700 e dell’800 con maggior frequenza (61): Chianchione si legge in altri manoscritti: (62) il popolo dice ancor oggi « Chianchione ». 
    Allorchè gli uomini che, eroicamente sj erano battuti sulle mura, sopraffatti dai Veneziani, furono da questi trascinati spietatamente fuori le mura per essere « tagliati a pezzi » le donne che si erano rifugiate nel Castello, (63) ne uscirono con i pargoli al seno e, con gran pianto (Chianchione) invocarono la clemenza del vincitore.
    Per ordine del Marchese, esse furono trascinate in luogo sicuro « con i putti piccolini » per salvaguardia del loro onore; (64) ma. appena libere, con pianti ed urli disperati, si precipitarono nel luogo del massacro, imporporato dal sangue dei loro cari. 
    Il 14° giorno di quel tragico Maggio 1496, allontanatisi i nemici, i profughi ritornarono piangendo alla loro « Padria ».
    Visitate le ruine, essi si recaron nell'infausto luogo ove le donne piangevano dirottamente. A quella vista miseranda proruppero in pianto — quel tradizionale, caratteristico pianto vallatese che è un insieme di urli, di frasi angosciate profferite in cadenza, talvolta pestando i piedi, e sempre con una mimica che, al tragico unisce il comico: una cantilena individuale, tante voci discordi che, unite, formano un coro fragoroso ed orribile. Moltiplichiamo per cento questo genere di pianto. proprio delle camere ardenti, ed avremo un idea del « chianchione »  di quel giorno.
    Il pianto si ripete individualmente ogni volta che si passava per quel luogo insanguinato, o vi si recava di proposito; collettivamente nel 6 Maggio di ogni anno, dopo la Messa funebre anniversaria.
    Il Chianchione fu così, per molti anni. qualcosa come la celebre a « Muraglia del Pianto » per Gerusalemme; fu, effettivamente il luogo del pianto, e gli 4 addiceva il nome di Chianchione.
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(58) Difesa — grossa estensione di terreno riservata ai pascoli del Feudatario o del Sovrano.
(59) La voce « chianchiere »  è oggi quasi completamente caduta in disuso, perché si dice «chiangere» e questo è frutto dell’attuale felice evoluzione linguistica che, pian piano ci allontana dal dialetto . Es. «Lu figliulo chianchieva» . Il bambino piangeva.
(60) Non deriva da «chianca» (grande macello)
(61) Esenipio: «Vitus Arttonins de Errico - Anno Domini 1773. die 22 Febrariu... necatus fuit ictu securae in rapite in loro ubi dicitur a vulgo Chianchione » Arch. parr. di Vallata . Liber mortuorum 1772 - 1790 - folio 6.
(62) Dottor Giov. Di Netta. Memorie gentilizie della Famiglia Di Netta• Manoscritto del 1796: « Chiachione è quel sobborgo di questa Terra (quando Il Di Netta scriveva il Chianchione era « extra moenia ») che giace fuori di Porta del Tiglio e va a terminare poco in qua della Cappella di S. Rocco, comprendendo i rioni di S.Maria, Arco di Chianchione: Vicinato (oggi via), Mastro Prospero ».
(63) Chi sa quante, sulle mura, combatterono a fianco degli sposi e dei fratelli.
(64) Speriamo che, veramente e dovunque esso sia stato salvaguardato, ma non lo crediamo. In tempo di saccheggio, la soldataglia rompeva ogni freno. considerava la donna una preda di guerra! S’infischiava degli ordini.



DOVE FURONO SEPOLTE LE VITTIME

DEL MASSACRO?


    Non lo sappiamo con certezza (65). Dobbiamo fare delle congetture che, del resto, nulla hanno d'inverosimile e stare alle rivelazioni del terreno. 
    Non è ammissibile che venissero sepolte nella Chiesa parrocchiale, né in quei vasti sotterranei detti « trabute » (66) perché doveva essere assai  malagevole, se non impossibile, trasportar tanti cadaveri attraverso le macerie fumanti del rogo immane. Essi furono sepolti un po’ dappertutto, nelle prossimità dell’eccidio, oggi occupate in gran parte da fabbricati.


