Vallata - brevi cenni storici - L'Apostolo delle Calabrie Ven. P. Vito Michele Di Netta - Capitolo X - Il ritratto completo.

CAPITOLO X.

Il ritratto completo.

SOMMARIO La vita dell’Apostolo è di abnegazione e di sacrifizio — A ciò si giunge con la penitenza e con la mortificazione — Attraimento di che si circonda — Massime — Rimproveri — Asti­nenze e mortificazioni nel cibo — Si lega con voto — In patria e in Missione — Modo di dormire — Le discipline e i cilizi — Il palazzo reale di Caserta Cangiamento d’indole — Mo­dello di dolcezza — Belle parole del P. Andreoli.

    Non basta all’apostolo il suo amore a Dio, sorgente per esso di ogni bene e virtù: non basta a renderlo accettevole ai popoli la sua umiltà vera, sentita, eroica: ci vuole altresi qualche cos’altra per completarne il ritratto. Occorre che egli sia pure l’uomo dell’abnegazione e del sacrifizio, ed a ciò si arriva, mediante l’esercizio continuato ed assiduo della mortificazione.
    Il Di Netta fu l’uomo dell’ abnegazione e del sacrifizio, appunto perchè egli fece una guerra ri­gida a se stesso, e divenne perciò l’uomo penitente e mortificato per eccellenza. Lo abbiamo intraveduto già dal detto fin qui, ma ora occorre vederlo più distintamente, femandoci a preferenza in questo Capitolo a discorrere di ciò. In tal ma­niera la figura di Lui, Apostolo, diventerà com­pleta avanti alla nostra mente.
    È meraviglioso quello che i contemporanei tutti asseriscono del nostro Servo di Dio, cioè che ba­stava egli apparisse in pubblico per conquistare ogni cuore. «I suoi occhi dicevano soavità angelica ed attraente — dal suo volto non si scorgevano che pensieri di cielo, raccoglimento dell’anima, ed amore a Dio — bastava vederlo per sentirsi a lui attirati — la sua parola allettava alla virtù — egli vicino, ci si sentiva più vicini a Gesù Cristo, e non si poteva resistere dal non amarlo — in lui le passioni parevano spente del tutto, e non vi era più nè irascibile nè concupiscibile…». Son tutte queste espressioni di chi lo ha conosciuto. Come queste altre: « Nel suo esteriore il P. Di Netta appariva sempre composto, modesto, umile, con le braccia piegate, e affabile. — Il suo incedere era dimesso, ed il suo vestito povero, ma lungi dal ributtare egli attirava sè, e suscitava in tutti le simpatie ».
In qual modo il Di Netta era arrivato a tanto? a conseguire, cioè, quelle attitudini esteriori e visi­bili, così necessarie ad un apostolo del popolo? Il popolo si ferma a prima giunta all’esterno, e da questo passa bensì all’ interno, ma il di fuori è quello che certamente prima lo colpisce, e se il di fuori non lo edifica, il popolo non si ferma avanti all’apostolo per farsi da esso ammaestrare e manodurre.
Ora fu la grande mortificazione esteriore ed interiore del, P. Di Netta, che portarono le po­polazioni ad ammirarlo e seguirlo. Egli giunse alla totale abnegazione, alla perfetta distruzione di sè, e visse tutto per gli altri, fino a riuscire, per usare una parola tutta moderna, un vero altruista.
S’impose queste leggi: « Solo Dio e la salute dell’ anima cerca. Bisogna soffrir tutto per sal­varti l’anima. Non star mai in ozio, ma fatti ve­dere sempre occupato, e fuggi le conversazioni.Sia in te l’austerità unita con la cortesia, la dol­cezza con la fermezza: sobrio nelle parole, ma sempre in fatiche, senza artifizi, ma cerca di persuadere ».
Scrisse anche: « Prevedo gli adiramenti, la bile, le occasioni fastidiose che mi potranno scomporre, però fidato alla misericordia del mio Amor crocifisso, ed alla protezione di Maria Santissima, mia cara Madre, spero tutto ».
