Comunità di Vallata tra Chiesa Madre, Cappellanie e Regia Dogana - Sergio Pelosi — Processi dal 1753 al 1770.

Capitolo IV
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4.2 Processi dal 1753 al 1770.

        Sempre nell’A.S.FG nel Fondo della Dogana serie III, b. 34 f.1626, Don Cesare Pelosi di Trevico, locato da 16 anni presso la Regia Dogana di Foggia, fu citato in giudizio in quella sede da Francesco Buongiorno di Solofra, ma abitante a Bonito perché non aveva mantenuto l’impegno di pagargli la cambiale di ducati 21 e carlini 40 in monete d’argento, che aveva contratto nei suoi confronti l’11 Novembre 1753, davanti al Notaio Giuseppe de Simone di Grottaminarda ed a due testimoni nelle persone di Romolo Rampino ed Agostino Vicedomini. Quel debito era stato contratto perché un giorno, l’11 Settembre 1753 Cesare Pelosi si recò a Bonito e passando davanti al fondaco(=negozio) di Francesco Buongiorno, decise di comperare molto materiale ivi giacente, come pelli conciate di varie dimensioni, suole per le scarpe e per gli scarponi, cinghie, redini ed altro materiale di pelle e davanti al Notaio di Grottaminarda s’era impegnato lui e gli eredi a pagare quel debito entro il 21 Settembre 1754. Ma, alla data stabilita Francesco Buongiorno non essendo stato pagato, ritornò dal Notaio ed avviò l’istanza per recuperare il debito, gli interessi maturati, le spese processuali oltre al lucro cessante ed al danno emergente. Tutto l’incartamento fu trasmesso a Foggia al Presidente Don Giulio Cesare D’Andrea, responsabile anche della Delegazione dei Cambi, che accertato il debito ed avendo constatato la regolarità della lettera d’esecuzione avvenuta a Trevico per mezzo dell’ufficiale doganale Antonio Cardinale di Trevico, il 18 Maggio 1756 emise l’istanza per il sequestro. A Trevico il 12 Giugno, l’alguzzino Andrea Sabotino, alla presenza dei testimoni Pietro Cuoco e Domenico Todisco, effettuò il sequestro rinvenendo: una casa nel mezzo della piazza del Paese di 6 vani, tra soprani e sottani, con una cantina sotterranea; una botte vacua di 54 litri, una botte vacua di 30 litri, una cassa di noce nuova, un treppiedi di ferro, 2 buffette di noce e 5 casse grandi di noce usate. Fatto il sequestro il segretario dell’ufficio doganale di Trevico, Nicola Salomone, inviò l’incartamento all’ufficiale doganale di Foggia Don Domenico De Biase, il quale diede ancora 4 giorni di tempo a Cesare Pelosi per pagare quel debito di ducati 21 e grana quaranta ma, non essendosi presentato, il giudice ed avvocato Silvestro Bonocore  di Napoli che faceva le funzioni di Presidente in attesa della nomina del nuovo Doganiere, in data 2 Febbraio 1757 dispose di chiamare due esperti per fare l’apprezzamento di quanto sequestrato e successivamente vendere il tutto ad ultima estinzione di candela.
        Nella Dg. III b. 51 f. 2515 il 3 Maggio 1760 Don Alberto Calabrese, in qualità di rappresentante e procuratore dell’Ecc.mo Signor Marchese di Trevico, fece degli atti civilistici contro il Dottor Don Giuseppe Antonio Verdoglia della stessa terra. Infatti Don Alberto Calabrese che rappresentava l’Erario del Signor Marchese si portò alla Regia Dogana di Foggia e mostrò al Presidente Don Antonio Belli che aveva una polizza di cambio(=cambiale) da parte di Verdoglia con la quale questi s’impegnava a pagare ogni debito che potesse avere con l’Erario e mostrando grande soddisfazione, così fece mettere a verbale: “questa volta, il debito ce l’ha ed è di 50 ducati e 14 grana e desidero e supplico Sua Eccellenza a che si faccia subito l’esecuzione di pagamento”. E così avvenne ed immediatamente fu mandato Marco Antonio Zingariello che era dipendente dell’Ufficio Doganale di Trevico a recapitare l’esecuzione nella quale s’intimò il pagamento a Don Giuseppe Verdoglia “ a che paghi entro due giorni soltanto qui, alla Regia Dogana di Foggia” ed altrettanto sorprendentemente, allo scadere delle 48 ore, si portò sul posto del sequestro l’Ufficiale Doganale di Trevico Don Daniel Paglia che sapeva bene che cosa sequestrare e così letteralmente fu scritto: ”Sono stato io personalmente ad eseguire il sequestro della vigna situata vicino alla strada nel sito detto le tre tine per la somma di 50 ducati e 14 grana”, firmato Don Daniel Paglia. Era evidentissimo che si trattava di un regolamento di conti tra il Verdoglia ed il Marchese di Trevico era finito così, con una celerità mai vista in nessun tipo di processo.
        Nella Dg. III busta 52 fasc. 2533 il 17 Giugno 1761 vi furono degli atti di sequestro fatti ad istanza di Ciriaco Rago di Bisaccia nei confronti di Giovanni Cannone di Vallata. Successe che quest’ultimo aveva contratto con il ricorrente una nota di cambio(=cambiale) per undici ducati ed ottanta grana che avrebbe dovuto restituire alla scadenza, ma decedette e nessuno degli aventi diritto all’eredità andò a saldare il debito a Ciriaco Rago che, essendo un noto locato, si rivolse al Tribunale di sua competenza, cioè la Regia Dogana di Foggia che come prima cosa avvisò la Corte ducale di Vallata e, come per prassi, fu investito del problema l’Unità del buon Governo. Così, a Foggia, in sede processuale apparve un 1° atto con il quale il responsabile dell’Unità di Vallata Don Mattia Cristiano, firmato anche dai due eletti Don Fabio Magaletta e Pasquale Rosato, scrissero: “presso di noi si trova una vacca dal pelo lombardo con una marca all’orecchio e con un figlio maschio appresso che stanno a disposizione per una eventuale vendita, poiché quei due animali fanno parte dell’eredità del quondam Giovanni Cannone”. Fu così che, mentre i componenti l’Unità del Comune di Vallata erano in attesa di ricevere ordini in merito, la Ducal Corte di quella terra, procedette alla vendita della vacca annicchiarica con il vitello ad ultima estinzione di candela, aggiudicata a Gennaro la Quaglia per ducati 22 e, nel resoconto apparve pure scritto che, dopo averla comprata assieme al vitello, Gennaro la Quaglia la portò a pascolare alla “Defensa del Formicoso”, trattandosi di animale di gran pregio. L’Unità di Vallata confermò tutta l’operazione avvallata dal sigillo del Notaio Michael Rosa, ma il 23 Giugno comparve a Foggia Don Ciriaco Rago venuto da Bisaccia e scrisse che, nonostante avesse saputo della vendita effettuata, nessuno gli aveva restituito gli 11 ducati e grana ottanta. Allora il Giudice della Dogana di Foggia, Don Carlo Maria Valletta, scrisse una lettera a Vallata tramite il suo segretario Nicola Salomone, chiedendo spiegazioni di quel comportamento assai strano ed intimò che nel giro di 4 giorni qualcuno degli eredi del quondam Giovanni Cannone andasse a pagare quanto dovuto a Foggia ma, dopo 4 giorni, in quella sede competente si ripresentò solo Ciriaco Rago che, a quel punto, scrisse una lettera al Presidente, spiegando che il responsabile doganale di Vallata era persona molto sospetta e che la faccenda andava approfondita, magari presso l’ufficio doganale di Bisaccia. Così avvenne e lì, in quella sede, furono ascoltati due testimoni informati dei fatti, Gennaro la Quaglia ed il Mag.co Dottor Don Felice di Netta. Il primo, riassumendo tutta la storia già conosciuta, fece mettere agli atti di non voler più essere disturbato per quella storia e che la vacca ed il vitello furono venduti per una precisa istanza dei Signori Don Giulio e Don Gerardo Gualtieri, Governatori supplenti della città di Vallata, come si sarebbe potuto facilmente constatare dagli atti della Corte Ducale e, nonostante si sapesse che quella vacca con il vitello facessero parte dell’eredità lasciata dal quondam Giovanni Cannone e che le competenze per la vendita degli animali dovessero essere di Bisaccia, avvenne invece lì a Vallata, ma di ciò lui non poteva saper nulla. Poi, Gennaro la Quaglia concluse la sua deposizione dicendo che lui aveva già sborsato 22 ducati per comperare gli animali e che i soldi erano i suoi e non della moglie Teresa Bortone, nipote del quondam Giovanni Cannone, perché lei era la legittima erede anzi: “ lei non ne sapeva nulla perché si stava preparando alle nozze e non aveva avuto tempo per pensare all’asta ad ultima estinzione di candela, e poi, se l’ufficiale doganale vuole altri chiarimenti, li deve chiedere direttamente ai fratelli Don Giulio e Don Gerardo Gualtieri”. Poi, fu il turno del secondo testimone, il Mag.co Dottor Fisico Don Felice