RIVELAZIONI DEL TERRENO

Non mancano:

    1° — Sepolcreto di Santa Maria. Praticandosi degli scavi, nel 1930, sul colle di Santa Maria, si rinvennero molti scheletri in fila, l’uno accanto all’altro, e se si fossero continuati gli scavi dalla parte che guarda la Cappella di S. Rocco, altri se ne sarebbero scoperti. Quei cadaveri furono sepolti ordinatamente, contemporaneamente, e in tutto come nel cimitero di Guerra della Campagna napoleonica presso Mariano, (Isonzo) con le braccia piegate sul petto (67).
    Avemmo agio di vederli. Giacevano tutti nel medesimo modo, senza spazi liberi. Due soli giacevano in senso inverso, per avere i piedi ove gli altri avevano il capo. Le loro ossa bianche, le dentature integre e sane, l’alta statura rivelavano la loro giovane età e l’attitudine alle armi. Erano — riteniamo — e non può essere altrimenti — le reliquie d’una parte dei difensori di Vallata; uno dei quali fu colto dall’obiettivo imagesgrafico prima che si disfacesse per trasportarne le ossa al Camposanto. come s era fatto per gli altri.
2° — Sepolcreto di S. Andrea. Ma vi sono ben altri e chiari indizi appariscenti dalla logora coltrice di terra. S’è detto di sopra che, i Veneziani sfogarono la loro prima ira sulla minuscola Vallata Monastica; la quale, per essere « extra moenia » e in luogo inadatto alla difesa, non fu più riedificata.
    I morti di quel luogo furono sepolti a destra della Chiesa di 5. Andrea Apos.; guardando l’abitato e proprio dove c’è ancora un ‘aia.
    Ivi, anni or sono. emerse un buon numero di scheletri, indubbiamente sepolti nel medesimo tempo perché l’uno era accosto all’altro, ma disordinatamente. alla rinfusa; evidente opera di villani scampati alla strage. I crani riempiti di terra mostravano di essere stati tagliati dalle mazze dei villani nell’annuale ripulitura dell’aia. Distinguevasi bene il loro bianco profilo nel bruno scuro della terra. Fra gli altri, notammo due crani di adolescenti. e questo conferma che, il Marchese di Mantova fu veritiero nel dire che scamparono all’eccidio solo le donne e i bambini.
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(65) Il catalogo delle vittime o non fu fatto (e chi doveva farlo se l’Arciprete era in potere dei Veneziani?) o con tanti altri documenti, fu incenerito nell’incendio che l’11 Marzo 1719 « divorò » si legge negli Statuti del Clero, la Ch. parrocchiale — ed anche: in: « Era novella » Deliberazione comunale del 25-5-1862..
(66) Cripte - ossari.
(67) Noi fummo a Mariano più volte, durante la prima Guerra mondiale e ci fermammo più volte a contemplare gli scheletri apparsi durante la costruzione d’una trincea. 


ENTITA’ DELLA PREDA

IL ROGO IMMANE


    I Vallatesi non erano dei nullatenenti. I soldati del Gonzaga saccheggiarono « un numero infinito (68) de bestie, (69) arzenti ed altre robe de grande valore» (70). Cosi il Cronista. Il Mirabelli parla addirittura di tesori. Il tesoro della Chiesa Madre fu certamente saccheggiato e, con esso, corredi nuziali, indumenti, provviste... poi, quando tutto fu portato ‘via e le case furono ben bene pulite, vi si appiccò il fuoco. E’ vero che, né il Giovio, né il Marchese di Mantova ne fanno cenno, ma l’incendio non si deve mettere in dubbio. 
    Il Gonzaga parla di «totale disfactione » (to tale distruzione) e questa presuppone l’incendio. Il Mjrabelli scrive: « Il tutto anderà a. fuoco, a sangue ». i nostri vecchi confermavano: «Vallata fu messa a sacco e fuoco » tra le urla dei soldati ubriachi che, nel sacco avevano guadagnato « formento (frumento) et vino in grande quantità » il fuoco fu appiccato all’abitato e, presto tutto fu preda delle fiamme. 
    I Veneziani sostarono presso le rovine di Vallata « per octo giorni perchè sopragionse un sinistro tempo » cosa non infrequente a primavera cioè piogge dirotte e continue. (*)
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(68) Esagerazione!
(69) Asini, muli, giumente, buoi, capre, ovini, conigli polli...
(70) Ornamenti muliebri.