Guidato da tali massime e risoluzioni, il P. Di Netta si disponeva ad essere quel che dovea nei suoi rapporti col prossimo. E perchè ciò solamente non sarebbe bastato, così per giungere alla vittoria completa di sè e all’ assoluto dominio, ingaggiò realmente con se medesimo una vera guerra ad oltranza, da emulare i più rigidi in fatto di mortificazione e di asprezze corporali.
Si può rilevare dal seguente proposito: Il tuo nemico capitale dev’essere il tuo medesimo corpo, e mai devi concedergli tregua. E per animarsi sempre meglio nella pratica, rivolgeva a se stesso i seguenti rimproveri:
« I. Come hai l’animo di attaccarti alle cose transitorie, che sono un nulla, e non unirti al Sommo Bene?
II. A che ti serve l’aver lasciato il mondo con le sue delizie, se non distacchi da esso l’affetto? Non dimenticartene.
III. Come puoi chiamarti povero se non diventi una statua?
IV. Come puoi piacere a Dio, se non dispiaci alle creature e non ti butti nelle mani della Provvidenza? »
Su queste basi egli cominciò l’edifizio dell’uomo nuovo, demolendo tutto tutto l’edifizio dell’uomo vecchio. Ed ecco in qual maniera.
Le mortificazioni con cui afflisse il suo corpo furono moltissime e varie: le cominciò dall’ infanzia, e continuò in esse fino alla morte.
Cominciò dal mangiare, secondo l’insegnamento di tutti gli asceti, e ciò dagli anni più teneri, nei quali, come vedemmo, digiunava vari giorni della settimana, digiunava nelle novene di Maria Santissima, e in tutte le vigilie dei suoi Santi Protettori.
Tale pratica si rese più rigida e più frequente col crescere degli anni, e nel tempo di suo Noviziato doveva esser frenato dal suo Maestro, come da studente dal suo Prefetto nello spirito. Ebbe sempre di mira di non contentare il suo gusto, ed è appena credibile quello che troviamo di lui scritto.
Amareggiava le vivande con assenzio e con brundulia,erba amarissima che abbonda nelle Calabrie, e di cui aveva sempre la provvista. Assenzio metteva la mattina nel caffè, ed assenzio masticava durante la giornata ad onor del Crocifisso Gesù, sia stando seduto nel confessionale, sia camminando.
Dimorando in Ciorani, si accorse una volta il Rettore che esso aveva messo sui maccheroni dell’assenzio in polvere. Gli fece togliere il piatto, mutandolo con un altro, e quel primo dato alle gatte, non fu verso che l’assaggiassero, tanto era amaro e disgustoso. — In Tropea, un Fratello laico volle assaggiare una mattina quel po’ di caffè che suole restare in fondo alla tazza, e confessò che dovette subito buttarlo, non fidandosi trangugiarlo.
Ebbe per voto di non mangiar mai dolci, e la sua porzione, per non dare all’occhio, la regalava al suo vicino di mensa. Ed anche per voto rifiutò sempre il terzo piatto. Fu notato, che mangiando i fichi freschi, li apriva e vi metteva entro dell’acqua, per togliere ad essi ogni sapore. Di ogni vivanda lasciava quasi sempre la metà e sempre la parte migliore. Lasciava le frutta i mercoledì, venerdì e sabati, come in tutte le novene della Madonna,ed in quelle del Natale e del Redentore. Lasciava il vino assiduamente in un giorno della settimana. Il sabato poi e nelle vigilie di tutte le festività di Maria digiunava in pane ed acqua, come il più delle volte nei venerdì si contentava di un solo piatto.
Questo stesso poco cibo, lo condiva non solo di amaro, come si è detto sopra, ma lo accompagnava con altre mortificazioni: così mangiava spesso ginocchioni, oppure seduto o sdraiato a terra; baciava in giro i piedi altrui in tempo di mensa; strisciava con la lingua sul pavimento; stavasene con le braccia aperte in croce durante porzione della lettura... ed altre simili penitenze.
Bisogna ancora aggiungere che tale metodo di mortificarsi nel cibo non era solo quando stava in Collegio, ma anche fuori in Missione, e altresì quando capitava per affari in casa di benefattori.