di Netta che portò un atto fatto dal Mastrodatti Don Sebastiano di Gennaro e firmato dal Notaio Michael Rosa di Vallata, in data 15 Dicembre 1761, con il quale sotto giuramento si definì procuratore dei fratelli Gualtieri che predisposero il sequestro della vacca dal pelo lombardo con il vitello e così chiarì che l’eredità che il quondam lasciò, si aggirava intorno ai 140 ducati, ma che i fratelli Gualtieri vantavano un credito di 40 ducati e, “tanto per cominciare, pensarono che vendendo la vacca con il figlio avrebbero potuto rientrare di parte del loro credito” ed in effetti questi soggetti resero 22 ducati ma, il Mag.co Dottor Felice di Netta tenne moltissimo a specificare che “quella vacca con il figlio non pascolava sull’annicchiarico (=terreni a riposo biennale), come si vuol far credere, asserendo che pascola alla Defensa del Formicoso e pertanto soggetta al Regio Fisco e quindi sottoposta giuridicamente a questa Corte, ma aveva da sempre pascolato sulla Montagna detta dell’Angiolo, appartenente alla Ducal Corte di Vallata”. Poi, sull’atto dell’Unità del buon Governo di Vallata c’era scritto che quella vacca con certezza apparteneva a Teresa Bortone perché nipote del fu Giovanni Cannone che sposò in seconde nozze Gennaro la Quaglia e che falsamente Gennaro la Quaglia affermò di aver acquistato quegli animali con i suoi soldi, perché a darglieli fu la moglie, sperando che per quell’acquisto fatto per 22 ducati, non ci fosse più il gravame degli 11 ducati ed 80 grana di debito dello zio. Allora, il Presidente della Regia Dogana di Foggia, Don Antonio Belli, fece mettere agli atti che, pur valutando positivamente quelle dichiarazioni del Mag.co Dottor Felice di Netta: “ le competenze sono sempre di questa Regia Corte e non serve a nulla far risultare che la vacca con il vitello pascola alla Defensa del Formicoso anziché sulla Montagna dell’Angiolo o viceversa, perché quando si tratta di note di cambio(=cambiali) andate in protesto, l’unico settore addetto a questi affari è la Delegazione dei Cambi di Foggia, pertanto, tutto ciò che fino ad ora è stato fatto a Vallata deve essere considerato nullo”. Seguì, quindi, un formale atto d’inibitoria a cui il Presidente fece seguire una lettera esecutoriale a Gennaro la Quaglia a Vallata, ingiungendogli entro 4 giorni, di presentarsi presso l’ufficio doganale di Bisaccia e pagare gli 11 ducati ed 80 grana nelle mani di Nicola Modestino, responsabile di quel procedimento in loco. Così, subito dopo aver ristorato Ciriaco Rago, lo stesso ufficio poté proseguire ad effettuare la vendita della vacca e del vitello ad ultima estinzione di candela. Tutto avvenne nei modi stabiliti ed il 17 Agosto 1762 tutto fu concluso.
        Nella Dg. II b. 369 f. 7921 nel 1765 ebbe inizio una causa che durò due anni e composta di 37 carte in cui il Procuratore della Cappella Laicale di San Vito di Vallata citò in giudizio il Sacerdote Don Giovanni Pietro Patetta e suo fratello il Mag.co Dott. Don Alessio Patetta. Si trattava di una causa assai complicata ma molto significativa perché specchio fedele dei tempi che si attraversavano. Il Procuratore della Cappella Laicale di San Vito era Don Crescenzio Tanga che fu nominato responsabile dei beni non solo di quella ma anche dell’altra Venerabile Cappella del Santissimo Sacramento. Trattandosi di procedere civilmente contro dei locati della Regia Dogana, il procuratore saltò direttamente la fase della Ducal Corte di Vallata e, recatosi a Foggia, riferì tutto l’accaduto allo scrivano ed al segretario, sacerdote Giovanni Melanconico che, dopo aver ascoltato tutte le motivazioni addotte dal ricorrente, gli consigliò di citare in giudizio anche gli eredi del Mag.co Dott. Don Alessio Patetta, in quanto a quella data del 20 Marzo 1765, sia il Rev. Padre Don Giovanni Pietro Patetta, a suo tempo economo della curia e dottore in Teologia, sia suo fratello il Dottor Phisicus Don Alessio Patetta, sposato con la Signora Donna Rachele del Bufalo, di madre lo Polito e nipote del sacerdote Don Francesco, erano deceduti. Fu così che Don Crescenzio Tanga in quella sede mostrò un solenne rogito redatto dal notaio Don Fabio Magaletta di Vallata con il quale, il 16 Maggio 1741 vennero codificate tutte le proprietà della Cappella di San Vito e fece rilevare che tutto quel capitale valutato allora in 300 ducati circa furono dati a due dei fratelli Patetta, figli del quondam Dottor Don Alessio, tutto per un annuo censo redimibile di ducati 13 e grana 50, al tasso annuo del 4.5%, da pagarsi sempre nel mese di Agosto, fino all’estinzione del debito. Ma, Don Crescenzio Tanga, così letteralmente fece mettere agli atti processuali: “ Sono già passati quasi 25 anni, ci sono ancora tanti debiti da pagare, per non parlare degli interessi maturati ed a volte dimenticati, io, come responsabile sono preoccupato perché ho saputo che gli eredi Patetta non solo si sentono proprietari di quei beni, ma diversi ne hanno pure venduti.” E, continuò aggiungendo una sua considerazione pure verbalizzata dal segretario : “ e pensare che quegli eredi avrebbero dovuto sentirsi obbligati verso quei beni, poiché i due F.lli Patetta, il sacerdote teologo ed il dottor fisico ormai sono deceduti e questi si erano impegnati a pagarli, con rogito notarile, anche per nome e per conto degli eredi.” Presso quella Corte della città di Foggia riunita per quello spinoso caso il Procuratore delle due Venerabili Cappelle di Vallata chiese di essere illuminato contro chi bisognasse procedere perché si facessero atti ingiuntivi a Vallata, a Trevico ed a Mugnano, casale di Napoli, poiché alcuni degli eredi stavano in quelle città nominate e così continuò:  “ in realtà la pingue eredità è andata ai figli del quondam Dottor Don Alessio, cioè Arcangiolo, Francesco Antonio, Nicolò e Salvatore detto Tatò, ma a Vallata, bisognerà procedere pure verso i due loro cognati, il Dottor Don Nunziante Pavese ed il Dottor Don Carmine Pelosi, avendo sposato due loro sorelle, Anna Maria Patetta e Caterina Patetta, così come occorrerà far comparire e citare i Fratelli di Stasio di Mugnano e Salvatore Lo Russo di Trevico”.  Quindi, alla luce di tutto ciò, in data 8 Aprile 1765, Don Crescenzio Tanga, mostrandosi come uno zelante amministratore, portando con se l’atto del 1741 dal Notaio Fabio Magaletta, espose lo stato di consistenza della Cappella di San Vito, elencando dettagliatamente tutte le persone a cui furono destinati quei beni:
        -         Una masseria arbustata con viti latine e ripiena di alberi di varia frutta, della capacità di 24 tomoli di terreno, con una casa di fabbrica posta nel tenimento di Mugnano, data ai fratelli di Stasio di Mugnano;
        -         Un palazzo intero consistente di più vani soprani e sottani, con un cortile dentro detto casale, confinante con quello della Chiesa parrocchiale, sempre ai fratelli di Stasio di Mugnano;
        -         Una masseria di fabbrica, con un servizio di bovi aratori con una Torre ed una Pila d’acqua sorgente, con molti alberi fruttiferi intorno, sita nel comune di Trevico, data ai due cognati di Vallata, precisamente, metà al Dottor Don Nunziante Pavese e metà al Dottor Don Carmine Pelosi;
        -         Un territorio di più di 150 tomoli di terra nel luogo detto “Li Pristini” nel tenimento di Trevico, confinante con i beni dei Petrilli di detta terra a Don Nunziante Pavese di Vallata;
        -         Un altro pezzo di terra grande con molti alberi di castagne e di frutta a Don Carmine, a Don Nunziante e a Don Francesco Antonio Patetta, tutti di Vallata;
        -        Un territorio a Salvatore Lo Russo di Trevico;
        -        Un altro territorio in un luogo detto “Lu Punticiell”, con macchie di castagne sempre a Trevico a Salvatore Lo Russo;
        -        Un territorio di 150 tomoli nelle pertinenze di Vallata, parte in un luogo detto “Le Terre di Mercurio”, o volgarmente “Terre Ferregne” e, parte in altro luogo detto “Valle di Carienzo” a Don Nunziante Pavese;
        -        Ed al Dottor Pelosi fu data ben anche una vigna con uno spazio grande vacante, dove ai bordi c’erano dei pioppi ed una casa di fabbrica, in un luogo chiamato “San Paolo”;
        -        Un’altra masseria di fabbrica con tomoli 40 di terreno, sempre in tenimento di Vallata fu data sempre al Dott. Don Carmine Pelosi in un luogo detto “La Stradella”.