TOTALE DISFACTIONE!

    E’ il Comandante nemico che lo dice!
    « Non ci rimase pietra sopra pietra... Fu una gran violenza diabolica, che non vi rimase pietra in piedi... fu uno spettacolo di forza che i convicini s‘arrendessero» Cosi il Sacerdote Don Domenico Antonio Mirabelli, il quale, così continua: « Il tutto anderà a fuoco, a sangue... Spalancate le porte, rovinate le mura, gettata al suolo la Terra. diroccati i palaggi e i sacri tempy, morti o fuggiti gli habbitanti, saccheggiati i Tesori, vi trionfò solo l’orrore et vi passeggiò la morte.., e fino al giorno d’oggi v’è la uomina fresca della gran rovina partorita » (71)

LA CHIESA

Fu saccheggiata e bruciata. Don Giovanni Brgia Duca di Gandia (pronunzia : Gandi-ia) e suo nuovo Feudatario (72) la « ristorò dalla miseria » (73). I lavori di riparazione e ricostruzione durarono fino al 1499, come appare dalla seguente epigrafe collocata alla destra del portale del vecchio ingresso minore, (74) oggi murato (75).
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(71) Don Dom.co Ant. Mirabelli - Manoscritto citato.
(72) Figlio di Alessandro V’I - Re Federico III . già Principe di Altamura gli donò il feudo di Vallata.
(73) Donò alla nostra Chiesa: il feudo di Salitto, l’jus terreggiandi e il molino che fruttò la rendita di tomoli annui di grano. Staturi del Clero.
(74) A destra entrando.
(75) E’ oggi la Cappellina dell’immacolata Concezione.


A. D. MCCCCLXXXXVIIII

REGNANTE REGE FEDERICO
DOMINANTE DUCE GADIE


    Questa epigrafe ricorda certamente la sua riapertura al Culto e la sua seconda consacrazione: 2 luglio 1499 (76).

IL CASTELLO

Più non risorse! Nel suo piazzale detto « Largo del Castello» circa un secolo e mezzo dopo furono edificate varie case, tra cui, quella di Medoro Schiavina (77) e questo prova la non avvenuta ricostruzione. 
    Sulle rovine del Castello si edificarono le case di D. Generoso Cataldo e di don Domenico suo zio (oggi Laurelli e Tullio eredi dei Cataldo) (79). E’ fuor di dubbio che, più vani del Castello per essere in buono stato furono riparati dai Signori Cataldo. come ad esempio il salotto e il vano attiguo in cui le dame ed i cavalieri deponevano i loro mantelli, ambienti con muri dello spessore di un metro e venti! (79).
    Restano nel cosiddetto «Giardino» (eredi Laurelli) le reliquie della torre. Il Giardino è adiacente a Via «Sotto corte ». Costituiva la «Curtis» longobarda, in cui il Cappellano amministrava la Giustizia (80).