Un’ unica volta andò in patria da Sacerdote Missionario, ed i parenti nell’emozione di loro gioia cercavano trattarlo con qualche distinzione a tavola. Egli se ne lamentò, e non lo permise protestando bastargli un tozzo di pane ed un po’di rozza minestra. — In Briatico, ove spesso si recava per predicazione, ospitato in casa dei signori Satriano che pel Servo di Dio nutrivano venerazione immensa, voleva mangiar solo, non adattandosi al lusso e alle grandezze di quella famiglia. —In Ricadi, stando in Missione, mangiava microscopicamente, e il Sig. D. Giuseppe Antonio Petracca, presso cui era ospitato, per fargli dolce violenza, gli diceva: Voi , Padre, vi nutrite insomma di grazia di Dio? Ma egli senza scomporsi, e senza mutare tenore rispondeva dolcemente: Via, non pensate a me, D. Giuseppe Antonio, a me è sufficiente questo.
Se non che la mortificazione nel mangiare non fu la sola, abbiamo detto che cominciò da essa, ma ci fu dell’altro.
Faceva pena ai suoi familiari, e a quanti lo conoscevano il suo modo di dormire. Dopo tanti travagli del giorno, dopo austerezze continuate, dopo trapazzi di ogni genere, in qual maniera prendeva egli i suoi scarsi riposi?
Non usò mai materasso, e ci voleva la voce dell’ubbidienza a farglielo prendere per qualche notte in tempo di grave malattia. Lo stesso faceva nelle case ove ospitava durante i lavori apostolici: rifiutava i letti soffici, e chiedeva in grazia un semplice paglione. In Ricadi, presso dei Signori Petracca, non ci fu verso che andasse a dormire, se non quando gli mutarono i soffici matèrassi con un duro sacco. Non voleva mai rifatto il letto, e spesso ne sgridò il fratello, che ci si provava. Gli furono pure scoperti tra le lenzuola degli strumenti di penitenza, e spesso fu visto sdraiarsi, accattare un breve sonno disteso su di un cilicio, o sulla nuda terra. Alle volte si formavano degl’insetti nel suo letto, e, lungi dal lagnarsene, sopportava quel tacito e tormentoso martirio.
Scoperto, e pregato volesse far lavare il paglione, lepidamente rispondeva: Lasciate stare, poveri animalucci!
Oltre a ciò, per rintuzzare sempre più gli stimoli della carne e tenerla infrenata, le mosse guerra servendosi pure di atroci strumenti.
Le discipline e i cilizi gli furono famigliari fin da che era fanciullo, e di catenelle intessute a punte di ferro portava quasi sempre cinte le braccia e le gambe. Gli impedivano perciò il camminare liberamente, e a chi gliene faceva domanda, come talvolta provarono i suoi Novizi, egli rispondeva che soffriva dei dolori i quali lo facevano zoppicare. Oltre alle discip1ine gli regola due volte alla settimana, egli ne faceva un’altra privatamente ogni sera e tutte le mattine prima della sveglia comune, come attestano i suoi Novizi, i Padri suoi compagni in Tropea, ed un Fratello laico, che gli abitava vicino di cella. Era provvisto pure di una disciplina armata di stellette di ferro, e con essa spietatamente battevasi nelle novene e nelle vigilie fino al sangue. I Fratelli che ne raccoglievano la biancheria, vedevano spesso intrise di sangue le lenzuola e le sue camicie. Talvolta anche in Missione nelle, processioni di penitenza, usò battersi con disciplina di ferro. E quasi non bastasse tutto questo, non lasciava passare occasione alcuna, sia minima e per altri indifferente, senza che egli non se ne servisse alla propria mortificazione. Così fu visto in Villa S. Angelo, sita a cavaliere di Tropea, camminare coi piè e con le gambe denudate in un campo di spine. Confessando o sedendo, rimanevasene le lunghe ore con un piede sospeso.
Talvolta giunse anche a fare con sè medesimo delle violenze che non hanno riscontro se non negli antichi solitari della Tebaide, porsi cioè in bocca animaletti schifosissimi e masticarli.