        Il sacerdote Melanconico che svolgeva le funzioni di segretario e cancelliere presso la Regia Dogana, che fino a quel momento aveva trascritto tutto quel resoconto riportandolo dalla viva voce del Procuratore della Cappella di San Vito, aggiunse: “tutti quei beni descritti, fanno parte del Capitolo della Cappella ammontanti a 300 ducati e, oltre alla terza già maturata, ad oggi tale capitale ammonta a ducati 324”. Pertanto, il Procuratore delle cappelle Don Crescenzio Tanga chiese che il contratto fatto all’epoca dal notaio Magaletta di Vallata fosse rescisso e tutto il capitale di 324 ducati fosse restituito a San Vito ed in più fece mettere agli atti questa frase: “chiedo che si facciano accertamenti perché molte di quelle proprietà mi risultano vendute più volte ed inoltre si deve indagare anche sui beni dell’altra Venerabile Cappella del Santissimo Sacramento a Vallata, dove c’era un capitale di cinquemila e cinquecento ducati ed oggi non c’è più niente “. Anche per quella Cappella del Santissimo Sacramento, i beneficiari all’origine, come chiarito ed espresso in modo ironico da Don Crescenzio Tanga, erano : “ i due fratelli Patetta, il Sacerdote Teologo della Chiesa Matrice ed il Medico del Paese !!!. Seguirono così altrettante lettere di notifiche di atti ed ingiunzioni a Vallata, Trevico, Mugnano ed anche a Flumeri, dove s’era trasferita la famiglia Salza, originaria di Vallata, che in virtù di un matrimonio tra un loro figlio ed una sorella di Don Carmine Pelosi, aveva acquisito delle proprietà, sia per dote che per atto di compra vendita. Scoppiata la bomba, il primo ad opporsi a tutto questo fu proprio l’U.J.D Don Carmine Pelosi che ricorse alla Regia Dogana appellandosi alla nullità dell’atto disposto e, poco dopo, comparvero tutti gli altri, adducendo motivazioni di buona fede ed inconsapevolezza di tutto ciò che c’era dietro quella storia. Fatto sta che il Procuratore della Cappella di San Vito da quel momento non comparve più, facendo recapitare una sua procura, a favore di Don Francesco Genuario Giancamillo, adducendo motivazioni di salute  e : “perché malconcio per una rovinosa caduta dalle scale di casa sua”. L’atto di procura fu, in modo solerte,  redatto dal Notaio Magaletta di Vallata ed inviato alla Corte di Foggia, con la testimonianza di Don Michelangelo de Benedictis, amico degli Orsini residente in loco ma proveniente da Napoli e Giuseppe Cornacchia di Vallata che faceva il giurato della Ducal Corte. A quei tempi, il notaio Don Fabio Magaletta, che era stato in precedenza inseparabile amico di Don Carmine Pelosi e di Don Nunziante Pavese, non lo fu più per via di una causa che il primo gl’intentò perché si fermava sempre con la carrozza dei cavalli davanti casa sua come se fosse lui il padrone e poi, il notaio pretese pure di erigere abusivamente una casa a ridosso della sua. Così, nel frattempo, il notaio Don Fabio Magaletta che era anche l’erede di Don Fabio Florianello, si era accreditato come persona di fiducia del Duca Orsini che per quel periodo lasciò come “Gubernator supplente” proprio Giancamillo che avrebbe dovuto sostituire in questa presente causa don Crescenzio Tanga. Come prima cosa,  questi, volendo ripagare il Duca della fiducia accordatagli, sapendo che quelle Cappelle erano state dotate patrimonialmente dalla famiglia Orsini, volle dimostrare con quell’azione giudiziaria come quelle potesse ritornare in possesso dei beni patrimoniali. Seguì, quindi, tutta la formalizzazione dell’atto, dove apparve nuovamente tutta la spiegazione dell’atto originale del 1741 ed il procuratore Giancamillo che sostituiva il Procuratore della Cappella di San Vito Don Crescenzio Tanga, riferì meticolosamente tutto ciò che era avvenuto, aggiungendo che “tutte quelle proprietà alle due Venerabili Cappelle di San Vito e del Santissimo Sacramento le aveva date Sua Eccellenza Don Domenico Orsini, Duca di Gravina e a quell’epoca l’amministratore in loco a Vallata era il Signor Don Domenico Capuano che prese accordi con il sacerdote Don Angelo Strazzella e che, allo stato attuale, per risalire alla verità, si deve chiedere a Don Angelo Strazzella quello che avvenne e perché avvenne”. Questi, citato “ad informandum” a Foggia, fu ascoltato e riferì che il suo collega Don Giovanni Pietro Patetta era un ottimo amministratore ed economo della Chiesa e fu lui che suggerì che si potessero dare i beni della Chiesa per l’annuo censo agli appartenenti alla sua famiglia, collegati alla Diocesi di Bisaccia, perché erano persone d’onore e avrebbero sicuramente rispettato quanto prestabilito. Poi, Don Angelo Strazzella concluse dicendo: “ mi fidai anche perché la moglie del Dottor Don Alessio Patetta era Donna Rachele del Bufalo di madre Lo Polito(=Ippolito) e in famiglia avevano l’ Arciprete qui a Vallata, e per tutte queste considerazioni, non ebbi dubbi a concedere quel patrimonio per l’annuo censo al Rev. Padre Don Giovanni Pietro Patetta ed a suo fratello, il Mag.co Dottor Don Alessio”. Subito dopo quelle dichiarazioni, apparvero anche le procure dell’ U.J.D Don Nunziante Pavese, che adducendo motivi di impegni a Napoli per il disbrigo di molte pratiche legate alla sua legal professione, nominò al suo posto il Mag.co Dottor Don Antonio Rinaldi e, allo stesso modo, l’U.J.D Don Carmine Pelosi, adducendo motivi che non poteva allontanarsi da Vallata perché sua moglie doveva partorire a breve, nominò suo procuratore il fratello del primo, il Mag.co Dottor Don Michele Rinaldi. Entrambi gli atti furono autenticati dal Notaio Giovambattista Branca di Vallata, da sempre contrario al notaio Fabio Magaletta. Tutti gli altri possessori di beni si presentarono tutti e comparvero più volte alla Regia Dogana a Foggia. Allora, il 16 Aprile 1766, il Presidente del Tribunale, nonché presidente della Camera della Sommaria Don Angelo Granito, Miles et Patricius Salernitanus e Duca del Cilento, chiese che si inviassero a Vallata degli ufficiali doganali di Foggia per procedere a vedere quali beni si potessero porre sotto sequestro, ma preventivamente chiese che si accertasse la verità e che si facessero le parti giuste per vedere chi e quanto doveva pagare e, concludendo il suo intervento, fece mettere agli atti la seguente frase : “solo dopo gli accertamenti si facciano gli atti ingiuntivi”. Ma, Don Nunziante Pavese e Don Carmine Pelosi, non soddisfatti di questa decisione che trovarono assai salomonica e pericolosa, fecero ricorso alla Gran Vicaria a Napoli, ottenendo per la loro parte, uno stralcio perché considerate vittime del sistema ed ottennero un primo significativo successo consistente nell’allungamento dei termini del processo. Nel frattempo, gli ufficiali doganali (=alguzzini) da Foggia si recarono a Vallata, a Trevico, a Mugnano ed a Flumeri in data 14 e 21 Maggio 1766 e riportarono che la situazione era assai complicata perché quei beni di cui s’era parlato, erano stati frazionati tra eredi, permutati, affittati a coloni ed anche subaffittati ma, tutti risultavano liberi da ipoteche e pertanto scrissero al Presidente Doganiere : “non capiamo perché i venditori non avrebbero potuto farlo  e perché mai i compratori non avrebbero potuto comprare”. Questo fu quanto espresso in modo lapidario dagli alguzzini nelle loro visite e si rimisero ad altri e successivi ordini del Tribunale. Subito dopo quella relazione, apparvero le dichiarazione di Don Francesco Antonio e Nicolò Patetta eredi più formalmente coinvolti assieme agli altri fratelli ed a corroborare quanto scritto dagli alguzzini, aggiunsero che loro, non avrebbero mai pensato di vendere i beni datigli dalle Venerabili Cappelle perché ben sapevano che erano ipotecati e così li dettero solo a gestire a terzi, ma solo per far fronte a quel debito di censo contratto verso quelle Cappelle di San Vito e del Santissimo Sacramento e conclusero che:  ”in questa storia, s’è fatto solo una gran confusione”. Nel frattempo, i due cognati Don Carmine Pelosi e Don Nunziante Pavese erano uniti nel ricorso stralcio alla Gran Vicaria a Napoli ed entrambi recarono una copia in quella sede dei capitoli matrimoniali che furono fatti alle loro due mogli dal Mag.co Dottor Don Alessio Patetta, loro suocero ormai defunto, aggiungendo che quello che avevano avuto era ben poca cosa rispetto a quanto realmente avrebbero dovuto ancora avere; comparve, poi, anche un attestato del fratello sacerdote di Don Nunziante che attestava che tra i beni del fratello, c’erano anche quelli derivanti direttamente da lui, oltre ai lasciti materni e paterni e: “se qualcos’altro poteva essergli venuto, era per effetto dei capitoli matrimoniali, ma era ben poca cosa”.  