RISURREZIONE LENTA

    La distruzione e l’eccidio avvennero in piena primavera: 6 maggio 1496.
    Non fu difficile ai superstiti costruirsi un abitazione alla buona con pietre ed argilla, o fabbricarsi delle capanne con paglia stoppa e frasche, ovvero scavarsi un rifugio nel sabbione nel conglomerato pliocenico, cosi frequenti sia nell’oppidum che ‘fuori. Innumerevoli sono infatti le grotte sia in Vallata che nelle sue adiacenze: i Vallatesi erano delle buone talpe! Le mura furono riparate. Esistevano ancora nel 1749. (81)
    Sulle rovine di molti edifici crebbero indisturbati rovi ed ortiche. Nel 1575 — cioè 79 anni dopo — vi erano ancora molte case « dirute e inutili ». La notizia è presa dall’Archivio di Montevergine, in cui si conserva una procura al Padre Giovan Giacomo Rogerula « per vendere i beni stabili diruti e inutili del Monasterio di Vallata ».
    Abbiamo ricercato nel documento il sito dei ruderi « In dicta Terra... In loco ubi dicitur a la piaza pubblica... intra dohanam dictae Terrae Vallatae et plateam pubblicam... in viam publicam ex aliis lateribus » (82).
    V’erano, quindi, più ruderi di proprietà della Badia di Montevergine nella Piazza, nelle pubbliche vie, nella Dogana: quanti altri ce ne saranno stati di proprietà private?... Quanti di nessuno, per esserne morti i proprietari? Infine, dal Mirabelli sappiamo che, nel 1749, cioè 253 anni dopo, in altri punti del paese eranvi ancora tracce dell’antica rovina!

FIOCCANO LE SOTTOMISSIONI!

Gli abitanti dei paesi vicini, terrorizzati per la distruzione di Vallata e dell’eccidio dei suoi abitanti, si affrettarono a sottomettersi. Nella medesima notte «del 6 Maggio, Carife consegnò al Marchese di Mantova le chiavi della Terra. Il giorno seguente, mentre il Gonzaga scriveva alla Consorte, arrivarono i parlamentari di Vico (oggi Trevico) Castello, (83) e Bisaccia per giurare obbedienza .al Re e sottomettersi. (84). In seguito si sottomisero S. Angelo dei Lombardi ed altre terre. Nel contempo, le Università sottomesse ricorrevano al Marchese chiedendo giustizia e protezione.
    La tremenda punizione di Vallata raggiunse così il suo scopo; intimidire le popolazioni per indurle alla sottomissione. 

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(76) E’ questa la secoud sua consacrazione. La prima ebbe luogo in tempo remoto in un cinque Febbraio -Capitolari... Cap. XXVI e Saponara D. Arturo - La Chiesa di S. Bartolomeo Apostolo in Vallata.
(77) Memorie Gèntillzie della famiglia Di Netta. 
(73) id. id.
(79) La famiglia Cataldo si estingue con la vivente Donna Michelina Vedova LaureIli. Gli altri Cataldo sono originari di Castelbaronia.
(80) Ci rimane la frase originale vernacola: « Ti cito alla Corte!» cioè «Ti chiamo in Giudizio!».
(81) Capitolari.— ossia St. del Clero e Cap. XXI Delle processioni - Es.: « 11 giorno dì S. Bartolomeo s’esce per la Porta della teglia verso levante alla porta dello Torello ove entra...». 11 giorno di S. Antonio, di S. Michele. del Rosario « à torno à torno la Terra: dalla porta da cui si esce si rientra ».
(82) Archiviurn Montis Virginia . Voi. 125 . fol. VIII.
(83) Oggi Castelbaronia.
(84) Arch. di St. di Mantova.

VALLATA FU' PRECEDENTEMENTE
  
SACCHEGGIATA DAI  FRANCESI?