L’idea della croce e lo spirito di penitenza gli eran sempre confitti in mente, e lo manifestava in ogni rincontro. Trovandosi una volta in Napoli, e spinto dalla pura condiscendenza verso gli altri Padri a vedere il palazzo ed i siti reali di Caserta, unici al mondo per serietà di architettura e per magnificenza, non si mostrò sensibile a quelle delizie. I Padri gli chiesero che gliene paresse, e il Servo di Dio rispose una parola che pesa tanto oro: Tutto buono, disse, ma vi manca il meglio,cioè la Croce.
Era giunto egli a tanto da cangiare interamente di carattere. Da natura aveva sortito temperamento sensibilissimo, e lo dimostrava col mutare, avanti ad un piccolo disordine, di colore e di espressione del viso. Però lo sforzo che faceva per reprimersi era a tutti sensibile, e non fu visto mai dare nel menomo scatto, ed appariva mansuetissimo, da esser chiamato un secondo S. Francesco di Sales.
Vi ha chi affermò che il carattere morale del Di Netta fu placido, lieto, e grave. Però egli a questo pervenne mercè la continua repressione, ed uno studio assiduo a frenare tutti i movimenti del suo interno: mercè una castigazione rigida e costante, per cui la sua carne perdè a poco a poco tutti i pungoli... Così divenne tipo di mansuetudine e di dolcezza.
Basta scorrere le sue lettere per notare fin dove fosse giunto questo dominio di sè e questa sua mansuetudine. Mai una frase men che dolce, neppure con degli spiriti estremamente scrupolosi, ai quali rispondeva sempre con la medesima calma, e con la medesima tranquillità.
Non rimaneva giammai sorpreso, neppure avanti alle ingiurie ed ai casi più fortuiti od improvvisi. E deve dirsi che nella sua lunga vita di Missionario ne ebbe parecchi.
Recandosi a Ricadi a cavallo, un monello pose una spina sotto la coda della bestia, la quale, impennatasi, si pose a correre per via alpestre, e con rischio manifesto del buon Padre. Aiutato da altri a frenarla, e risaputane la ragione, non si scompose, non pronunziò parola di rimprovero al ragazzo, sibbene ne rise, e lo benedisse.
In una Missione venne respinto da un signore, nella casa di cui dovea ospitare: egli non disse parola, e incoraggiava i compagni a soffrire l’ingiuria in pace.
E per riferire un altro esempio. Era il 1846: camminava egli lungo la marina in Tropea, quando due oziosi per burlarsi di lui finsero altercarsi, bagnandosi col sangue nascosto in una vescica. Corse il Servo di Dio, come soleva sempre in simili circostanze, e spingendo al perdono scambievole, quei tristi cessano tosto dalla finzione, e ridono. Allora il Servo di Dio capì, e paziente si allontanò, dicendo solo: Che il Signore li perdoni!
Da tutto il riferito risulta intanto chiaro il segreto del frutto immenso dell’Apostolato del Di Netta, e resta del pari sempre meglio delineata la sua figura e il suo ritratto.
Il P. Andreoli che fu Novizio di lui, e compagno in Tropea, conchiuse la sua deposizione con queste parole, che dicono tutto: «Il Servo di Dio ebbe l’eroismo di tutte le virtù, e tale eroismo consiste propriamente in un concerto armonioso, senza che l’una pare che sopravvanzi l’altra. Di qui la sua presenza di spirito, che lo rendeva atto ad essere tutto nelle singole sue operazioni. Predicava egli? ed in questo atto era tutta l’anima sua, affinchè esso atto riuscisse a norma della fede e della morale soprannaturale: cosi quando confessava: così quando pregava: e così in tutte le sue operazioni ».
È il più bell’elogio questo che possa farsi di lui: è come la sintesi di quello che il P. Di Netta fu, e che ci spiega in poche parole il lato più luminoso di tutta sua vita, l’apostolato, ed i trionfi che ottenne in tal genere di vita.

__________________________________________

Pagina Precedente Indice Pagina Successiva
Home