Don Carmine Pelosi disse che a lui sembrava tutta così strana quella faccenda perché come lui, tanta altra gente aveva comprato e venduto, sempre con accordo tra le parti e mai con dolo, poi, per quanto riguardava il suo caso, aveva sempre pagato il dovuto per il censo ai Patetta, quindi se c’erano dei danneggiati erano lui e suo cognato Nunziante. Dopo quelle loro dichiarazioni furono controllate le loro posizioni ed entrambi risultarono senza atrazi (=ritardi) di pagamento con le due Cappelle, anche se, come scrisse il giudice, ricostruire la storia degli ultimi venticinque anni non fu cosa semplice. Don Carmine Pelosi, avendo ritrovato animo, con tono sprezzante e facendo mettere per iscritto la sua dichiarazione, aggiunse: ”pertanto, tutte le accuse rivolte a me e a mio cognato, le rispediamo al mittente a Vallata a Don Crescenzio Tanga!!!”.  Infine, apparve un atto nuovo del Notaio Magaletta di Vallata che fu come un fulmine a ciel sereno, in cui c’era scritto così: “ avendo fatto nuove ricerche nel mio studio, negli archivi e anche in altri studi di miei colleghi, avendo approfondito tutta la questione, appare chiaro che dei cinquemila e cinquecento ducati, dopo tanti anni, dopo che sono stati fatti tutti i calcoli, pagate tutte le terze, proceduto al conteggio degli interessi, il credito che vanta ancora quella Laical Cappella è di 400 ducati e grana 330 e, devo confermare che tutti i beni venduti o divisi o permutati erano tutti liberi e franchi da gravami ed ipoteche di censo, perché io stesso li ho fatti e controllati ”. Il notaio Magaletta aggiunse che quella era la situazione della Cappella del Santissimo Sacramento, invece, per San Vito, la situazione era che: “c’è qualcosa da recuperare, ma ben poca cosa, perché ho controllato che gli eredi Patetta hanno pagato già i ritardi avvenuti, ma per mera dimenticanza ed ora sono in regola”. Fu disposto nuovo accertamento su quanto detto dal notaio e comparve che c’era un sottano abbastanza grande che si poteva vendere ad ultima estinzione di candela per ricavare quanto possibile per la Cappella di San Vito ed un soprano che aveva un tal Michelangelo Zandiello che lavorava come inserviente al Palazzo Ducale di sua Eccellenza Don Domenico Orsini. Allora, comparve un atto nel quale si riportava che era intendimento di Sua Eccellenza dare quel soprano a Michelangelo Zandiello per ricompensarlo di tutti i suoi lavori a Corte e quindi “non si proceda a venderlo”. Allora, messo psicologicamente sotto pressione, ricomparve Don Crescenzio Tanga che decise di ricorrere anche lui alla Gran Vicaria a Napoli e nell’atto venne così, con tono imperativo, riportato : “ si faccia una seria ricognizione, c’è un gioco tra le parti e principalmente si chiamino tutti i possibili testimoni a verificare a quanto fu venduto, chi acquistò e soprattutto quale fu il reale guadagno di colui che vendette”. La Gran Vicaria, accettò in pieno le proposte di Don Crescenzio Tanga e, dopo aver avocato a Napoli tutti gli atti del processo, dispose di ascoltare in sequenza tutti i testimoni e decise che dopo che si fosse fatta la ricognizione esatta dei beni, si potesse procedette ad immediata vendita dei beni per ristorare le due cappelle. Quella fu la decisione e così fu invitato il Notaio Pagliarulo di Trevico a fare tutto quanto in suo potere per recuperare il possibile ed alla fine di tutto il lavoro avrebbe dovuto darne comunicazione anche alla Corte di Foggia che desiderava sapere il risultato di tutti quei sequestri. Cominciò tutta nuovamente la storia dei testimoni, i sopralluoghi degli alguzzini, ed alla fine di tutto quell’interminabile strazio, fu ritrovato un “Palazzo intiero” che si poteva vendere nella città di Vallata. Ma, nel frattempo arrivò un Atto del Razionale dell’Annona della Corte Ducale di Vallata, a firma del notaio Giovambattista Branca che disse: “ io, Don Pasquale di Netta, avendo avuto un appoggio dal pubblico consesso, porto i conti, dopo aver bilanciato i calcoli, sia dei Priori che degli Amministratori delle due Laical Cappelle, e grazie al fatto che Don Domenico Strazzella sacerdote mi ha portato i conti ben fatti, posso dirvi che sapevamo di quel palazzo intiero che si sarebbe potuto vendere e, a suo tempo, abbiamo anche avvertito la Ducal Corte, ma siccome non c’erano case vuote qui, s’è messa a disposizione per il Governatore supplente, Don Domenico Bruno e, così, questo fu occupato da lui”. Allora, dopo un po’ di tempo ed un po’ di smarrimento, comparve un atto dei Fratelli Patetta eredi che dissero che avendo venduto dei beni per l’ammontare di 400 ducati e grana 330, più le terze maturate, per un totale di 450 ducati, questi erano a disposizione del notaio Pagliarulo a Trevico, e che: “ noi, da questo momento, non vogliamo più abitare a Vallata, ma intendiamo trasferirci a Trevico, perché l’ambiente qui non ci è  più congeniale”. Poi, si procedette alla vendita del sottano abbastanza grande e di li furono ricavati 10 ducati e solo questi andarono alla Cappella di San Vito, mentre i 400 ducati e grana 330 alla Cappella del Santissimo Sacramento con l’aggiunta delle terze. Il notaio Pagliarulo si recò al Comune di Trevico e lì, il 16 Giugno 1766, il Sindaco dell’epoca Don Liborio Petrilli, sorretto dal capo eletto Don Donato Melchionna e dall’eletto Don Pasquale Ragazzo, confermarono di aver ricevuto la somma totale di 450 ducati e di questi, 440 andarono al S. Sacramento e 10 a San Vito. Ma, la storia non finì così, perché i fratelli Patetta che d’ora in avanti si definirono di Trevico, promossero giudizio contro Don Nunziante Pavese e Don Carmine Pelosi, asserendo che i due avrebbero dovuto venirgli incontro in quella vendita e non voltargli le spalle come fecero. Come tutta risposta i due  cognati, uniti dallo stesso destino, fecero un nuovo ricorso presso la Regia Camera di Santa Chiara a Napoli, perché non solo non volevano rispondere di quelle accuse sollevategli contro nelle quali ripeterono di essersi trovati come soggetti passivi ma, in virtù dei capitoli matrimoniali che produssero in quella sede, entrambi avrebbero dovuto avere anche il resto perché quelli non furono affatto rispettati e che Don Crescenzio Tanga, come Procuratore delle due Cappelle: “ parla ed agisce così solo perché sua sorella ha sposato uno dei fratelli Patetta”. Dall’analisi dei capitoli matrimoniali s’evinse che quei beni dotali delle mogli dei due personaggi vallatesi, derivavano da lasciti  fatti dalla Diocesi di Bisaccia. Infatti, tempo prima, quei beni alla Diocesi erano arrivati grazie a benevoli accordi e concessioni fatti dalla famiglia Orsini, e poi tramite il Vescovo Patetta di Bisaccia, mandati alle due Cappelle di Vallata. Risultava, quindi, chiaro che chi potesse usufruire di quei beni non potessero che essere dei discendenti della famiglia Patetta, come confermato dal sacerdote Strazzella, la cui sorella Elisabetta aveva pure sposato Santo Pelosi, fratello naturale di Don Carmine. Ma, il Presidente della Regia Camera di Santa Chiara, Don Ferdinando D’Atri, confermò le ragioni dei due e trovò un sapiente accordo tra le parti che decisero di non andare oltre, dichiarando nullo l’atto dei fratelli Patetta.