    Nulla avremmo più da dire. Abbiamo però stabilito — e lo abbiamo detto innanzi — di confutare quanto da Storici. Cronisti locali e dalla Tradizione ci vien riferito contro la logica ed evidente realtà dei fatti e ci accingiamo senz’altro a farlo.
    Il disordinato scritto del Mirabelli termina con questo periodo che, se invece di stare in coda fosse in testa. ne formerebbe il titolo: « Memoria di Vallata antica che fu sconcassata p.a (prima) dal Generale francese, doppo dal Duca di Mantua del anno 1495» Queste parole, per sé, non hanno bisogno di interpretazione. Ci fanno però dubitare della loro integra veridicità. 
    Dicevano i nostri vecchi, più di 50 anni or sono (e, tra essi ricordiamo la nostra nonna materna Donn’Angela Rosa Pavese, deceduta ad 86 anni il 21 - 1 - 1911) che, Vallata era stata saccheggiata dai Francesi. Quirino Trivero (85) nel paragrafo su Vallata scrive: « Questo villaggio, nel secolo XV venne saccheggiato e rovinato dai Francesi condotti da Carlo VIII alla conquista del Regno di Napoli » e, nella recente « Piccola Guida della Prov. di Avellino » si legge « Venne devastata dalle truppe di Carlo VIII nel 1493 »!!! (86). Ed ancora, in «Scritti vari» Tommaso Mario Pavese, a pag. 158, parlando della Chiesa Madre di Vallata, dice che fu bruciata dai Francesi prima del 1493... (87). 
    Come vediamo, non son poche le testimonianze del sacco e della devastazione di Vallata per opera dei Francesi, tua noi non vi prestiamo fede. Anzitutto, osserviamo che. nel 1493 Carlo VIII era in Francia. Egli calò in Italia nel 1494, non prima: quindi le disavventure di Vallata, nel 1493 erano solo in « mente Dei »!
    I Francesi non devastarono Vallata. E’ indiscutibile che la sua distruzione, insieme all’eccidio furono opera del Marchese di Mantova: ci bastino: 1. l’autorità indiscutibile di Paolo Giovio, del Cronista di cui spesso si è parlato avanti; 2. dello stesso Francesco Gonzaga che io attesta nelle sue Lettere! Ora, perchè i Francesi vengono accusati di aver saccheggiato e rovinato Vallata? Per rispondere a questo interrogativo si rifletta; in quel tempo c’erano nel Regno di Napoli i Francesi; per un pezzo si parlò di essi e de’ guai di cui fu causa la infausta calata di Carlo VIII in Italia e così si arrivò a scambiarli e a confonderli coi loro avversari. L’unico a ricordare il Marchese di Mantova è Don Domenico Antonio Mirabelli. Circa il racconto del Mirabelli, dobbiamo pur rilevare che, costui, nel suo breve scritto, ha delle sviste e dei « qui pro quo» non infrequenti.. Doveva essere abbastanza distratto... Un esermpio, e ce ne convinceremo. Sappiamo che, nel 1694,  il terremoto devastò Vallata e che 42 persone morirono tra le macerie (88). Il Mirabelli vuole ricordare ai posteri il disastro: si serve di queste parole: « Nel 1694 cadde sotto le rovine d’un fierissimo Francese »!
    E’ evidente che, qui, Francese sta per terremoto. 
    Ora tenendo conto, degli involontari scambi di parole del Mirabelli, si può ritenere che, egli, con le parole «Generale francese» si riferisse al Generale tedesco che, nel 1199 saccheggiò Vallata, cioè Marcovaldo.
    Sostituendo il vocabolo « tedesco » a quello « francese » la frase del Mirabelli diventa storicamente precisa: « Memoria di Vallata antica che fu sconquassata prima dal Generale tedesco (Marcovaldo)? e dopo dal Duca (Marchese) di Mantova ».
    Il sacco francese non ebbe luogo. Se i francesi, pochi mesi prima avessero — come scrive il Mirabelli — sconquassata Vallata, i Vallatesi non avrebbero così accanitamente parteggiato per loro! All’ arrivo dei parlamentari del Gonzaga si sarebbero immediatamente sottomessi, ed avrebbero così evitato quella tremenda lezione che, più blandamente forse. doveva avere Castello. Il loro fanatico attacco alla causa francese ci accerta che, nessun danno fisico o morale fu loro arrecato dai soldati di Carlo VIII 


IL FEUDATARIO DI VALLATA

PARTEGGIO’ PER CARLO VIII?