        Subito dopo, nella Dg. II b. 290 f. 6578 il 22 Novembre 1766, sempre nello stesso anno del precedente giudizio, il Dott Don Nunziante Pavese niente affatto soddisfatto del risultato ottenuto a Napoli, continuò la storia relativa alla sua eredità che avrebbe dovuto ricevere con i capitoli matrimoniali e citò in giudizio Don Francesco Antonio Patetta e figli, oltre che Don Nicola e Don Arcangelo Patetta, fratelli del primo, nonché i loro nipoti aventi diritto.  Il primo atto che comparve in questo fascicolo fu una procura del Dottor Don Nunziante che non potendo essere presente alla data del processo nella sede della Regia Dogana a Foggia, nominò suo procuratore il Mag.co Don Nicola Rinaldi, con atto notarile redatto da Giovambattista Branca, affinché quegli andasse a testimoniare che i fratelli Patetta erano realmente debitori di quanto lui da tempo andava affermando ed essendo stato proprio lui, nel decennio 1756-1766, il Procuratore della Cappella del S.S. Sacramento  e della Chiesa di San Vito, adesso, alla fine del suo mandato, desiderava rendere esplicita una situazione che non era più accettabile e pertanto si rivolse alla Regia Dogana di Foggia perché il giudice competente si esprimesse in merito a quella situazione che il suo procuratore avrebbe ancor meglio chiarito. Fu così che andò a testimoniare il Dottor Don Nicola Rinaldi innanzi al giudice e responsabile del Fisco della Corona Napoletana, Don Francesco Nicola De Dominicis e quella testimonianza di debito la volle sottoscrivere anche Don Carmine Crincoli, con firma olografa in quanto all’epoca dei fatti lui era tesoriere  delle due stesse Cappelle di cui don Nunziante era Presidente. Il fatto fu che quest’ultimo aveva prestato 5000 Ducati che facevano parte del patrimonio delle due Chiese di Vallata, sin dal 1741, ed i fratelli Patetta, annualmente, il mese di Agosto avrebbero dovuto pagare una rata di debito, più un interesse annuo del 4,5%, ma, alla data del 1766, risultava ancora da estinguersi un debito di mille ducati che questi non gli conferivano più. L’avvocato fiscalista presso la Regia Dogana De Dominicis, sottolineò molto positivamente il comportamento del procuratore delle due Cappelle di Vallata, poiché queste avevano un gran patrimonio ed occorreva che qualcuno se ne preoccupasse, proprio come aveva fatto fin lì ed egregiamente il presidente ed il tesoriere. Anzi, da un conto consuntivo che Don Nunziante Pavese ed il Tesoriere Don Carmine Crincoli portarono tramite il loro procuratore, le due Chiese del Santissimo Sacramento e di San Vito, avevano a quella data del 1766, ancora quei beni da assegnare e così riportati :
        una masseria di fabbrica dove c’era una torre ed una sorgente per i buoi in luogo detto il Ponticello di 50 tomoli di terra con macchie di castagne, confinanti con terreni del dott. Pavese;
        un altro pezzo di territorio di tomoli 150 nelle pertinenze della città di Vallata, in luogo detto Mercurio Ferragne, confinante a Sud con altri terreni del Dott. Pavese;
        una vigna delimitata da pioppi e casa di fabbrica dentro il luogo detto di S. Paolo confinante con il Rev.mo Padre Don Francesco Pavese ed il Dottor Don Nunziante Pavese;
        un’altra masseria di fabbrica con 40 tomoli di territorio in un luogo detto Stradella sempre in detta terra di Vallata ai cui confini c’è una masseria con terreno posseduto dal Dott. Don Carmine Pelosi di Vallata;
        una vigna a Chiusano vicino a quella di Giuseppe Cicchetti e fratelli;
        un altro territorio a Marzano confinante con i terreni di Don Andrea Gallicchio ed altri otto tomoli appartenenti ai fratelli Pelosi;
        un territorio con un casale e molte piante di nocelle in una località chiamata Mugnano nelle pertinenze di Napoli;
        un altro tenimento nella con vicina città di Trevico, in contrada Serra de li Carboni;
        un altro territorio in un luogo vicino alla contrada S.Andrea confinante con Felice Vinetta;
       un altro territorio nel luogo detto Bosco della Fica nelle pertinenze di Trevico, vicino ad un altro tenimento il cui possessore è Don Nunziante Pavese;
        una vigna con ponticello al luogo detto Chiusano, vicino a quello di Giovanni Crincolo;
        Pertanto, dopo aver ascoltato quanto riportato dal Mag.co dottor Don Nicola Rinaldi,  così concluse l’Avvocato Fiscale De Dominicis, molto noto negli ambienti dei locati e sudditi della corona presso la Regia Dogana di Foggia, facendo mettere agli atti questa sua decisione: “ chiunque chieda di voler gestire quei seguenti beni, dovrà rispettare tutti gli impegni derivanti e prestar loro tutta l’assistenza dovuta, facendo fronte con i propri beni agli obblighi assunti e pagare il dovuto ed a questa regola, non potrà sfuggire neanche Don Francesco Antonio Patetta e figli, poiché a suo tempo, nel 1738, avevano già ottenuto, quando ne fecero richiesta, i 5000 ducati, fornendo tutte le garanzie sopra i loro beni durevoli, anche se poi il prestito l’hanno ottenuto ad Agosto 1741”. Quindi, accertati i fatti e desunte le responsabilità, l’avvocato De Dominicis stabilì che si facessero bene i calcoli di quanto dovuto come interessi e calcolo delle terze alle due Cappelle di Vallata; dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il funzionamento del credito è sempre stato ben conosciuto dai nostri antenati, e che principalmente, mondo è stato e mondo sarà.
        Dall’analisi dei documenti della Dogana serie II negli anni 1740/50/60, è stato possibile verificare che vi fu una guerra profonda a Vallata tra la famiglia Patetta e la famiglia Pavese (Dg. II b. 500 f. 10619) ed in particolare tra Don Nunziante, personaggio dominante di quella città e gli eredi del sacerdote Giovampietro e di suo fratello il Dottor Don Alessio Patetta  i quali si servivano sempre dal notaio Schettini di Fontanarosa che, nella formulazione ed opposizione degli atti, nonché dal tono e dalla particolare veemenza usata, credo avesse una ruggine del tutto personale contro di lui. Il Mag.co Dottor Don Nunziante, poi, in tutti i processi esaminati, come ad esempio quello della b. 136 f..7022 della Dg. II, non si fermava mai al 1° grado del Tribunale della Dogana di Foggia e continuava con il secondo grado presso la Camera della Sommaria di Napoli che aveva dei costi elevati, ma per lui, quella era una normalità, perché oltre ad avere tutte le possibilità economiche ed i risultati gli davano sempre ragione, in quella sede svolgeva lui stesso le funzioni di giudice per 4 mesi/anno, alternandosi con il Mag.co don Nicolò Pelosi che era  il fratello di suo cognato, accomunato dal comune risentimento verso i Patetta, rei di non aver rispettato i capitoli matrimoniali nei loro confronti, e da allora ogni scusa fu buona per litigare anche su cose più insignificanti .
        Nella Dg. II b. 438 f. 9288, nel 1771 il Procuratore del Duca di Gravina, mosse atti civilistici contro Don Leonardo Antonio Batta di Vallata perché, dagli atti presso la camera ducale di quella città, risultava che era creditore verso l’erario di Vallata e quindi nei confronti dell’Ecc.mo Signor Duca, ancora 74 ducati per l’affitto di una Difesa che aveva già tenuto già da diversi anni, in una zona detta Maggiano. Ma, Don Leonardo Antonio Batta, noto locato in locazione di Feudo d’Ascoli, massaro di campo ed allevatore di vacche di gran pregio, andò a Foggia nel tribunale che gli competeva e si difese portando un atto redatto dal Notaio Pagliarulo di Trevico, con il quale risultava che due anni prima aveva fatto una società con Don Nicola Domenico Batta, Biase di Stefano e Nicola Guiducci e lui, la parte sua l’aveva fatta, perché l’erario l’aveva pagato regolarmente, ma erano gli altri tre citati contraenti che non avevano adempiuto al loro dovere e così fece mettere a verbale : “ siano chiamati loro a pagare e non io, perché non si può gravare di debiti chi non gli tocca affatto”.
        Nella Dg. II busta 416 fasc.8865 l’11 Settembre 1769 il Rev.do Padre Don Giovambattista Gallicchio e suo fratello Biagio, entrambi di Vallata, andarono a Foggia per denunciare il fratello, il Dottor Don Girolamo Gallicchio, abitante a Trevico. I due esposero la loro tesi innanzi al Giudice ed Avvocato del Regio Fisco, Don Francesco Nicola De Dominicis, e riassumendo le motivazioni che l’indussero a sporgere denunzia, raccontarono che nel 1743, quando lo zio Don Giuseppe Iascone di Trevico passò a miglior vita, nel suo testamento nuncupativo lasciò erede particolare la sorella Brigida, loro madre. Ma, fu anche specificato che sarebbe diventata proprietaria dei sei territori solo dopo che sarebbe morto anche suo fratello Antonio ma, nel 1763, la lodata mamma Brigida passò a miglior vita, lasciando oltre a loro due supplicanti, anche tre altri figli, cioè Girolamo, Domenicantonio e Bernardo. A tutti loro sembrò chiaro che i beni lasciati dallo zio Don Giuseppe dovessero essere divisi in cinque parti, ma quando il 27 Giugno 1769 morì anche lo zio Don Antonio, apparve un suo testamento nuncupativo con il quale nominava suo erede universale uno solo di loro, il Dottor Don Girolamo. Ora, loro due, Rev. Don Giovambattista e Don Biagio, erano lì presenti presso la sede di Foggia competente in merito, per chiedere sia l’annullamento di quell’atto del tutto illegittimo, sia perché il Dottor Don Girolamo si trovava ad occupare ben tre dei sei fondi lasciati dallo zio Don Giuseppe Iascone. I due continuarono dicendo: “ nostro fratello Girolamo, anziché lasciare ciò che deteneva illegittimamente, pretende che noi dobbiamo lasciare gli altri 3 fondi e si è pure rivolto all’Ufficiale Doganale di San Sossio, Michele Fabiano, il quale, senza una preventiva commessa della sede della Regia Dogana di Foggia, recandosi a Vallata presso il nostro domicilio, ci ingiunse di non permetterci più di coltivare i fondi lasciati dallo zio, perché erano di proprietà del Dottor Don Girolamo ”. Pertanto i due comparenti chiesero al Giudice De Dominicis di prendere provvedimenti nei confronti di quell’ufficiale doganale perché persona sospetta e connivente con il fratello e che quest’ultimo dovesse  rilasciasse  lui i fondi che dovranno, invece, essere divisi in parti uguali. Pertanto, i’avvocato De Dominicis che tutti i documenti fossero avocati nel processo da tenersi a Foggia presso di lui nella Regia Dogana. Così avvenne ed il segretario Sacerdote Malanconicus su mandato del giudice il 28 Settembre 1769 scrisse a Santosossio che non si arrecasse disturbo ai fratelli Gallicchio nel possesso dei loro 3 fondi e che tutti gli atti fossero mandati in originale a Foggia, dove comparvero anche le procure. Così cominciò il processo ed entrambi i fratelli, il Rev. Padre Don Giovambattista e Don Biagio presentarono due nomine di procure, con due atti ben differenti, ma a copia conforme,  in cui venivano nominati a rappresentarli il Mag.co Don Giuseppe Maria Zanni, con atto del notaio Fabio Magaletta che lo redasse innanzi ai testimoni Michelangelo Garruto ed Antonio Cicchetti. Poi, il 24 Aprile 1770, comparve il terzo atto di procura del Dottor Don Girolamo che nominò anch’egli il Mag.co Don Giuseppe Maria Zanni che era stato uno dei testimoni che aveva presenziato al testamento nuncupativo dello zio Don Giuseppe Iascone e che, a quell’epoca del giudizio era ancora vivente.  Il Giudice De Dominicis scrisse a tutti e tre che la pratica non era regolare e che si decidessero a scegliere ognuno un suo procuratore. Così il Mag.co Don Giuseppe Maria Zanni rifiutò quella del sacerdote Giovambattista e del Dottor Don Girolamo ed accettò quella di Don Biagio. Don Girolamo nominò suo procuratore Don Vito Vitale di Bisaccia ed il Rev. Padre Don Giovambattista nominò il Mag.co Don Alessandro Sorrentino. Così il 5 Maggio del 1770 si cominciò ad ascoltare le parti ed il procuratore del Dottor Don Girolamo fece mettere agli atti che il suo cliente, come antico locato, sapeva bene quali fossero i suoi diritti ed i suoi obblighi, pertanto fece presente che quel comportamento che a prima vista avrebbe potuto sembrare arroganza, era in realtà dovuto al fatto che il Dottor Don Girolamo, alla morte dello zio Don Antonio Iascone, in virtù del testamento che lasciò in suo favore, chiese ed ottenne “Il Decreto Di Preambolo” da parte della Local Corte e successivamente controfirmato dalla Gran Corte della Vicaria di Napoli, per cui divenne unico erede universale di tutti e sei i corpi di territori lasciati in eredità.  Pertanto, il procuratore di don Girolamo, don Vito Vitale, continuò che “allo stato dei fatti Don Girolamo si trova in possesso solo di tre dei sei fondi, detenendo pure i beni moventi e semoventi”, pertanto chiese che : “ come s’evince ex testamento del quondam Mag.co Don Antonio Iascone, i tre fratelli Gallicchio avrebbero dovuto rilasciare immediatamente gli altri tre fondi”. Infatti, le ire del Dottor Don Girolamo erano rivolte oltre che verso il Rev.do Padre Don Giovambattista che capeggiava il gruppo, verso Biagio e Bernardo, poiché il quarto, Domenicantonio, era diventato sacerdote e non gli risultava che ce l’avesse con lui. Infatti, nonostante i tre fratelli sapessero di quel decreto di preambolo, sin dal passato mese di Settembre, continuarono a perturbarlo nel suo possesso, tanto che portatisi nel luogo detto “Fontana di Spada”, mieterono 9 tomoli di grano abusivamente, senza parlare di quelli situati nel luogo detto “ Il Campo d’Angioli”, nelle pertinenze di Trevico. Per quell’atteggiamento avuto dai tre fratelli, il Dottor Don Girolamo produsse anche atti criminali contro di loro, sempre presso l’Ufficiale Doganale di Santosossio.
        Così il Giudice De Dominicis chiese di poter prendere visione del Decreto di Preambolo e mandò a richiederlo a Napoli e, nel frattempo, inviò un’informativa a Vallata in data 9 Maggio 1770, affinché la Local Corte di quella città gli facesse un quadro esaustivo di chi deteneva i fondi, a quale titolo e soprattutto qual’era la situazione patrimoniale della famiglia Gallicchio; poi, di suo pugno, il giudice De Dominicis sull’atto di notifica ai tre fratelli scrisse: “ non continuate nel vostro atteggiamento provocatorio perché tutto è ancora sub iudice ”. Chi consegnò quell’informativa firmata dal Notaio Pagliarulo di Trevico, fu l’alguzzino ordinario di quella stessa città Francesco Cologno che la recapitò prima al Rev. Padre Don Giovambattista, poi a Don Biagio e poi a Don Bernardo. Così, comparve una nota dell’attuario della Local Corte di Vallata, tal Euplio Mariniello nato nella città di Trevico, firmato dal Notaio Giovambattista Branca, che riportava letteralmente : “tutti i fratelli Gallicchio gestiscono una consistente proprietà terriera formata oltre che dai sei territori provenienti dall’eredità degli zii, anche la Masseria detta “Lu Piscone” ed un’altro territorio chiamato “Le Ferregne”, dove c’è anche un pozzo d’acqua che viene gestito direttamente e personalmente dal sacerdote don Giovambattista. Le altre proprietà sono situate alla “Fontana di Spada”, dove i tre fratelli hanno minacciato il fittavolo Euplio Palluottolo poi, hanno dei terreni vicino al “Bosco della Fica”, confinanti con gli eredi del quondam Dottor Fisico di Vallata, Don Alessio Patetta  ed anche lì hanno minacciato Urbano Ragazzo fittavolo di Don Girolamo, ma l’azione di disturbo, nonostante l’intimazione ricevuta in data 9 Maggio, sotto la pena pecuniaria di 500 ducati, la fanno e la continuano anche sui territori di “Serra di Mamone”, o anche detti “di  Monaco”, su quelli posti ai “Piani di Contra”, su quelli detti  al “Campo d’Angioli”, oltre che sui territori situati verso la Venerabile Cappella del Monastero di Montevergine.” Quindi, oltre che con il fratello Don Girolamo, i tre litigavano con tutti i coloni che non avrebbero dovuto interessarsi più di quei terreni dati in estaglio, arrecando gravi pregiudizi sia a loro, sia al Dottor Don Girolamo. Il Giudice De Dominicis chiamò i rispettivi procuratori dei fratelli imputati di tante sgarbatezze e chiese loro di restituire immediatamente il grano mietuto e di non disturbare con arature varie il possesso dei fondi posseduti dal dottor Don Girolamo. Ma, i tre fratelli si difesero dicendo che il giudice De Dominicis poteva interrogare personalmente loro fratello, perché ciò che aveva detto il suo procuratore era non rispondente alla verità dei fatti perché avevano regolarmente pagato l’estaglio per l’affitto dei terreni e che quel giudizio criminale che era pendente su di loro a Santosossio era già stato ritirato. Così, a Foggia fu convocato Don Girolamo che si presentò dopo 6 giorni dalla ricezione della nota che lo convocava ad informandum per rendere la sua versione dei fatti e su quella nota c’era scritto: ”se non si presenta viene condannato immediatamente in contumacia”. Così, a Foggia, Don Girolamo ammise che anche se c’erano state delle discussioni con i fratelli, in effetti, lui voleva soltanto che fossero riconosciuti i suoi diritti sanciti dal Decreto di Preambolo, ma che si sentiva libero di beneficiare i fratelli con l’affitto e che, in quel caso, non c’erano ricevute perché l’estaglio fu pagato “brevi manu”.