    E’ il Pennetti che lo dice. «Quei di Vallata, o per meglio dire il Feudatario di Vallata parteggiò per Carlo VIII. Vallata ne pagò il fio ».
    Il Feudo di Vallata apparteneva allora a D. Federico d’Aragona. secondogenito di Ferdinando 1° e fratello di Alfonso II I Vallatesi non gli ubbidivano, perché ribelli. Quale membro della Casa Regnante più prossimo alla successione, al trono, in quel momento avea da pensare a ben altro!
    Ora, in risposta allo storico, ci domandiamo: Poteva D. Federico parteggiare per i Francesi, contro la sua Casa? Contro il suo sangue? Era persona capace di chiudere un occhio sulla cosa lasciando che la Consorte (ch’era figliuola di Pirro del Balzo) lo facesse?
    Dobbiamo stare per la negativa, e senza dubbio alcuno. Don Federico era buono, leale, prudente. Ai Baroni che, nel tempo della Congiura gli offrirono la Corona del Regno, rispose: «Indarno cerca aiuto e fede negli stranii chi co' suoi è disleale ». Preferì essere detenuto (sequestrato) ma sdegnò tradire il suo sangue (89). Non è possibile che in seguito lo tradisca.
    Adunque, non fu il Feudatario a parteggiare per i Francesi, ma la Magnifica Università di Vallata, e, così clamorosamente e imprudentemente da buscarsi la tremenda lezione che sappiamo.

D. ARTURO SAPONARA
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(85) Quirino Trivero . Coro grafia della Provincia di Avellino.
(86) Piccola Guida della Prov. di Avellino . Avellino Tipografia Pergola.
(87) Tommaso Mario Pavese £ Scritti vari . pag. 158.
(88) Arch Parr. di Vallata.
(89) Federico III., appena conobbe il tradimento dello zio (Ferdinando il Cattolico) che aveva stabilito dividersi il di lui Regno coi Francesi, si rifugiò in Francia, ove ottenne la Contea d’Angiò. Morì tra le braccia di S. Francesco di Paola, a Tours, nel 1504.
    P. Gennaro Gamboni S. J. Ischia e il suo Poeta Camillo Eucherio Quinzi S.J. Stabil. litogr. editoriale Napoli pag. II.

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SAPONARA Arturo — Quando la Quando la cronaca diventa storia. Vallata durante i moti risorgimentali e nei primi anni dell’ unità nazionale UOMINI E FATTI; sta nella rivista; Economia Irpina. Bibl. Provinciale AV. Coll. Per. Prov. anno 1963? n. 5-6,7-3 anno IV, maggio-agosto. Pag


Quando la cronaca diventa storia.

 VALLATA durante i moti risorgimentali e nei primi anni dell'unità nazionale

UOMINI E FATTI

    L’Autore di questo articolo è morto.
    Poeta. umanista, letterato, fu particolarmente attratto dalla ricerca storica, che condusse con appassionato fervore e paziente diligenza, così che nella Sua autobiografia, Egli, a proposito delle lontane origini di Vallata può dire:  « Ho frugato dappertutto per cercare epigrafi, monete, anticaglie; ho visitato, ho studiato palmo per palmo il sito ove s’alzavano le sue mura, ove s’aprivano le sue porte... ho raccolto pazientemente notizie nell’archivio parrocchiale e in case private, in archivi, biblioteche pubbliche».
    Alle non comuni capacità di ricercatore, Egli univa il senso della storia che è sentimento dello universale, per il quale la cronaca degli avvenimenti assurge al valore di conoscenza generale e di concetto, tanto da fargli vedere la vita del Suo «borgo rupestre» inserita a mo’ di luminosa tessera nel più vasto mosaico delle tormentate vicende della storia del nostro Paese.
    Uomo di azione, oltre che di pensiero, fu tra i reparti di prima linea della prima guerra mondiale; alunno di Don Orione, sentì, dopo profonda e maturata rneditazione, la vocazione sacerdotale e le attrattive di un ministero che Egli concepì soprattutto quale offerta di Sé e quale combattimento. Ottenne, difatti, indossando l'abito sacerdotale, di essere destinato, quale missionario, in Brasile per assistere i lebbrosi nella missione di S. Paulo; dopo alcuni anni, per le sue condizioni di salute, venne rimpatriato: fu abate di San Sossio Baronia, fu per 20 anni paroco di Vallata.
    Lascia una vasta mole di manoscritti ; sono composizioni poetiche, alcune di carattere sacro, altre — e sono le migliori — descrivono con lirico accento le verdi, selvagge, incorrotte bellezze della Sua terra; sono monografie storiche che ci auguriamo possano essere pubblicate postume.
    Questa rivista, che L’ebbe tra i migliori suoi collaboratori, si inchina reverente alla Sua memoria. (U. F.)