        Intanto, il tempo correva inesorabile e la sentenza non fu mai pronunziata perché il 13 Marzo 1775, il giudice della Regia Dogana prendendo solo atto dell’avvenuto “Decreto di Preambolo” arrivato dalla Capitale, ratificò che Don Girolamo era in possesso realmente di soltanto tre di quei sei possedimenti lasciati dal quondam Don Antonio Iascone e che in campo agricolo era assai difficile rientrare in possesso anche degli altri possedimenti in tempi brevi, per cui lasciò intendere che, avendo ascoltato tutti loro, : “sono convinto che è possibile trovare un accordo extra giudiziale perché è la cosa migliore da fare e tutti sono disponibili a farlo” .      
        Nella Dg. II b. 427 f. 9083 nel 1770 Don Girolamo Gallicchio di Vallata, ma residente a Trevico, citò in giudizio il Mag.co Don Giuseppe Antonio Verdoglia ed il Reverendo Padre Don Francesco Antonio Calabrese, entrambi di Trevico, il primo per un mancato rispetto di un diritto di congruo (=diritto di prelazione), il secondo per un abuso di potere nel sequestro di alcuni animali e problemi sorti relativamente all’estaglio di alcuni suoi affittuari. Il fatto fu che sin dal 1700 Verdoglia ebbe infinite liti con Don Antonio Iascone di Trevico, perché questi gli contestava l’acquisto di 40 tomoli di terra comperati da Barbarina Prudente in quanto il confinante era lui che aveva 15 tomoli facenti divisa con i suddetti terreni siti in Trevico al luogo detto “Lu Priscone”, e siccome questi gli voleva muovere azione civile, fu trovato un accordo nel senso che quei terreni fossero dati a gestire a Giuseppe Iascone suo figlio, come sancito da un atto pubblico del Notaio Felice Sarracino di Napoli nel 1736. E, sembrava che tutto andasse tranquillo, fino a quando quei quindici tomoli di terra accanto ai suoi quaranta, furono ereditati “ex testamento” da Don Girolamo Gallicchio di  Vallata. Infatti, Giuseppe Iascone, morendo giovane nel 1769, ma con testamento, lasciava le sue proprietà ai due suoi nipoti, Girolamo e Biase Gallicchio, e successivamente questi diventarono eredi anche del fratello di Giuseppe, Don Andrea Iascone. Quei 15 tomoli si trovavano lì vicino, nel luogo detto “Lo Franco”, in contrada Guardiola, e, durante il giudizio si esplicitò anche : “ma chi se ne occupa è Don Biagio”. Quest’ultimo era molto conosciuto per essere un famoso locato della Dogana delle pecore a Foggia ed essendo molto esperto in problematiche agrarie, pur se non rientrava in quell’eredità dei 15 tomoli, diede manforte a Girolamo per affittare parti della masseria di quaranta tomoli del Verdoglia a varie persone, coloni ed affittuari. E, allora Don Antonio Giuseppe Verdoglia si rivolse alla Sovrana Regia Corte a Napoli e, portando le carte dell’accordo del 1736, chiese non solo la rescissione del contratto d’affitto che aveva con il defunto Don Antonio Iascone ma non con Girolamo Gallicchio, e che fosse immesso in possesso dei suoi beni. Dopo circa un anno quella Sovrana Regia Corte decise il sequestro dei territori con un decreto del Principe Don Placido Dentice che mandò allo scopo il mastrodatti Don Giuseppe Milano, con i due testimoni Mag.co Don Giovanni Montieri ed il Reverendo Padre Don Francesco Antonio Calabrese, “entrambi persone delle più benestanti del paese”; anzi a quest’ultimo furono affidati sin da Marzo 1770 i terreni, con l’obbligo di riscuotere lui gli affitti. Allora Don Girolamo Gallicchio ricorse ed ottenne che la causa passasse alla Sommaria, inviando un’ortatoria affinché si rispettassero i suoi diritti di locato che prevedevano l’affitto a coloni e mezzadri che di lì a poco avrebbero fatto il raccolto e pagato l’estaglio, come sempre avevano fatto fino ad allora. Allora Don Girolamo ebbe un contraddittorio con il Signor Presidente di quella Corte, Barone Caravita che non gli diede alcuna soddisfazione e prendendo a pretesto che aveva volgarmente calunniato il Verdoglia che invece “io stimo ed a cui ho sempre prestato udienza”, lo condannò al pagamento di 300 ducati di pena. Ma, Gallicchio ricorse ulteriormente alla Real Camera di Santa Chiara, dove dichiarò che stava avvenendo un fatto assai grave e si stavano calpestando i suoi diritti di Locato, in quanto erano già venuti a sequestrargli due vacche, “ma la cosa grave è stata che il 28 Agosto si è presentato Don Andrea, fratello del sacerdote a cui sono stati affidati i terreni sequestrati e con un gruppo di ufficiali doganali armati hanno sequestrato il grano dalle aie di Rocco Gatta e Ciriaco Palluottolo, mentre si procedette anche con la forza contro Antonio Bove”. Pertanto, Don Girolamo oltre a chiedere la nullità degli atti, su consiglio di Don Biagio, fece istanza al re perché intervenisse a dirimere quella implicata situazione, e per l’occasione comparve anche una dichiarazione allegata a quell’atto, in cui Gaetano Mastrullo dichiarò che il sacerdote Don Francesco Antonio Calabrese gli aveva sequestrato pure a lui una vacca nera e che l’aveva consegnata ad Euplio Gonnella e ne richiedeva la restituzione “perché è tutto il mio capitale”. Ma, anche la Real Camera di Santa Chiara non gli diede alcuna soddisfazione, dopo che in prima Udienza si era espressa la Corte di Montefusco, asserendo che si erano rivolti lì tanti coloni di Trevico per chiedere giustizia e che loro si fidavano e conoscevano solo i fratelli Gallicchio ed il Dottor Verdoglia era totalmente inaffidabile. Allora, Don Girolamo, seguendo i consigli del fratello Biagio, si presentarono a Foggia alla Regia Dogana e questo infastidì moltissimo il Dottor Verdoglia che fece lunghissime lettere al presidente di quel tribunale Don Angelo Granito, che aveva il titolo di “Miles et patricius Salernitanum”, in cui disse in modo sprezzante che “Don Girolamo Gallicchio è un locato solo di nome, perché non ha consuetudine di scendere nel Tavoliere, e poi, di porzione sua tiene solo 50 pecore che stanno sempre in montagna e gliele tiene Pasquale Tudisco”. In quella sede a Foggia, Don Giuseppe Antonio Verdoglia, figlio di Don Carlo Verdoglia, con procura del Notaio Francesco Rossi di Trevico, nominò come suo procuratore Don Giuseppe Maria Villani, “affinché questi possa in mio nome difendere le mie ragioni”; Il Reverendo Padre Francesco Calabrese inviò, invece, un documento nel quale ricordando come lui si fosse trovato involontariamente in quella situazione, aggiunge: “sarò sempre presente a tutte le udienze qui a Foggia”.
        A Foggia la causa andò nelle mani dell’avvocato Francesco Nicola De Dominicis, che conosceva benissimo Don Biagio Gallicchio che non era locato solo per quelle poche pecore che il Dottor Verdoglia andava dicendo, ma ne aveva altre 300 nella Doganella di Ariano e molte vacche nella masseria di Trevico. Da questi, Don Biagio che gli raccontò tutte le sue traversie avute con il fratello, apprese tutta la complicatissima storia di quelle sovrapposte competenze, e l’avvocato de Dominicis, gli assicurò che la strada giusta era solo e soltanto quella di Foggia, unica sede che aveva competenze su quei casi e gli manifestò pure tutte le sue perplessità specialmente sulla sentenza del sequestro dei terreni, del grano, delle vacche sue e quelle degli altri. Il fratello di Don Biagio, Don Girolamo, fece mettere a verbale che a Rocco Gatta, loro “garzone di fiducia” gli ufficiali doganali della Vicaria avevano anche apposto i sigilli del sequestro. L’atto che i fratelli Gallicchio mostrarono era firmato da Don Domenico Lettieri, Cavaliere del Real Ordine Costantiniano e dell’Ordine di San Giorgio, nonché Brigadiere negli eserciti di Sua Maestà il Re. Allora, l’avvocato De Dominicis il primo atto che fece fu di scrivere una lettera con la quale si ordinava alla Corte di Trevico di restituire le vacche a tutti e così anche il grano preso dalle aie e che la casa di Rocco Gatta fosse dissequestrata. L’incaricato Francesco Cologno, ordinario alguzzino della Regia Dogana il 17 agosto 1771 riceve questi ordini ed andò a Vallata a fare queste notifiche ai cancellieri, signor Cesare Zamarra e Nicola Fischetti, mentre l’altro cancelliere che si recò a Trevico fu Michele Fabiano. Come altro atto importante l’avvocato fiscale De Dominicis disse che tutto il processo si poteva svolgere a Trevico nella Corte Locale, perché essendo stato citato dai Gallicchio anche un sacerdote, lì c’erano anche le competenze giuste fornite dal vescovato, in quanto il delegato agli atti per il vescovo in quella Corte era il subalterno Don Pietro Pelosi, mentre il notaio abilitato agli atti era Pagliarulo. Ma, dopo un po’ di tempo che si incominciarono a fare gli atti in quella corte Locale, Don Giuseppe Antonio Verdoglia, scrisse una lettera urgente a Foggia dove era così riportato: ” entra troppo nel merito della causa, il luogotenente Daniel Paglia della Corte di Trevico, e lo vedo come una presenza spirituale di casa Gallicchio e poi è sempre loro commensale ed anche compratore di vari beni degli stessi, pertanto non può esercitare quell’uffizio e poi, avendo preso possesso di Governatore Baronale nella terra di San Sossio, chiedo che neanche Foggia si esprima più nel merito, ma La Regia Camera di Santa Chiara” . Rimase per oltre un anno sospeso quel giudizio di conflitto di competenze che la diceva lunga sul quel buio periodo feudale che vedeva contrapposti Locati, Baroni e Corona napoletana. Alla fine la Real Camera di Santa Chiara trovò un’altra soluzione, “ la competenza passa da Trevico a Castel La Baronia”. Le carte furono portate lì e in quella Corte Locale si ebbe il giudizio finale che però sul processo trovato a Foggia non c’è, perché tutto ritornò a Napoli.