TRADUZIONE

circa la magnanimità del Marchese verso donne e bambini, come avremo modo di contestare, aggiunge altre pennellate al quadro già cosi ben definito dal Giovio. Vediamo anzitutto questi intrepidi Vallatesi, che saltano fieramente fuori le mura e rispondono per le rime alla legazione del Marchese, che pretende la resa immediata. Il Gonzaga non conosce ancora l’ostinata fierezza di questo popolo, che non si piega alla sopraffazione, per cui sorpreso ed indignato di tanta “presuntuosità”, con tutte le forze disponibili attacca una “asperissima bataglia”, in cui trovano la morte più di 170 uomini. 
    Il numero dei caduti, in campo aperto, è precisato meglio dallo stesso Marchese, in una lettera scritta al Signor Floriano Dolfo, un giureconsulto bolognese, che aveva importanti incarichi nella Repubblica di Venezia (Arch. di Stato di Mantova, Gonzaga, busta 2907, Copialettere libro 155, ff. 92^ - 93).
Domino Floriano Dolpho
"... tacemo cum quante amorevole demonstratione fossimo recolti da questo serenissimo et magno Re, che più non seria possibile dire o immaginare, et per non perder tempo fino ad tanto che la prefata M. tà reducesse le zente alla campagna, noi se transferessimo alla Baronia de Flumere, la qual tutta acquistassimo in quatro giorni, dando una asperissima bataglia ad Vallata, la qual expugnata misimo ad sacho cum occisione de più de 250 persone, salvando sempre la vita et honore de le donne et de li putti picolini, el che fo di tanto spavento che tutto il resto, col magiore timore del mondo, retornarono alla pristina Regia devotione, et ultra de questo, Monteleone, Pandi (= Panni, Fg.) et Monteacuto (= Montaguto, Av.), (2) lochi ultra la fortezza assai de importantia, per avere via expedita di Napoli, dove prima non se posseva andare...” Ex castris felicis.... apud Tellam  XXVIII junij 1496.

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(2) La rivalità di questi due paesi che, pur essendo situati uno di fronte all’altro, appartengono a province diverse, è ricordata da una tradizione popolare secondo la quale, in uno avrebbero costruito un muro, che impedisse all’altro paese di godere della luce del sole, e nell’altro avrebbero costruita una campana di legno, per impedire al paese rivale di sentirne il suono!


E adesso trascriviamo la lettera che puntualizza l’ostinata fierezza vallatese, che giunge spregiudicatamente alla sfida: 

    Ill.ma Coniunx nostra amatissima.
    Hieri circa le XX hore (= le due pomeridiane) essendo conducti qua ad Vallata, luoco forte de sito et de ho mini (ammirevole questo riconoscimento che viene dal nemico, in un quadro di generàle ed avvilente vigliaccheria!) al quale avendo data una asperissiina bataglia; tandem per forza havemo havuta et messa ad sacho et amazati una gran multitudine de ho mini, dove de lì nostri non è morto et pochi feriti, seben alla prima scaramuza forono feriti lo Capitano de Citadella de Verona Alèxio nostro Bechacuto et Alovisio de li Arbori, avisandove che d&questa aspereza et morte de tanti homini, loro medesimi se ne hanno dato causa per haver voluto tenerse et usare termini molto insolenti, seben sopra tutto havemo voluto che l’honore de le donne sij stato salvo et factole reservare tutte insieme cum li putti piccolini. Per la quale demonstratione meritamente impagurite tutte le terre rebelle de questo paese, questa nocte un luocho chiamato Carife ne ha mandato le chiave, et tutta volta se aspecta Vicho et Castello. Hogi staremo qua fermi et domane col nome de Dio andaremo sequitando la victoria; del successo de passo in passo ve ne daremo aviso.
    Tutta volta scrivendo questa sono venute alla fidelià de la M.tà del S. Re la città de Vicho, Castello, Bisaza et la Guardia de Lornbardi...
    Ex castris... apud Vallatam VII maij 1496.
    Il panico continua a dominare incontrastato!
    Ill/ma Coniunx nostra Amatissima.
    Questa matina li homini de la cità de la Cidonia sono venuti a noi reducendose alla fidelità de la M.tà del S. Re li quali noi havemo acceptati voluntiera, pur essere luoco molto importante de questa baronia... Datum in castris... apud Vallatam VIII maij 1496.
    Ill.ma Consors nostra Amatissima.
Essendo noi bonis avibus heri gionti qua ad una terra chiamata Pandi, subito li homini de essa venero fora ad noi et per mezo nostro reductosi alla fidelità de la M.tà del S.r Re. Hora per lettere sue se levamo de qua et con questo nostro fortunato exercito se inviamo verso l’Orsara. Et noi con la nostra  persona andaremo alla prefata M.tà aciò possiamo conferire con quella quanto accade...
    Ex castris... apud Pandum XV maij 1496.
    Ill.ma Coniunx nostra Amatissima.
    Da poi acquistata la terra de Pandi... ve havemo significato... noi se inviassimo alla volta de l’Orsara... dove ne vennero incontra li Sindaci de Monteacuto, portando ne le chiave de la terra...
    Daturn Lucerie XVIII mai] 1496.
    Il Gonzaga, durante la sua campagna bellica nelle nostre zone, continuò ad interessarsi anche di affari amministrativi riguardanti alcuni paesi sottomessi, come si rileva dalle seguenti lettere. 
    La prima lettera che esaminiamo è diretta a D. Federico, Principe di Altamura, che ben presto sarà re.
    Archivio di Stato di Mantova, Gonzaga, busta 2.907. Copialettere, libro 155, f. 70 t.
    Ill/mo Domino Don Federico Principi Altamure.
    Ill/me... in la expugnatione de questa terra de Vallata se gli è trovato un Don Angelo de Antonello de Meo Archiprete del dicto loco, tanto- perfido inimico del nome et stato de la Regia M.tà ed de la V.Ill.ma Signoria che più non se ne potria dire, et quello che era cum alcuni altri potissima causa de fare stare cusi pertinace la ditta terra rebella como stava, (motivo di questa pertinace avversione agli Aragonesi, rinfocolata nel popolo dallo stesso Arciprete e da “alcuni altri”, fra i quali certamente il Sindaco, era indubbiamente, come abbiamo già puntualizzato, il sistema di sfruttamento, cui erano sottoposte le nostre popolazioni. Non abbiamo elementi per stabilire chi sia stato il sindaco all’epoca, ma nemmeno possiamo escludere, come vuole il Saponara, che sia stato un Mastroprospero, forse caduto in battaglia, per cui sarebbe stato ricordato ai posteri con la denominazione di una via) che ne è causata la ruina et totale disfactione sua et esso Arciprete in persona in la bataglia ultimamente contro li nostri combatette fortemente (la solidarietà di questo animoso Arciprete con la sua gente è totale ed incondizionata!) et perché lui è stato causa ultra el pubblico danno de la terra predicta, tenere sempre bandito don Matheo de Antonello de Vallata fidelissimo servo et capellano de la V. Ex. (pur essendo questi confratello nel Sacerdozio e, molto probabilmente, parente del precedente, per le sue idee politiche diverse e per il suo attaccamento al Principe, consequenziale del resto al suo incarico di cappellano di corte, era stato bandito da Vallata) presente exibitore, cum gran mutria et obrobrio suo (esemplare questo atteggiamento di contegno e vergogna del nostro don Matteo, esibitore della lettera al Principe) me pareria che per merito de la sua sincerità et restoro de li danni et affanni patiti in lo exilio suo, meritasse essergli dato lo beneficio desso Archiprete, et privare el soprascripto don Angelo, però prego la V. Sub. che se degni havere per recomandato don Matheo predetto cum operare che habia dicto archipresbiterato, de la qual cosa ultra che la Ex. V. farà cosa degna da sè, et quello che rechiede la fidelità et devotione sua, ami anche ne farà singolare piacere...
    Ex castris... apud Vallatam die Villi maji 1496.

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