        Nella Dg. IX - Processi criminali – b. 10 f. 233, Don Vincenzo Novia  di Vallata querelò Don Nicola Silla, della stessa città. Ci fu una prima denuncia cautelativa fatta il 20 Novembre 1770, sempre presso la Corte Ducale di Vallata, quando chi faceva le funzioni del Duca di Gravina era Don Francesco Saverio Giancamillo, perché Don Vincenzo Novia aveva avuto dei maltrattamenti e relative minacce da parte del Mag.co Don Nicola Silla, poi fece una seconda querela perché alla lite si aggiunse il l’U.J.D Don Giuseppe  Silla e dall’altra parte Don Francesco Novia, relativi fratelli dei litiganti. Ma, in quest’ultima occasione, successe che il 12 Gennaio 1771, i due fratelli Silla armati di tutto punto, “con schioppa e coltelli”, assieme ad altri cittadini provocarono una rissa contro i fratelli Novia che stavano difendendo un loro amico alguzzino di Rocchetta Sant’Antonio, tal Vincenzo Troccoli che stava effettuando un sequestro a Vallata. All’improvviso, partirono due colpi dalla pistola di Don Nicola Silla verso Don Vincenzo Novia, ma non lo centrò. Ma, dopo che le cause furono riunite in una sola e che tutto l’incartamento fu pronto per il processo da tenersi a Vallata, comparve un atto di “INIBITORIA” proveniente dalla Regia Dogana di Foggia, ma non lo richiese Don Vincenzo Novia che pure avrebbe potuto farlo, essendo un noto locato, ma Don Nicola Silla che tutti immaginavano non lo fosse. Da Vallata arrivò a Foggia tutto il processo già bello e confezionato il 15 Gennaio e, l’avvocato De Dominicis con funzioni sia di giudice fiscale che criminale, promise e scrisse che qualsiasi decisione l’avrebbe trasmessa al Governatore di Vallata, così come qualsiasi altro atto che riguardava quella specifica storia lui l’avrebbe richiesto alla Ducal Corte. A Foggia si presentò il Procuratore dell’Ecc.mo Duca di Gravina ed Utile Padrone di Vallata e chiese al sacerdote Melanconico che era il Segretario della Corte Giudicatrice, se gli potesse rilasciare una ricevuta attestante da quando risultava essere locato della Regia Dogana Don Nicola Silla, ma questi non gradì quell’ intromissione e mise per iscritto di non saperlo e che prima bisognava farne formale richiesta al Presidente Marchese Don Angelo Granito e poi, passata una settimana, avrebbe potuto ritirare il certificato con relative spese. E, così avvenne ed il 21 Gennaio il certificato fu pronto: “Don Nicola Silla risulta suddito di questa Regia Dogana dal 4 Gennaio 1771, come affittatore di terre salde, e chi lo presentò e fece la sua professazione fu il Dottor Don Carmine Pelosi di Vallata”. Il Procuratore dell’Ecc.mo Duca di Gravina che era andato fino a Foggia a ritirare quel certificato e che s’interessava a quel processo era il Cavalier Don Angelo Capriotti che divenne furibondo nell’apprendere quella notizia e produsse un’immediata richiesta di trasferimento della causa a Vallata in cui scrisse : “quel comportamento denota una grave premeditazione degli eventi che successero in paese nei giorni successivi al 4 Gennaio, oltre ad essere un grave affronto per la dignità del Duca di Gravina e Padrone di Vallata”. Ma, la sua richiesta fu rigettata in quanto, a quel punto si trattava di una storia tra due locati della Regia Dogana di Foggia. Il 1° Febbraio 1771 Don Nicola Silla, fece recapitare un atto di procura a favore del Mag.co Dottor Don Nicola de Rinaldo di Ascoli, proprietario di due mila pecore, procuratore degli interessi del Duca d’Alessandro di Pescolanciano e componente della Deputazione dei locati di Feudo d’Ascoli ed avendo esaminato, per curiosità, gli squarciafogli di quegli anni in locazione di Feudo d’Ascoli, appresi che chi faceva la professazione delle pecore con il pagamento della fida annuale a Don Nicola de Rinaldo era il Dottor Don Carmine Pelosi.
        Il 2 Febbraio comparve un certificato con il sigillo del Comune di Vallata  nel quale il Sindaco Giuseppe Villani, a capo dell’Unità Reggimentaria, assieme a Don Francescantonio Zamarri eletto ed al Mag.co Don Michelangelo Cataldo eletto, attestò che Don Nicola Silla abitava nel piano di sopra della casa, mentre giù abitava suo fratello il Dottor Giuseppe Silla. L’atto del Comune fu sottoscritto dal notaio Fabio Magaletta e dal Procuratore Francesco Saverio Magaletta rispettivamente padre e figlio. Così, l’avvocato De Dominicis, intendendo costruire il processo nella sua interezza, scrisse alla Ducal Corte di Vallata affinché il Mastrodatti responsabile dell’Archivio di quella sede gli facesse sapere se esistevano querele o processi criminali a carico dei fratelli Silla. Il Mastrodatti a Vallata era Don Pietro Pelosi, figlio di Santo fratellastro del Dottor Carmine che era sotto osservazione per essere considerato il consigliere del suo amico U.J.D Don Giuseppe Silla, il quale scrisse che: “ visti gli archivi certifico che nulla risulta a carico dei fratelli Silla” e fece firmare l’atto al notaio Giovambattista Branca, non prima di aver aggiunto: ”scritto di proprio carattere dal Mastrodatti Petrus Pelosi”. I fratelli Novia, assieme al Procuratore del Duca sollevarono eccezioni a riguardo dell’atto del Mastrodatti Pelosi e scrissero che questi colludeva con i Silla “perché non fosse stato altro che le due querele che gli abbiamo mosso, come è possibile che quelli sono così puliti ?”. Occorreva rimuovere Don Pietro Pelosi, “perché è proprio da quella parte che vengono  i consigli ai fratelli Silla” e, lo deferirono alla Camera della Sommaria a Napoli. Allora, come tutta risposta comparve anche un altro atto con il quale Don Giuseppe Silla citò in giudizio la corte Ducale di Vallata con un’ampia procura a favore del Mag.co Don Nicola Colabianco in cui gli diede ampio mandato a rappresentarlo in ogni grado di giudizio a Napoli. L’Avvocato De Dominicis non poté rimanere senza prendere provvedimenti ed inviò in loco il suo luogotenente Giacchetti che, andato a Vallata il 9 Marzo, prese personalmente visione di ciò che andava cercando in Archivio e così scrisse : “a parte quei due atti di querele non c’è nulla a carico dei fratelli Silla e, in attesa che Napoli si esprima e per tutta la durata de processo, le funzioni di mastrodatti passano ad Antonio Santoro di Castel Baronia”. Ma, don Pietro Pelosi, colpito nell’onore reagì e chiese come mai si fossero messi in dubbio la sua parola e la sua professionalità e, senza frapporre ulteriori indugi, querelò anche lui il Procuratore del Duca ed i fratelli Novia alla Camera di Santa Chiara a Napoli. Allora, il Mag.co Don Nicola de Rinaldo, procuratore di Don Nicola Silla, assieme al Mag.co Don Nicola Colabianco, procuratore del Dottor Giuseppe Silla, assieme al Procuratore del Duca di Gravina e ai fratelli Novia fecero un contraddittorio alla presenza dell’avvocato fiscale e giudice De Dominicis presso la Regia Dogana di Foggia. Il 17 Giugno 1771 ci fu il proclama del Presidente Marchese Don Angelo Granito Miles et patricius Salernitanum che scrisse : “ Ho ricevuto una lettera dell’Ecc.mo Duca di Gravina, e, dopo aver ascoltato le parti, in questa sede è stata trovata una soluzione di pace, pertanto, tutte le querele vengono ritirate, comprese quella che giace ancora a Napoli a carico del Mastrodatti Don Pietro Pelosi ”.

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